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9 ottobre 2008

The Wall

"The Wall" è stata forse l'opera più famosa dei britannici Pink Floyd, che ne hanno ricavato pure un film. Quel "muro", almeno per la massa di consumatori di musica, divenne quasi il loro simbolo, un marchio, un'opera d'arte.

Beh, "the wall" che c'è qui fa sicuramente schifo ma un po' d'arte ce l'ha. Più che altro perché ce l'hanno dipinta sopra. Anzi, "lui" ci ha dipinto sopra...

Un paio d'anni fa, forse tre, il famoso e misterioso artista inglese Banksy arrivò qui in Palestina per dedicarsi a ciò che meglio sa fare: riempire i muri di graffiti o murales (o come volete chiamarli). Banksy è un pittore molto celebre e i suoi pezzi sono valutati anche in decine e anche centinaia di migliaia di euro. Peccato, però, che il suddetto non prenda un centesimo -almeno non per queste- perchè nessuno sa chi sia veramente e soprattutto le sue opere restano sui muri (almeno finché qualcuno non decide di cancellarle, come spesso è successo, anche qui). Ah, c'è chi sta pensando di fare una specie di itinerario turistico del Muro per vedere le opere del "grande artista"... (boh, sono scettico...)

Beh, qui a Betlemme ci sono ancora dei pezzi superstiti (alcuni un po' rovinati, purtroppo) per cui ho deciso di farci delle foto e mostrarveli. Vale veramente la pena...





Questi li ho visti ma non li ho fotografati io
(com'è oggi e, sotto, com'era)


Alcuni hanno giustamente fatto osservare che con questo genere di attività si corre un rischio, cioè di "normalizzare" il muro. Ovvero che un mezzo di segregazione e oppressione diventi parte dell'arredamento urbano, alterando la realtà dei fatti e dandogli persino un connotato positivo (che non ha). Purtroppo sta accadendo, e me ne sono accorto oggi quando ho visto questi (pubblicità di ristoranti e locali di Betlemme):


L'ultimo, in particolare, mi ha fatto schifo. L'ho trovato proprio di cattivo gusto. Come se un triestino, a Basovizza, aprisse l'osteria "Alla foiba" o a Bologna, di fronte alla stazione, si inaugurasse il locale "La Bomba". Quantomeno grottesco, no?


P.s.: dimenticavo: anche il "cartello stradale" con la rimozione del carro armato, che si vede in alto a destra del blog, è di Banksy...

1 ottobre 2008

Armi

Mentre leggete queste righe, probabilmente sarò già ad Amman in giro a spassarmela e a fare il turista occidentale. Esattamente l'opposto di ciò che ho fatto ieri...

Ovvero: dormire, pulire casa, preparare la borsa, cazzeggiare un po' su internet e cercare di far funzionare sto cavolo di laptop la cui scheda video mi sta facendo andare fuori dai gangheri (è una stramaledetta ATI mobility radeon X1600 che improvvisamente fa impazzire il monitor che, invece di mostrarmi immagini, lettere e quant'altro, spara solo righe pulsanti e bande colorate intermittenti. Ci ho messo 3 ore oggi per farlo funzionare... Non è che qualcuno sa dirmi se è possibile sostituirla? il paese qui accanto è piuttosto avanzato in fatto di tecnologia, che sia il caso di andare a curiosare?).

Beh, se fossi andato in giro in questo primo giorno di fine Ramadan, avrei visto una scena non proprio soddisfacente. Me l'ha raccontata Mahira. In pratica, Betlemme è rimasta quasi spopolata di adulti e per le strade si sono riversati solo bambini, decine di bambini. Bello?

Aspetta... Decine di bambini che giocavano per le strade armati di pistole e fucili giocattolo. Nulla di diverso da quelle con cui giocano i bambini italiani o i bambini di tutto il mondo o quasi? No, tutto di diverso: perchè sembravano proprio vere! Repliche fedeli di quelle stesse armi che usano i soldati o i miliziani. Le avevo notate in abbondanza i giorni scorsi al mercato: decine di bancarelle che esponevano in bella vista delle perfette riproduzioni di fucili ak-47 (i famosi Kalashnikov), pistole, mitragliette o fucili a pompa. Molte erano ad aria compressa e sparavano pallini (solo quelle si distinguevano un po' meglio). Addirittura c'era qualche imbecille che le provava sparando alle luci o ai faretti ai lati delle strade...

Due mesi fa avevo visto alcuni bambini giocare alla guerriglia di notte. Ed è stato brutto. Perchè le armi, ancora una volta, sembravano verissime. E i bambini giocavano col passamontagna calato sul volto...

Questa cosa delle armi giocattolo mi ha fatto proprio male. Non solo per i ragazzini, quanto per i loro genitori. Incoscienti e stupidi. Ora capisco quelle notizie di bambini palestinesi uccisi ai checkpoint da soldati che scambiavano le armi-giocattolo per armi vere. E capisco i soldati: non li giustifico di certo ma si tratta di giovani soldati di leva sottoposti ad enormi pressioni...

Una volta, anni fa, un mio capo-scout sbottò: "Qui non si tratta di educare i ragazzi, qui si tratta di educare i genitori". Sante parole che ho condiviso decine di volte... (non per i miei, eh!)

Ritorno su un post precedente. L'unica soluzione è... Educazione, istruzione. E incrementare e potenziare programmi come il "Young Negotiators Program" del CCRR, che cerca di insegnare ai ragazzini a risolvere i propri conflitti in maniera pacifica e a vivere secondo i princìpi della nonviolenza...

30 settembre 2008

Eid Mubarak!!!

No, non sono diventato un fan del presidente (da 30 anni...) egiziano Mubarak. "Eid Mubarak" è l'augurio che da oggi si scambiano i musulmani per la festa dell'Eid al-Fitr, che segna la fine del Ramadan. Da oggi fino a venerdì sarà come tra Natale e l'Epifania: si visitano amici e parenti, ci si scambia doni, si va in moschea a pregare, si fanno supermega mangiate.

O si scappa in Giordania per una gran vacanza di relax e puro cazzeggio, come farò io! Ormai è tutto pronto, partenza domattina in direzione Amman (W la Lonely Planet e i suoi super suggerimenti!) e tappa obbligata a Petra.

In questo periodo (tra ieri notte e oggi) si festeggia anche Rosh haShana, il capodanno ebraico. Ma non ho ancora capito se fanno qualche cosa oppure no (è una festa religiosa). Penso che andremo comunque a Gerusalemme a fare un salto. Finalmente senza fusoriario!
Ammesso che ci lascino passare: infatti l'esercito israeliano ha informato che chiuderà tutti i punti di accesso per chi arriva dalla Cisgiordania...

29 settembre 2008

"Another brick in the wall" (un altro mattone nel muro)

Pessima nottata passata a guardare una clamorosa sconfitta del Boca per 4-1 (vabbé, succede).
E stamattina sveglia alle 6.00 per essere alla Porta di Jaffa a Gerusalemme alle... 8.30. Sì, è giusto, se consideriamo il "jet-lag" dovuto al surreale fusorario ancora in corso e al tempo che si perde per uscire dal checkpoint di Beit Jala.

Nei giorni scorsi ho spesso criticato molti aspetti e caratteristiche dei palestinesi ma non ho mai perso di vista il problema di fondo (che alcuni, non ho capito in base a quali assurdi ragionamenti, smentiscono sia il vero problema): cioè che qui si vive sotto occupazione. Al checkpoint, infatti, una giovane e minuta soldatessa israeliana ci ha fatto scendere tutti dal bus. Si vedeva che non ne aveva voglia ma doveva adempiere al suo dovere, visto che c'era anche un omone in abiti civili ma con mitraglietta e giubbotto anti-proiettili che la controllava.

Buoni buoni, senza fiatare, siamo scesi e ci siamo messi tutti in fila per eventuali perquisizioni (che non ci sono state, stavolta) e controllo documenti. C'è stato un breve battibecco fra la ragazzina bionda in verde militare e una donna araba, ma nulla di ché. La ragazzina, nonostante tutto, mi ha fatto un po' di pietà e ho voluto farle risparmiare un paio di secondi mostrandole subito la pagina del passaporto col timbro. Ha ringraziato con un mezzo cenno di sorriso...

Vedere i palestinesi scendere, mettersi in fila senza protestare e guardando per terra è stato peggio. Loro questa trafila se la devono fare ogni giorno (chi ci riesce). E stavolta è andata bene. In questo conflitto in corso c'è chiaramente una parte più debole, che subisce quotidianamente sopprusi e angherie. Da quasi un secolo ormai. Sarei stupido a dubitare: io sto con i palestinesi. Questo non si discute.

(Apro parentesi perché voglio evitare la logica escludente del "o noi o loro". Che io stia con i palestinesi non significa che sia contro gli israeliani o gli ebrei. E nemmeno contro Israele. E qui chiudo).

Scopo della "gita fuori porta" era di andare a Ramallah per farci (Massimo, Mahira e io) fare il visto al consolato giordano per andare ad Amman questa settimana. Approfittiamo della "Festa" di fine Ramadan per rinnovare il visto, che scade fra pochi giorni.

Per andarce a Ramallah, siamo passati per Gerusalemme est e precisamente dalle parti di Qalandia e al-Bireh. Qui il "muro di difesa" dà il peggio di sé: oltre ad essere bruttissimo, ha letteralmente vivisezionato l'intera zona. Massimo, che da queste parti ci viene spesso per lavoro, mentre faceva da Cicerone spiegandoci il percorso del muro e tutto ciò che lo riguarda,
ad un certo punto è addirittura rimasto interdetto: "Ma sta parte qua... l'altro ieri non c'era. Quando cazzo l'hanno tirato su?"

Another brick in the wall...

27 settembre 2008

Cocktail esplosivo...

Oggi al CCRR ho assistito ad uno spettacolo per me insolito...
È arrivata una piccola comitiva multietnica la cui composizione era già di per sé molto particolare: oltre ad una ragazza di Strasburgo che lavora per il Consiglio d'Europa, c'erano un macedone, una kosovara albanese e un serbo. Insomma: gente che potenzialmente potrebbe scannarsi appena si vede da lontano. Come se non bastasse, c'era pure un ebreo israeliano, arrivato un'aria che odorava di sfida (anche se probabilmente non era quella la sua intenzione). Aggiungiamoci Noah, palestinese, e gli ingredienti della potenziale miscela esplosiva ci stavano tutti. (se aggiungevamo uno statunitense, mi ci mettevo io a completarla! he he!).

Come mai questa variegata rappresentativa di due dei più duri e complessi conflitti etnici che minano la stabilità delle relazioni internazionali?

Beh: anzitutto, quelli che sono arrivati oggi sono tutti attivisti per la pace che, da vari anni, lavorano nella risoluzione dei conflitti in varie ong, e con un bel background anche formativo alle spalle (master, dottorati, ecc.). L'idea di fondo è quella di creare un network di associazioni e realtà sia balcaniche sia mediorientali che si possano conoscere per scambiare esperienze e metodi, attraverso incontri o seminari o internships.

Per semplificare: darsi una mano fra gente presa con le bombe (in tutti i sensi) e quindi che capisce per esperienza sulla propria pelle quali siano i problemi da affrontare.
Loro l'hanno chiamata con un'espressione interessante: "cross-fertilization" (fecondazione incrociata). Che significa "scambio tra differenti culture o differenti modi di pensare che è reciprocamente produttivo e benefico".

Ho avuto un assaggio delle difficoltà che ci possono essere anche per l'ovvio scontro di punti di vista diversi quando, ad un certo punto, il dibattito si è acceso sulle metodologie di risoluzione del conflitto in Palestina. Noah insisteva sull'inutilità dei cosiddetti "hummus meetings", cioè quegli incontri "peace&love" fra israeliani e palestinesi (ne ho parlato anche in vecchi post). Al contrario, l'israeliano controbatteva duramente e senza peli sulla lingua dicendo che saranno anche inconclusivi e freakettoni ma quanto meno hanno il potere di intaccare gli stereotipi dei palestinesi che hanno i giovani israeliani. I due non si sono risparmiati critiche però è stato interessante proprio questo aspetto. E soprattutto: ho visto quanto sia difficile (forse anche di più) per gli israeliani affrontare l'argomento. O meglio: il loro ambiente è piuttosto ostile per cui parlare di riconciliazione risulta difficile e se i palestinesi vengono percepiti come intransigenti (questa era la "accusa" mossa a Noah) non si fa altro che complicare le possibilità di dialogo. "Così non ci facilitate il lavoro, e permettete che i giovani israeliani pensino che voi siete solo dei kamikaze che si fanno esplodere negli autobus". D'altra parte, ribatteva Noah, se le ong palestinesi non lottano per obiettivi concreti (= la fine dell'occupazione e il diritto al ritorno dei profughi), non avranno mai nessuna speranza di convincere la gente della necessità di dialogare e, anzi, il rischio di essere considerati collaboratori degli israeliani (o peggio: traditori) è molto concreto. E le conseguenze non sono delle migliori.

Ho capito anche quanto sia difficile per entrambi -ong israeliane e palestinesi che lavorano per la pace- convincere i rispettivi popoli della necessità del dialogo, del confronto, dell'incontro. Una specie di lotta contro i mulini a vento...

Insomma... Wow... Com'è intricata sta matassa...

24 settembre 2008

Occupazione e follia

Meno male che alla fine del Ramadan c'è la "festa" per la quale staremo in ferie per circa una settimana. Credo che scapperò da qualche parte, forse ne approfitterò per andare in Giordania per rinnovare il visto. Oggi, intanto, ho voluto scappare da Betlemme e fuggire su in collina, verso ponente. Per vedere un po' di campagna, un po' di alberi, avere un po' di pace; leggere qualche poesia sdraiato su una roccia mentre gli ultimi raggi del sole illuminano la pagina e la brezza serale si porta via i miei pensieri.

Qualche giorno fa avevo trovato un posto pacifico, isolato, quieto. Il destino ha voluto che sbagliassi strada.

Scappavo dall'occupazione. Sono andato a sbatterci contro...

(talmente tanto che alcune foto non le ho scattate perché stavo incuriosendo troppo i militari israeliani)...

Scena 1: strada improvvisamente bloccata. (è uno dei mezzi usati dall'esercito israeliano per controllare il traffico)
Scena 2: check point di Beit Jala. Sulla foto una caserma israeliana. La foto l'ho fatta di spalle ad una...
postazione militare israeliana. Sì, un'altra. In corrispondenza di un tratto di Muro non ancora finito.





Scena 3-4-5: il Muro e il suo percorso senza senso (è quel serpente grigio che
si intravvede tra le case). Anche perché scorre tutto DENTRO la Cisgiordania....


Scena 6: beh, c'è scritto. Anche se sembra un casello autostradale, non ci troveremo mai un'addetto di Autostrade Spa

Sulla vicenda dell'attentato a Gerusalemme dell'altro giorno, riporto il commento di uno che da quelle parti ci vive. Il commento è anche alla fine di quel post (...sembra quasi una mezza parolaccia) ma, per evitare che passi inosservato, eccolo:
Ciao Korke........non cè mai un limite al peggio dici?
Approfitto di questa occasione per scrivere anch'io sul BLOG.
Sull'attentato: non so sei hai presente l'incrocio alla porta nuova della Old City, sulla strada che porta al centro notturno di Gerusalemme, ma in salita, piena di semafori e perdere il controllo, percorrere tutto il marciapiede e prendere a caso(?) 13 militari sembra un pò inverosimile.....anche se è vero che il ragazzo non aveva la patente(parole della madre), era depresso perchè la donna l'aveva mollato(mossad)....e sul finire del Ramadam i palestinesi perdono un po la testa. Ieri sera lite tra vicini di casa (mia!?!), futili mitivi ma c'era già pronti coltelli.....100 persone coinvolte almeno......già una volta però si sono sparati qua sotto in passato. Nel frattempo fanno i lavori nella Arab junction* e nel mio viale, eri sera hanno lasciato un cratere aperto, che se ci finisco dentro con una ruota mi vengono a riprendere gli speleologi.
PAR CONDICIO...ovvero parliamo male pure di quelli con le treccine...domenica al parco di Jerusalemme mi hanno tagliato le gomme (ho usato il plurale perchè erano esattemente in un numero maggiore rispetto alla ruota, singolare, di scorta)della COOPI car.... il servizio di emergenza mi è venuto a recuperare 3 ore dopo, verso mezzanotte. NO COMMENT
*"Arab junction" è il soprannome di un incrocio folle di Gerusalemme Est, dove quotidianamente e a ogni ora si materializza tutta la follia dell'umanità al volante...

23 settembre 2008

Attentato a Gerusalemme

Come saprete, ieri sul tardo pomeriggio un'automobile guidata da un 18enne arabo-israeliano ha travolto quasi una ventina di persone a Gerusalemme. Il guidatore è poi stato ucciso dalla polizia israeliana. E' il terzo attentato di questo tipo anche se qualche dubbio resta.

Come mi aspettavo, non c'è stata alcuna reazione, almeno qui a Betlemme: come se non fosse successo nulla. Pura e semplice apatia.

Perché i dubbi? Sembra che il presunto attentatore non abbia lasciato nessun messaggio sulle sue intenzioni di diventare "martire" e che non l'abbia nemmeno manifestato a nessuno. E questo non è poco. I parenti dicono che si sia trattato di un incidente, tragico, ma pur sempre di un incidente.

Ora: non conosco la dinamica dell'accaduto e non mi ci metto neanche a scoprirla. Per cui vi invito a non prendere sul serio quello che sto per scrivere (anche se lo scrivo seriamente e non per burla).
La mia ipotesi è che il ragazzo fosse in ritardo per l'Iftar, cioè la cena che interrompe il digiuno del Ramadan.

Perché lo dico? Se aveste mai visto cosa succede appena il muezzin canta al tramonto, capireste. Sembra quasi la scena dei film di Fantozzi in cui i dipendenti si preparano ad abbandonare in fretta e furia il luogo di lavoro al suono della campanella. Non voglio sembrare irrispettoso ma più o meno va così...

Altra cosa: chi ha visto quanto male guidano i palestinesi e quanto sono estremamente pericolosi quando si mettono al volante, sarà d'accordo con me nel prendere almeno in considerazione la probabilità di un incidente piuttosto che di un attentato.

Tutto questo non per dire che i palestinesi sono tutti dei santi e non farebbero mai male ad una mosca. Ovviamente reagiscono anche loro, in una logica di cerchio vizioso della violenza (tanto che ad un certo punto non si capisce più chi abbia torto e chi ragione). Negli ultimi giorni, ad esempio, un adolescente palestinese ha cercato di lanciare una molotov contro l'ingresso di un insediamento ma è stato ucciso prima di riuscirci. E due donne -in tempi diversi- hanno gettato dell'acido su soldati israeliani in uno dei tanti checkpoint.
Da parte israeliana succede sempre di tutto. Inutile scrivere cosa, che tanto già si sa.
Che brutto abituarsi alla morte e alla violenza.

Ciò che mi angoscia, invece, è che Fatah (col supporto di Israele) ha annunciato che si sta preparando per lanciare un'offensiva a Hamas e cercare di riprendere il controllo di Gaza. Pazzi. In questi giorni continuano a fioccare arresti su arresti da parte delle forze di sicurezza palestinesi (leggi Fatah) e non si faranno attendere le reazioni di Hamas.

Non c'è mai limite al peggio.

Non c'è soluzione a questa follia...

18 settembre 2008

Muri e limiti invisibili


Questa e' la foto che avevo promesso. Sembra divertente, in realta' nascondiamo (soprattutto Massimo e io) un po' di frustrazione, impotenza e rabbia. Io, infatti, ho preso a testate il pannello di plexiglass...
I muri, i limiti invisibili ma reali che ti impediscono di muoverti e vivere liberamente sono i piu' rognosi e difficili da combattere e tirare giu'. E anche i piu' difficili da capire e da far capire.

16 settembre 2008

Foto

In questi giorni ho scritto troppo. Ora metto qualche foto, fresca fresca. Enjoy! Io intanto mi godo un bel bicchiere di arak palestinese (in Francia lo chiamano pastis e in Grecia ouzo)...


un cartello trilingue


uno dei tantissimi cartelli dei progetti (forse troppi e poco efficaci
e spesso inutili)
di cooperazione internazionale in Palestina

La campagna palestinese: ulivi, rocce, muretti a secco,
resti di vecchie abitazioni, cespugli, terrazzamenti...


check point all'ingresso di Beit Jala. L'edificio sulla destra è
una caserma israeliana. Siamo in pienissima West Bank.


Strada israeliana con, sullo sfondo, colonia israeliana. Sulla sinistra
si vede una strada palestinese interrotta da Israele. La strada è israeliana nel senso che la
possono usare solo gli israeliani, nonostante corra nei Territori Palestinesi.


i preziosi collaboratori che non ho mai ringraziato finora e che sopportano le mie
lunghe camminate
(i sandali della Geox, invece, mi hanno deluso abbastanza...)

esperienze di alcolismo in Palestina. Manca, però, la birra Taybeh. Il mese prossimo, però, la Taybeh
organizza l'Oktoberfest. Vi manderò la mia testimonianza accurata. Se me la ricorderò...


casa di sostenitori di Fatah (il giallo è il colore del partito. Quello di Hamas è il
verde, mentre i simpatizzanti di sinistra ovviamente usano il rosso)


Ah. Piccola prova di quanto siano amati i latinoamericani in Palestina.
Questo è un negozio di giocattoli alle porte del campo profughi di Deheishe.
Il nome è quello del negozio...


tramonto dal mio terrazzo.
Bella vista sull'insediamento di Har Gill'o..


I miei tentativi di imparare l'arabo
(sto riempiendo la casa con foglietti e disegnini... )

p.s.: grazie dei commenti! E grazie anche ai "fedelissimi" (fra tutti Andrea, Nicola e Matteo anche se so che non sono gli unici)! Però, mi raccomando: se vedete che calco troppo la mano, avvisatemi! In questa situazione è facile perdere la freddezza. Io, poi, sono arrivato qui già scongelato...

Militari 2

Ho trovato questo interessantissimo articolo su Il Manifesto di domenica.
Ecco cosa succede ai militari israeliani che si pentono...



Rompere IL SILENZIO A HEBRON - IL SOLDATO CHE SI STANCÒ DI UCCIDERE

Tra insulti e aggressioni, visita alla città fantasma della Cisgiordania insieme a Yehuda Shaul, ebreo ortodosso, sergente dell'esercito israeliano oggi riservista, che ha denunciato le violenze di coloni e militari contro gli abitanti palestinesi e nel 2004 ha fondato «Breaking the Silence»

Michele Giorgio

HEBRON
«Ero a Hebron da paio di giorni, nel 2002, la situazione era tesa, c'erano stati parecchi morti in quel periodo, anche tra coloni e soldati israeliani, e il comandante della nostra unità mi convocò in una scuola palestinese che l'esercito aveva trasformato in una postazione di tiro». Il sergente Yehuda Shaul, ora riservista, racconta la sua vicenda nel silenzio totale di Shuhada Street, nella zona H2 di Hebron sempre più una città fantasma. «Il comandante mi guardò per qualche secondo - prosegue il militare - poi mi disse: ho saputo che sei bravo ad usare il lanciagranate. Ecco, di fronte a te c'è il quartiere di Abu Sneineh da dove sparano i cecchini palestinesi contro le nostre case (dei coloni). Ogni volta che apriranno il fuoco tu dovrai rispondere lanciando granate. Pensai che era folle prendere di mira abitazioni civili palestinesi, perché queste armi sono micidiali, lanciano 5-6 granate al minuto e uccidono o feriscono ogni essere umano nel raggio di otto metri. Ma lo feci, e divenne routine, una specie di video-game, e qualche settimana dopo rispettai anche l'ordine di aprire il fuoco a scopo preventivo, ovvero senza aspettare che a sparare fossero prima i palestinesi». Eppure fu proprio l'obbedire senza fiatare agli ordini, anche quando a pagare con la vita erano civili, che cominciò a scuotere la coscienza di Yehuda Shaul, 26 anni, divenuto nel 2004 il fondatore di «Breaking the Silence», una associazione di soldati israeliani che avevano prestato servizio a Hebron e che decisero di «rompere il silenzio» raccontando crimini e violenze compiuti dai coloni ma anche dai militari a danno degli abitanti palestinesi. Oggi «Breaking the Silence» organizza conferenze e tour, pubblica libri e dvd con testimonianze di soldati - purtroppo in gran parte anonime - raccolte ovunque nei Territori occupati e che confermano la brutalità dell'occupazione militare cominciata nel 1967. Yehuda Shaul non è un attivista di sinistra, si definisce «un laburista», e le sue origini sono tutte sul versante opposto dello schieramento politico. E' un ebreo ortodosso, osserva rigorosamente lo shabat e il kashrut e porta la kippa. «La mia famiglia è di destra, mia sorella vive in una colonia, a Gush Etzion, e hanno accolto con sdegno la mia decisione di raccontare tutto. Alcuni dei miei familiari e dei vecchi amici non mi rivolgono più la parola. Ma io non torno indietro - spiega l'ex militare - non si può continuare a nascondere la verità, a tenere segreti abusi e violenze sistematiche contro i civili palestinesi. Ad Hebron ne ho viste troppe e noi soldati non facevamo o non potevano fare nulla per impedire questi crimini perché solo la polizia è autorizzata a trattare con i coloni. I nostri comandanti ci dicevano soltanto di vietare ai palestinesi di transitare in certe strade, di farli sparire dalla circolazione, con le buone e con le cattive, in modo da evitare frizioni con i coloni ebrei. Una volta dei coloni aggredirono a freddo, davanti ai miei occhi, una donna palestinese che tornava dal mercato per punirla, dissero, per il massacro del 1929 (il 23 agosto di quell'anno, in seguito all'uccisione di due palestinesi in apparenza da parte di ebrei, in tutta la Palestina esplosero gravi incidenti. A Hebron i palestinesi uccisero 67 membri della piccola comunità ebraica che viveva nella città, i sopravvissuti vennero evacuati dopo alcuni giorni, ndr).» Divisa nel 1997 in due zone - H1 e H2 -, per un accordo sottoscritto da Israele e Anp, Hebron oggi è una città tenuta in scacco dai coloni, circa 500, giunti dopo l'occupazione della Cisgiordania nel 1967. Nella zona H2, sotto il controllo militare israeliano, quella dove è situato l'importante sito religioso della Tomba dei Patriarchi, sacro ad ebrei e musulmani, oltre ai coloni risiedono circa 30mila palestinesi. Senza protezione, soggetti ad abusi quotidiani, circa un terzo degli abitanti palestinesi ha lasciato la zona H2. Tutti gli altri cercano di farsi vedere il meno possibile in giro. La cashab è deserta, i negozi sono in buona parte chiusi (tra 600 ed 800 esercizi commerciali arabi sono stati costretti a tenere abbassate le saracinesche dopo il 2000), in Shuhada Street, la via principale della zona H2 ormai si vedono solo coloni, soldati e poliziotti. Siamo diretti a casa di Hani Abu Heikal, un palestinese amico di Yehuda Shaul, che di fatto vive prigioniero a casa sua perché adiacente alla piccola colonia di Tel Rumeida. Lungo la strada Shaul è come un fiume in piena che ha rotto gli argini, vorrebbe raccontarci le «mille storie» che ha vissuto o sentito. Ma le sue parole vengono interrotte dall' arrivo improvviso di un colono, Ofer Ohana, come lui stesso ci dice presentandosi qualche secondo dopo. Shaul è odiato e disprezzato dai coloni israeliani, lo considerano un traditore, uno che si è «venduto al nemico», agli arabi. Ohana non è aggressivo, piuttosto vuole farsi beffe del soldato che ha rotto il silenzio. «Yehuda, Yehudili, Yehudel, guarda qui, guarda qui. Hai telefonato al tassista, il tuo amichetto arabo Hisham per dirgli di tenersi pronto a fuggire?», ripete ossessivamente il colono tenendo la sua telecamera a non più di 3-4 centrimetri dal volto di Shaul. Poi improvvisamente riceve una telefonata e si allontana. L'ex soldato riprende il suo racconto ma la calma dura poco. Dopo meno di un minuto, all'inizio di Shuhada Street, giungono altri tre coloni. Tra questi, due sono noti come i principali esponenti dell'estremismo di destra che domina in molte colonie ebraiche in Cisgiordania: Baruch Marzel e Itamar Ben Gvir (entrambi hanno firmato qualche giorno fa un «patto» di resistenza contro qualsiasi evacuazione di insediamenti colonici nei Territori occupati). Il primo si disinteressa di Shaul e, con tono di voce calmo e monotono, ci esorta a non ascoltare «quelle bugie». Yehuda Shaul, ripete Marzel, «è un malato di mente, tutta la sua famiglia ha grossi problemi, sua sorella dice di essere religiosa ma è una poco di buono. Sappiamo tutto di loro. Shaul lavora per conto dell' Unione europea, sì lo pagano gli europei per costruire le sue accuse contro gli ebrei», insiste monocorde il colono, mentre a distanza di un paio di metri Ben Gvir spara raffiche di offese infamanti contro Shaul. Proseguiamo lungo via Shuhada Street. L'atmosfera è tesa ma ancora calma, i coloni, diventati nel frattempo una dozzina, ci seguono assicurando che «tutto è a posto», ma, all'improvviso, nei pressi di Bab Zawiyeh, al transito per la zona H1, Ben Gvir, ben riconoscibile per la sua camicia color giallo, sferra un calcio alla gamba destra di Shaul che accusa il colpo ma prosegue senza fiatare, per evitare il peggio. Poi comincia la gara di coraggio di bambini e ragazzi, tra i 10 e 12 anni, contro il «traditore». Un paio riescono a raggiungerlo con calci e sassi. Giunge finalmente la polizia ma a finire sotto accusa è proprio Shaul. «Basta, sei in arresto, tutte le volte che vieni qui esplode un casino», urla un agente tra gli sguardi soddisfatti dei coloni. Saliamo assieme all'ex militare a bordo della jeep della polizia che ci porta alla Tomba dei Patriarchi. Ci viene intimato di lasciare subito la città, Shaul però non demorde. «Voglio andare a far visita al mio amico (palestinese), e ci andrò a qualsiasi costo», ripete ai poliziotti che, stanchi della discussione, ci ordinano di rientrare nella jeep e ci portano a tutta velocità a casa di Hani Abu Heikal. Il sistema di comunicazione interna dei coloni si dimostra ancora una volta molto rapido. All'ingresso dell'abitazione ci attendono Ben Gvir e Ohana per scaricare addosso al «traditore» altre decine di parole irripetibili. La tensione di Shaul si scioglie a casa di Abu Heikal. Quelli che un tempo erano i suoi nemici, contro i quali lanciava granate, oggi lo accolgono con un sorriso e una stretta di mano. «Ahlan wa sahlan, benvenuto Yehuda, entra, accomodati», dice Abu Heikal. «Ramadan karim", replica Shaul mostrando rispetto per il mese sacro islamico. «La nostra esistenza è un inferno - riferisce Abu Heikal, «tutte le volte che esco o torno a casa devo superare quattro posti di blocco militari mentre i coloni si muovono liberamente». Il suo resoconto è un triste elenco di vessazioni continue. «I coloni fanno di tutto per costringermi a lasciare casa: hanno dato fuoco più volte alla mia auto, ai miei alberi d'olivo. Ho filmato alcune di queste azioni con la telecamera che mi ha dato "Betselem" (un centro per diritti umani israeliano, ndr) e le immagini spesso mostrano i volti dei responsabili degli attacchi. Ho consegnato tutto alla polizia (israeliana) ma sino ad oggi non e' accaduto nulla, i coloni continuano a fare ciò che vogliono», prosegue Abu Heikal, che ci saluta con una promessa: «non andrò via, resterò qui». Torniamo a piedi verso la Tomba dei Patriarchi, Shuhada Street è vuota. Regna il silenzio, il silenzio che Yehuda Shaul ha deciso di rompere.

15 settembre 2008

Militari


Vengo da un Paese la cui storia è macchiata di sangue per colpa dei militari.
L'esercito argentino, dopo l'indipendenza dalla Spagna, ha continuato per decenni una lunga serie di guerre fratricide sia contro gli stati vicini sia contro i propri cittadini.
Fra le vittime: i gauchos federali; tutta la popolazione nera mandata a morire nella guerra contro il Paraguay (l'Argentina è l'unico paese latinoamericano a non avere più abitanti di origini africane); i popoli indigeni soprattutto della Pampa e della Patagonia (ma neanche gli altri sono stati trattati troppo bene); gli operai, i sindacalisti, gli studenti, i giornalisti, gli oppositori dagli anni '20, quando in teoria eravamo già una democrazia, in poi.
14 colpi di stato militari in 80 anni. Mica roba da poco.

L'unica guerra che i tronfi militari argentini dovevano vincere, l'hanno persa miseramente. Si trattava di legittimi diritti di sovranità territoriale, quelli sulle isole Malvinas (che gli europei si ostinano a voler chiamare col loro nome colonialista ovvero falklands) riconosciuti persino all'ONU. Ovvio che non appoggio l'uso della forza per risolvere conflitti internazionali (in quel caso si usò una legittima rivendicazione per una campagna propagandistica meschina). Tanto più che i generali alcolizzati mandarono i giovani e inesperti soldati di leva del nord equatoriale a morire sgozzati dai mercenari ingaggiati dagli inglesi.
Tiranni, repressori, assassini e persino vigliacchi.

Tutto questo per dire cosa? Che la retorica militarista va combattuta con energia perché storicamente non porta a null'altro che alla catastrofe. E le società militarizzate sono estremamente pericolose, soprattutto se appartengono a stati armati fino ai denti.

Con questo post -visto che ne avevo parlato poco tempo fa- voglio far conoscere il problema di un'associazione israeliana di obiettori di coscienza. Obiettori che rischiano molto, moltissimo proprio perché Israele è uno stato estremamente militarizzato e armato fino ai denti e anche di più.

Si chiama New Profile e molto probabilmente subirà un processo penale.
Poiché gli obiettori israeliani sono voci zittite e perseguitate nel loro paese, perché hanno deciso di opporsi alla logica distruttrice del militarismo, e poiché togliendo loro la voce si toglie spazio anche alla speranza di una vera sincera e duratura pace in Medio Oriente, credo sia giusto almeno far sapere che ci sono. Che non se la passano per niente bene. Che hanno bisogno del nostro appoggio.

"Beati i costruttori di pace" disse Gesù, no? Ecco. Cerchiamo di fare in modo che siano beati anche qui sulla terra e non solo nel regno dei cieli...


P.s.: se siete d'accordo con quanto scritto sopra, spero converrete sul fatto che anche il movimento vicentino "No Dal Molin" debba essere appoggiato e difeso. Il militarismo italiano puzza sempre di più e il problema serio è che nonostante l'evidenza, in Italia non è per nulla evidente (colpa anche della stupidità della sinistra ormai extraparlamentare, tutta quanta. E di quella cosa, quell'ameba incolore, che si fa chiamare "PD").


"Occhio per occhio... e alla fine il mondo diventa cieco"

Ora siamo molto miopi, cerchiamo almeno di metterci gli occhiali...


P.s.: consiglio caldamente di vedere un film uscito pochi mesi fa al cinema. Un bel film, statunitense, che ha pure incassato parecchio. Si chiama "Nella valle di Elah" ("In the valley of Elah" o, in spagnolo, "En el valle de Elah") , con un bravo Tommy Lee Jones come protagonista. Poi mi dite...

10 settembre 2008

Scintille

Scintille di scontri.
In questi ultimi giorni come al solito è successo di tutto. Evito di parlare di temi politici: per quelli consiglio come sempre il solito sito (lo trovate a fianco con i continui aggiornamenti), che lo fa per conto proprio (perché creare un doppione?).

Qui a Betlemme ieri e oggi ci sono state proteste nei campi profughi, specialmente in quello di Azeh, che è dove vado a fare le mie lezioni di arabo. Da una quarantina di giorni l'acqua è razionata e insufficiente. Ora gli abitanti del campo sono in rivolta. Vi dirò domani, visto che ci dovrò andare.

Continuano le solite operazioni militari e di "sicurezza" israeliane in West Bank. Due giorni fa, ad esempio, tornando da Hebron ci siamo trovati in coda per l'improvvisa e inspiegabile chiusura del checkpoint sulla strada per Betlemme. Coda su entrambi i sensi e nessuna spiegazione.
Siamo entrati facendo il giro largo dall'unico altro accesso consentito da lì, quello di Beit Jala sperando che i militari non fossero anche lì (spesso succede).

Stasera ci sono stati violenti scontri a Nablus. Nablus è praticamente una città accerchiata e assediata. Dopo la preghiera serale, 30 veicoli militari israeliani sono entrati in città provocando una fitta sassaiola. Un ragazzo palestinese di 25 anni, affiliato alle brigate Al-Aqsa, è morto dissanguato. Altri due (che erano parte di quel gruppone di 198 prigionieri liberati da Israele come "gesto di buona volontà verso Abbas") sono stati arrestati. Gli scontri proseguono...

9 settembre 2008

Energia positiva

Sono passate da poco le 8 di sera, è buio da un pezzo, l'aria è frizzantina e sto digerendo una cena abbondante a base di spezzatino e polenta, hummus, felafel e altre cosette palestinesi. Lo spezzatino è stato il mio contributo alla cena, un po' per ringraziare dell'ospitalità e dei tanti favori ma un po' anche per dimostrare concretamente che in Italia -contrariamente a quanto si crede qui- non si mangiano solo spaghetti e pizza!
Mentre solletico i tasti, mi accompagna una colonna sonora random che ora si è fermata sulle note di un vecchio ma rivoluzionario gruppo musicale argentino, i Sumo, guidati da un visionario e geniale tossicomane romano (Luca Prodan) che osava cantare in inglese proprio negli anni in cui la dittatura militare lo vietava.
Fuori, invece, posso sentire il muezzin che dalla moschea qui dietro guida la preghiera serale del dopocena.

Sì, è da un pezzo che non scrivo. Ero alla ricerca di stimoli dopo un periodo un po' piatto e monotono, privo di emozioni, di speranze (per la causa palestinese, intendo), di certezze...
Direi che ora sono arrivati.

In questi giorni è successo un po' di tutto. Nulla di sconvolgente ma almeno fuori dalla routine. Forse è stato l'arrivo di settembre e l'inizio del ramadan a scombussolare un po' tutto.

Per prima cosa ci si è messa la decisione di anticipare l'entrata in vigore dell'ora solare: per cui ora abbiamo la stessa ora italiana con la differenza che alle 18 inizia a far buio. In Israele, invece, il cambio dell'ora sarà a fine settembre, con l'inizio del nuovo anno ebraico. Per cui, da qui a Gerusalemme c'è il fusorario!!!

RAMADAN

Il Ramadan è molto diverso da quello che mi aspettavo. Intanto, si lavora meno: noi si chiude alle 14. Le strade della città brulicano di gente alla ricerca degli ultimi ingredienti per la cena. I datteri, provenienti da Jerico, vanno a ruba (secondo la tradizione, il digiuno si rompe mangiandone tre). I panifici sono tutti indaffarati a sfornare dolci e dolcetti vari, i venditori di shawarma (kebab in Italia) iniziano a cucinare solo verso le 16 ma intanto preparano le vasche di sottaceti, verdure e accompagnamenti vari. Nessuno beve, nessuno mangia, nessuno fuma. Anche i più laici tra i musulmani rispettano il Ramadan.

Ecco, il clima che si respira è quello che non mi aspettavo di trovare. Ho sempre assimilato questo momento della vita dei musulmani alla nostra Quaresima: un momento di penitenza, di digiuno, di astinenza, di preghiera (cosa che credo quasi nessuno faccia, ormai, me compreso a parte il non mangiare carne il venerdì). Invece mi devo ricredere: è più simile al clima Natalizio. Con tanto di lucette di Ramadan che illuminano le notti islamiche. Già: non alberi di natale o stelle comete bensì mezzelune e stelle colorate e intermittenti! Anche i programmi televisivi seguono questa direzione: invitano le famiglie a raccogliersi, a passare momenti insieme, a ritrovare parenti, far giocare i bambini...

La giornata tipo inizia alle 2.30 del mattino quando il muezzin lentamente sveglia la città col suo canto lamentoso. Di solito, ad accompagnarlo qui nei dintorni c'è un gallo che non ha ancora capito che l'alba è verso le 6 e non all'una di notte!!! Maledetto!!!
Una volta svegli, i musulmani fanno una colazione che definire abbondante fa sorridere. E poi, nuovamente a nanna fino all'ora di alzarsi sul serio per andare a lavorare o a scuola. Da qui, fino alle 18, niente cibo e niente acqua. Vietato ingerire qualsiasi cosa, fumo compreso. I più intransigenti sputanto anche la saliva. Lo scopo del digiuno è quello di far ricordare a tutti che c'è gente al mondo che patisce fame e sete e che è dovere di tutti nutrire e dissetare i meno fortunati. E' tradizione consolidata, tra l'altro, invitare i più poveri o meno fortunati al proprio tavolo per festeggiare insieme. Insomma: un clima “natalizio” vero e sincero, molto lontano da quello che è diventato il nostro Natale grazie al nostro stupido e irrefrenabile consumismo.

Ci ho provato anch'io a stare totalmente a digiuno un giorno. Mi sono alzato alle 2 del mattino per la mostruosa colazione (che mi è andata su e giù fino al primo pomeriggio) e per tracannare almeno 1,5 litri d'acqua. Alla fine, beh dai, ho resistito: stare senza cibo non è difficile (lo scoutismo insegna anche questo!). Ciò che mi ha fatto veramente soffire è stata la mancanza d' acqua: già alle 7.00 del mattino mi stavo disitratando e lamentando e alla sera ormai avevo le labbra secche. Altro che 3 datteri: appena il muezzin ha intonato il solito “Allaaahu akbar.... Allllaaaaaaaaahuaaaaakbaaaar...” ho prosciugato un'intera bottiglia d'acqua.
Mai più...

La fatica del digiuno, tuttavia, ha fatto riflettere anche me: ho pensato a quanto debba essere difficile osservare il Ramadan per i musulmani che vivono fuori dai paesi islamici. Cominciando da Treviso: lì l'orario non è cambiato per cui si cena più tardi; gli orari lavorativi non vengono modificati per cui la fatica aumenta notevolmente; il clima festivo del Ramadan è disturbato pesantemente da quei ferventi cattolici bestemmiatori dei leghisti. Sono bravi a non diventare veramente terroristi, dopo aver subito tante angherie e stupide repressioni. Sono certo che se ad un solo cristiano in giro per il mondo fosse impedito di celebrare il Natale (magari in un paese islamico), la stampa occidentale scatenerebbe il putiferio.



LETTURE

Lo scorso fine settimana sono stato colto da febbre di lettura. Ho avuto improvvisamente il bisogno di leggere, qualsiasi cosa: libri, riviste, giornali, pubblicità purché scritti in qualsiasi lingua a me comprensibile anche solo in parte. Unica condizione: niente file né siti internet (voglio sedermi fuori sul terrazzo a leggere veramente. Leggere, leggereeeeee!) e soprattutto che non tratti il conflitto israelo-palestinese o la religione (qualsiasi religione, anche quella che venera Bacco). Insomma: avevo assoluto bisogno di dare aria al cervello per evitare un surriscaldamento. Purtroppo a Betlemme non c'è granché: i pochi giornali sono in arabo, c'è un negozietto che vende riviste in inglese che definirei ormai antiquate e non ho visto una sola libreria o edicola. Ho chiesto una dritta a Jonas che mi ha consigliato la libreria del Centro per la Pace in Manger square (ma i libri sono prevalentemente sul conflitto). O di andare a Gerusalemme. Non ci ho pensato due volte: Gerusalemme.

Mi sono mosso un po' tardi, come al solito sono andato a piedi fino al checkpoint (da dove sto io ci si mette una mezz'oretta) e lì ho trovato coda, l'autobus ci ha messo un po' a partire e quando sono arrivato era tardi. Ancora più tardi considerando il “fusorario”, che io non avevo calcolato. Per cui, ancora una volta tutto chiuso. E vaffanculo!!!! Almeno ho respirato un minimo di libertà, nonostante la soggezione che ti inculca la presenza ossessiva compulsiva dei simboli ebraici.

Poco dopo la mia lunga e infruttuosa passeggiata alla ricerca di letture di qualsiasi genere, ho incrociato Massimo col quale ci siamo scolati un paio di birre liberatorie, scambiandoci le nostre impressioni a quasi due mesi dal nostro arrivo. Condividiamo un certo pessismismo e senso di impotenza per una situazione ogni giorno più complessa, difficile da schematizzare e da districare. Il nostro fervente idealismo speranzoso degli inizi si scontra con questo surrealismo disarmante che respiriamo ogni giorno. Boh. Meglio agire da professionisti, come macchine che si limitano ad eseguire senza chiedere? Chissà, forse è l'unico modo per non farsi prendere troppo dallo sconforto pe chi lavora in questo campo. Diceva Massimo che al Festival del cinema di Venezia è stato presentato un film (o un documentario?) che smitizza la cooperazione internazionale: non solo idealisti, non solo don Chisciotte, non solo romantici sognatori attorniati da bambini neri o da indigeni che indossano vestiti colorati. Spesso, appunto, chi lavora nei progetti di sviluppo è solo un tecnico, un professionista che si limita a fare il proprio lavoro. Chissà, forse troppa sensibilità rischia di ritorcersi contro chi cerca di cambiare il mondo. A volte il carico di emozioni, di sofferenze, di ingiustizie, di impotenza è troppo. In questi giorni ci stiamo scambiando alcune impressioni con gli altri compagni del master sparsi in giro per il mondo (quelli europei o che comunque vivono in Europa da tanto, come me; gli stranieri del “sud del mondo”; infatti, sono quasi tutti in Europa com'è giusto che sia): dal Sudafrica all'Argentina, dalla Repubblica Centrafricana al Brasile, dall'Etiopia al Venezuela e via dicendo. Quelli che sono “sul campo”spesso devono scontrarsi con situazioni pesanti e ci vogliono i peli sullo stomaco per non abbattersi. Non è facile. Me ne sto rendendo conto.


MAHIRA

Mahira è la più giovane partecipante all'ultimo master in cooperazione allo sviluppo dell'Istituto Universitario di Studi Avanzati di Pavia. E' maltese, di origini asiatiche e, come Massimo e me, è qui in Palestina per svolgere la sua internship, presso un'ong italiana che qui ha un progetto con l'artigianato locale. E' arrivata pochi giorni fa, alle 3 di notte, e ha avuto un'ottima accoglienza dalle autorità israeliane: i poliziotti che l'hanno interrogata, addirittura ignoravano l'esistenza di Malta e una volta saputo che ora è nell'Unione Europea, uno di loro ha sbottato: “I hate Europe!” (odio l'Europa). La ciliegina sulla torta, però, è stata la reazione che hanno avuto quando ha risposto affermativamente alla domanda “Per caso tuo padre è musulmano?”. Tre ore di interrogatorio e perquisizioni. Ha battuto anche me e le mie due ore... Welcome to Israel.

Per qualche giorno Mahira è stata ospite di Massimo a Gerusalemme, fino a domenica quando il nostro romagnolo preferito è ritornato al lavoro ma con una trasferta a Jenin. Per cui Mahira è diventata mia ospite. Quello che non avevo capito -e ho scoperto solo la mattina di domenica- è cheavrebbe dovuto dormire qui da me. Evidentemente c'è stata un'incomprensione fra Massimo e me. Nessun problema, gli amici sono sempre i benvenuti e soprattutto non si lasciano mai per strada! Peccato solo che Abu Wahid, settimane prima, mi aveva avvisato che non posso assolutamente ospitare ragazze. “Tu da solo con una donna no, non si può, non possiamo ”. Eventualmente avrebbe provveduto a trovare un'altra sistemazione in casa sua per le eventuali amiche che vengono a trovarmi.(La mia dolce metà, quindi, può stare tranquilla e non soffrire di gelosia, he he he!). Madre esclusa, che ha il permesso e il sacrosanto diritto di stare qui.

Insomma: mi sono trovato improvvisamente impelagato in una situazione complicata alla quale la mia soluzione è stata di ospitare in ogni caso l'amica, con o senza permesso. Non ho voluto dire a Mahira del malinteso (se non a giochi fatti e strafatti) però abbiamo dovuto elaborare lo stesso una strategia che comprendeva una gran balla. O meglio: una semi-balla. Ovvero che la sua capo (responsabile dell'Ong italiana qui a Betlemme) doveva arrivare in nottata dall'Italia ma non siamo riusciti a metterci in contatto per cui, data l'ora tarda, abbiamo optato per l'ospitalità improvvisata qui.

Ecco, ovviamente mi sono sentito un po' poco onesto. Ironia della sorte, però, è andata proprio così! Nel senso che veramente la tizia dell'ong doveva arrivare domenica sera sul tardi ma ci sono stati dei problemi per cui sono arrivati alle 5 del mattino di lunedì e i telefoni non funzionavano! Insomma: altro che balla, abbiamo semplicemente previsto il futuro!

La torrida giornata di domenica (umidità, caldo, sole assassino), ancora ignari delle nostre capacità divinatorie, l'abbiamo trascorsa a fallire tentativi di ogni tipo. Non siamo riusciti a visitare la basilica della Natività e soprattutto la grotta perché la struttura traboccava di turisti. Non siamo riusciti a trovare uno straccio di paninaro o negozietto aperto perché per i musulmani la domenica è un giorno feriale ma siamo in Ramadan, e per i cristiani (che non osservano il Ramadan) èun giorno festivo ergo chiudono tutto. Non siamo riusciti ad andare a Jerico perché faceva troppo caldo e ormai era tardi. Non siamo riusciti ad andare all'Herodion (il sito archeologico dell'imponente residenza del re Erode) perché non c'erano autobus ma solo tassisti che volevano a tutti i costi pelarci con prezzi da usurai camorristi e nemmeno senza nasconderlo troppo. Non siamo riusciti a visitare nemmeno un museo perché erano tutti chiusi e strachiusi nonostante i cartelli con gli orari indicassero tutt'altro. Non siamo riusciti ad andare in un supermercato per prendere un paio di cose per la colazione perché quando mancano venti minuti alle 18 (cioè quando il muezzin dice che si può rompere il digiuno) la città incasinata diventa improvvisamente una ghost town a cui mancano solo i classici cespugli secchi che rotolano sulla strada polverosa come nei western. Non siamo riusciti a fotografare un gruppetto di bambini in groppa ad un cavallo scheletrico, perché mancava il flash. Non siamo riusciti a tornare subito a casa perché alcuni ragazzi al panificio qui vicino ci hanno chiesto un miliardo di volte di andare da loro, invitandoci a fare due chiacchiere. Ci hanno regalato pane, dei biscotti ripieni e dei grissini caserecci (tutto appena sfornato) e non ho capito perchè. So solo che volevano divertirsi un po' in maniera innocente, ma pure loro non sono riusciti in qualche cosa: non sono riusciti a non farsi sgamare. Nel senso che parlavano in arabo guardano Mahira. La quale però l'arabo lo capisce benissimo. Lei è stata al gioco finchè, all'ennesima risata, ho avverito l'unico ragazzo che capiva l'inglese: “Dì ai tuoi amici che non esagerino troppo. Lei l'arabo lo capisce perfettamente”. Immediatamente costui ha tradotto e le facce degli amici si sono improvvisamente congelate. Una scena stupenda!

La lista dei nostri fallimenti, fortunatamente sta per finire: non siamo riusciti a non farci scoprire da Abu Wahid. Abbiamo inscenato la nostra balla studiata in mattinata e lui, a sorpresa, è sembrato averla presa bene, tutto sommato. Peccato che mi abbia gelato il sanguen avvisandomi che da lì a tre ore avrei avuto una famiglia statunitense come coinquilini, fino a dicembre. Ovviamente sono rimasto tramortito: come sarebbe “una famiglia”? Pure statunitense? E soprattutto: fra tre ore? E fino a dicembre? E se non fossi stato d'accordo? E se anche lo fossi: un po' di preavviso no? Shock. La speranza era che si fosse trattato di uno scherzo.

L'ultima cosa che non siamo riusciti a fare è stata trovare un locale o qualsiasi cosa che servisse piatti palestinesi. Convinti, siamo entrati in una pizzeria. Evabbé: serata a birra palestinese e pizza (neanche male, peraltro) farcita di anneddoti dei quasi 8 mesi pavesi, con i retroscena delle notti passate tra l'osteria Sottovento in mezzo a cani e punk, Radio Out e le varie case di studenti che di sera si trasformavano in lupi mannari e alcolizzati. Boh: in 8 mesi non mi ero accorto quasi di nulla!

Ormai stanchi morti, anche per il fumo del narghilé, ci avvicinavamo a casa soltanto con una cosa in mente: che sia vero che quando apriremo la porta troveremo una famigliola yankee ad attenderci? Gli ultimi gradini li ho fatti quasi terrorizzato perché c'era una luce accesa. Fine delle speranze.

O no? Boh, non si capisce: nulla fa intendere che ci siano nuovi ospiti tranne la luce accesa in bagno e una delle due camere vuote che ora ha la porta aperta (e prima era chiusa a chiave). Mistero della fede? Semplice ripicca di Abu Wahid? O innocente scherzo? o... boh? Vabbé. Mahira ringrazia il cielo perchè almeno c'è un letto in più disponibile (aveva preteso a tutti i costi di dormire sul divano, nonostante la mia ferma contrarietà!), io resto a rimuginare.

Solo la mattina dopo scoprirò che non si trattava di una balla: la camera era aperta perché effettivamente la casa era stata visitata da queste persone e Abu Wahid si era dimenticato di chiuderla. Però erano passati solo per vedere, non per starci da subito. Beh, almeno la cosa è più ragionevole. Anche se avrei gradito il preavviso...


La mattina, mentre io ero in ufficio, Mahira è rimasta a casa cercando di capire la sorte dei responsabili della sua ong. Salvo poi scoprire che la nostra balla era l'esattissima verità!


OLANDESI

Anche in ufficio sono avvenuti dei cambiamenti. Lunedì ho accompagnato Noah e Lina a sud di Hebron per conoscere professori e preside di una delle nuove scuole in cui dal prossimo mese si inizierà il progetto dei “Giovani Negoziatori” (l'acronimo in inglese è YNP). Non mi ricordo se ne ho parlato in altri post: si tratta di un programma il cui scopo è quello di fornire agli studenti adolescenti palestinesi e ai loro professori, i mezzi per cercare di risolvere in maniera nonviolenta e pacifica i propri conflitti quotidiani, imparando a negoziare e dialogare affinché le soluzioni ai vari problemi accontentino tutti (“win-win”) e non solo alcuni (“win-lose”) o nessuno (“lose-lose”). IlYNP è nato ormai 8 anni fa e ha raggiunto quasi 180 scuole, guadagnandosi una grande popolarità tanto da essere richiesto anche nella vicina Giordania. Si tratta del progetto di punta del CCRR ed è finanziato da una ong olandese, War Child, che come dice il nome si occupa di bambini in sitazioni di guerra o comunque di conflitti armati.

Ne parlo perché il mio compito qui è quello di rinnovare profondamente il sistema di valuatazione proprio di questo progetto, affinché sia War Child (il donor) sia il CCRR capiscano quali siano i reali effetti prodotti. Insomma, in poche parole: vogliamo capire se il YNP ha cambiato oppure no la vita di sti benedetti ragazzini e in che modo.

Oggi, appunto, è venuta una delegazione di War Child a parlare del YNP. Non voglio rivelare i contenuti della riunione. Però le conclusioni sono state di sicuro una sorpresa per tutti noi. Non molto positiva, nonostante non si metta in discussione la partnershio né la validità del progetto.

Per quanto mi riguarda direttamente, devo dire che ho fatto il mio “debutto in società” nel senso che ho presentato ufficialmente la mia proposta di valutazione, con dei questionari nuovi di zecca e alcune idee che dovrebbero andare in contro ai bisogni del CCRR ma soprattutto, in questo momento, a quelli di War Child. I questionari sono piaciuti, hanno destato interesse e curiosità e forse ho contribuito a salvare la partita in calcio d'angolo. Vedremo domani, perché quelli di War Child ritorneranno anche per parlare con me, cosa che inizialmente non era prevista.



I
SRAELIANI IN PALESTINA?

Ancora un po' scossi dalla riunione di ieri - e già pronti per elaborare la contromossa necessaria – oggi abbiamo ricevuto la seconda importante visita. Anche questa volta si parla di valutazione (anzi, ad essere più precisi è un monitoraggio) e di nostri progetti. Anche in questo caso, il progetto in questione è di mediazione e negoziazione.

Il valutatore, Rafael, è spagnolo (così come il “capo” locale di War Child, Andrés) ed è un freelance ingaggiato dalla Commissione Europea per monitorare i progetti finanziati con gli euro delle vostre tasche. Rafael è il capo-missione del squadra sguinzagliata tra Israele e Palestina. L'incontro sarebbe riservato a Noah e Carola (che seguono il progetto da più vicino) ma ci è stato chiaramente detto che se vogliamo possiamo partecipare. “Posso vedere? Voglio fare come gli studenti di medicina che osservano da vicino i dottori che operano” è la mia richiesta. In effetti, vedere un valutatore in azione forse potrebbe darmi qualche spunto. Accordato.

Quando arriva, è accompagnato da due persone che credo essere suoi collaboratori. Solo dopo aver iniziato la riunione capisco che anche loro erano lì per essere valutati. Unica differenza: erano israeliani, ebrei.


Ebrei a Betlemme? Ma come cavolo hanno fatto per entrare? E' la prima volta che vedo degli israeliani ebrei qui, in Palestina, seduti accanto a palestinesi, scherzando e ridendo con loro.

Ancora stupefatto, prendo nota delle domande, degli atteggiamenti del valutatore, delle sue reazioni. Ha un modo di fare accomodante, mette le persone a loro agio tanto che si fa a gara per parlare, per fornire informazioni, raccontare anneddoti, dettagli, curiosità.

E un po' alla volta, la mia attenzione si concentra anche sul progetto. Che mi lascia a bocca aperta. Ora finalmente capisco concretamente quale sia la grande validità del CCRR e perché lo scorso anno vinse un premio internazionale per la propria attività.


Allora. Questo progetto (di cui non ricordo il nome!) è stato creato e portato avanti congiuntamente da due ong: il CCRR in Palestina e Neve Shalom in Israele. Il loro scopo è quello di creare due gruppi eterogenei rispettivamente di palestinesi e di israeliani, per un totale di 60 persone. Questi gruppi si impegnano a partecipare per circa 3 anni alle varie attività che, in grandi linee, sono le seguenti:

-degli incontri “interni” per conoscersi e organizzarsi in gruppi autogestiti di lavoro e discussione

-la scelta dei rappresentanti e dei “capi-negoziatori”

-3 incontri (in luogo neutrale, all'estero) fra rappresentanti palestinesi e israeliani, che devono negoziare sui temi trattati nei propri gruppi di lavoro.


Fin qui quasi nulla di nuovo, perché progetti che fanno incontrare israeliani e palestinesi ce ne sono. La novità – che mi ha stupito parecchio – è che non si cerca il dialogo e l'accordo bensì lo scontro, il conflitto. Detta così suona male. Cerco di spiegarmi.


Come ho scritto molti post fa, i palestinesi sono critici verso questo tipo di progetti e non hanno tutti i torti. Anche Carola (l'esperta tedesca in scienze sociali che lavora al CCRR) lo dice: c'è un modo di operare nella cooperazione internazionale che si chiama “do no harm” ovvero “non creare danno”. I progetti di dialogo, invece, spesso crearo un danno serio ai partecipanti. I palestinesi, infatti, quando scoprono personalmente l'esistenza di “israeliani buoni” restano scioccati e piombano quasi nella depressione: la loro reazione, infatti, è quella di mettere totalmente in dubbio tutto il loro vissuto: il “nemico” che ha occupato e depredato le loro terre improvvisamente ha una faccia diversa. Chi, allora, è il colpevole? D'altro canto, per gli israeliani c'è tutto da guadagnare: dimostrando di essere in grado di parlare con dei palestinesi e anche di farseli amici, l'israeliano dimostra a sé stesso e agli occhi di osservatori esterni di non essere in torto e, in qualche modo, si “pulisce” la coscienza. Però questo è uno degli ulteriori effetti perversi dell'occupazione.


Altri aspetti negativi dei tradizionali progetti l cui scopo è il dialogo sono:

-la scelta dei partecipanti: di solito vengono scelte persone con una certa attitudine, in maniera da facilitare il dialogo;

-la formazione: i partecipanti frequentano dei corsi, per imparare a negoziare e interagire;

-lo scopo finale: spesso è raggiungere un accordo che vada bene a tutti – onestamente mi sembrava la cosa più ovvia – nell'ottica di “volemose bbene, siamo tutti fratelli” anche quando la realtà (come in questo caso) è ben diversa.


La scelta metodologica di CCRR-Nevé Shalom è esattamente l'opposto:

-i partecipanti sono scelti in maniera da rappresentare l'intera società, includendo quindi anche soggetti politicamente radicali e addirittura estremisti, militanti politici ma anche semplici civili ignari, professionisti (come avvocati e giornalisti) e non, giovani e vecchi, uomini e donne, ecc. I gruppi, quindi, sono veramente eterogenei;

-non si fa formazione: i partecipanti ricevono solo supporto logistico. L'organizzazione dipende totalmente da loro;

-non c'è nessun accordo da raggiungere: l'unico scopo è di far incontrare gente non necessariamente convinta di volere la pace e di accettare la controparte.


Date le premesse, è legittimo credere che appena si incontrano, questi rappresentanti israeliani e palestinesi finiscono per scannarsi. E infatti è così! Ed è proprio questo lo scopo: si da la possibilità alle

due parti di insultarsi anche, di litigare, di scontrarsi. Ma almeno si vedono in faccia, ad armi pari (o meglio, senz'armi...), per la prima volta.


E allora? Cos'ha di tanto straordinario questo progetto? Proprio questo: che le persone si vedono, che portano il conflitto in un posto determinato. E così facendo, prima o poi scatta quel meccanismo per cui finisci per ascoltare quello che fino a due secondi prima volevi scaraventare fuori dalla finestra. E scopri che non avevi mai capito le ragioni che stavano dietro al suo comportamento.


Ci sono due storie che hanno raccontato stamattina, sia Noah sia i due israeliani di Nevé Shalom, che illustrano a fondo i cambiamenti profondi che questo progetto ha introdotto. I protagonisti non avrebbero mai e poi mai pensato di potersi comportare così nella loro vita.


Il primo è un giornalista israeliano, di estrema destra, militarista convinto. Quando decise di tentare l'esperienza odiava visceralmente i palestinesi e non risparmiava insulti contro i loro giornalisti che definiva degli incompetenti senza classse, dei terroristi che facevano solo la propaganda di Hamas. Insomma: per nulla conciliante. Al primo incontro israeliani-palestinesi per poco non scatenava una rissa: volavano insulti come “pazzi terroristi suicidi” e risposte come “colono sionista assassino”. Se ne andò sbattendo la porta. Per poi, dopo una mezz'oretta, tornare timidamente attratto dall'irresistibile curiosità del giornalista. Restò in silenzio per un po' e per la prima volta ascoltò cosa avevano da dire i giornalisti palestinesi. E, lentamente, scoprì che non aveva mai chiesto nulla a nessun palestinese: aveva vissuto e scritto solo in base a dei pregiudizi errati. Finalmente si decise a provare a parlare (e non ad insultare) un suo “collega” palestinese scoprendo che addirittura potevano diventare amici. Amicizia che è diventata anche collaborazione tra professionisti. E che una volta ha salvato la vita al palestinese intrappolato in una casa accerchiata da soldati israeliani pronti a farla saltare. Bastò una telefonata e il corpulento e influente israeliano arrivò sulla scena, minacciando i soldati e iniziando una lunga trattativa conclusasi nel migliore dei modi.


Il secondo è un palestinese (che ho conosciuto stamattina), militante in una formazione politica radicale, abitante del campo profughi di Deheishe ed ex-prigioniero politico. Uno che gli israeliani li voleva buttare a mare in un colpo solo. Arrivò al progetto quasi per caso ma decise di accettare la sfida, soprattutto per la curiosità di vedere se realmente era possibille che ci fossero degli israeliani non armati, non soldati, non coloni. Le sue posizioni radicali non le ha affatto perse ma, scontrandosi col “nemico” ha scoperto che alcuni erano anche degni di diventare amici.La sua cerchia lo bollò immediatamente come traditore, collaborazionista, svergognato. La moglie tuonò spesso contro di lui: “ma chi mai se lo sarebbe aspettato, proprio da te, ma ti rendi conto di ciò che fai?”. Sfidando la propria storia, la propria famiglia, i proprio amici e il proprio campo profughi, il militante palestinese un giorno portò l'amico israeliano a Betlemme, nella sua casa. Per nulla intimorito, l'israeliano quel giorno mantenne e difese le proprie posizioni. Con una grande differenza: stavolta ascoltava, anche, e vedeva ciò che in Israele non avrebbe mai potuto vedere. Ora sono vari gli amici del militante palestinese che gli chiedono di poter far parte pure loro del progetto.


Insomma: oggi ho avuto proprio un'overdose di energia. Noah mi ha anche proposto di partecipare al prossimo incontro (il terzo) fra palestinesi e israeliani in Giordania, sul Mar Morto, a novembre.

Improvvisamente mi è ritornata una forte carica positiva che pensavo di poter ritrovare difficilmente in questa pazza regione del mondo. Ora so che una speranza c'è ancora, che è reale. Che ancora vale la pena crederci.

Stamattina sono stato testimone di un piccolo miracolo.

Grazie Noah...



P.s.: mi sono accorto che i: palestinesi non hanno le idee molto chiare su cosa ci sia fuori dalla Palestina. Grazie tante, mi direbbe qualcuno: non possono uscire! E' vero, ma da qua a scambiarmi per tailandese (eh?!?), cubano (mah...), giapponese (cosaaaaa?!?!?!?!?!), statunitense (nnnnnnooooooooo!!!!! quello nnnnoooooo!!!!) o ebreo (ma dove cacchio l'avete vista la kippà?) ce ne passa!!

4 settembre 2008

Pace possibile?

manifestanti ebrei contro il sionismo. Nei due cartelli in inglese si legge, da destra verso sinistra:
"I sionisti NON rappresentano il popolo ebreo"
"Agli ebrei e' vietato insultare i luoghi santi islamici"

Sono sempre piu' convinto che bisogna dare voce e spazio all'opposizione Israeliana (ebrei non sionisti, refuseniks, obiettori di coscienza, sinistra ma quella vera, laici): e' l'unica maniera per fermare la follia, visto che dei palestinesi ce ne freghiamo e li trattiamo tutti come terroristi.



P.s.: due giorni fa all'AIC di Beit Sahour abbiamo visto un documentario israeliano sull'incredibile vicenda dell'ingegnere nucleare israeliano Mordechai Vanunu, che accuso' Israele di possedere e costruire ordigni nucleari. In un'incredibile storia -vera- di persecuzioni, spionaggio, fu rapito da agenti del Mossad a Roma e tenuto in prigione per 18 anni di cui ben 11 in isolamento!
La sua "sfortuna" e' stata molteplice: non solo e' stato considerato un traditore per aver svelato segreti militari (ma Israele stava violando palesemente la legge). Peggio ancora: era ebreo sefardita (quindi considerato inferiore rispetto ai dominanti ashkenaziti di origine europea), nato in Marocco (ah! orrore! pure arabo!) e peggio che peggio: si converti' al cristianesimo. Sufficiente per invocare la pena di morte, come e' stato fatto....
In tutti quegli anni non arretro' di un solo passo, vincendo la sua battaglia ma pagando un prezzo altissimo.
Ora -pur essendo in "liberta'"- e' costretto a vivere in un luogo isolato, non puo' uscire da Israele, gli e' vietato avere un cellulare o una connessione internet, le interviste che rilascia vengono prima censurate...

Un uomo veramente incredibile... E l'ennesima storia surreale. Ma c'e' qualche cosa di normale in questo Paese?

http://www.vanunu.com

31 agosto 2008

Qui Palestina, a voi Argentina...

Il mio Paese, l'Argentina, sta passando un momentaccio: mesi di conflitto fra i latifondisti del settore agricolo che protestavano per il (rozzo sì -tant'è che colpiva anche i piccoli produttori- ma giusto) tentativo del governo di aumentare le tasse alla produzione di soja (transgenica e destinata solo al mercato estero), risolti con un clamoroso voltafaccia del vicepresidente della Repubblica a favore dei latifondisti; polemiche sempre più forti per l'evidente manipolazione dei dati statistici per far sembrare più bassa un'inflazione preoccupante; dubbi sempre più insistenti sulla salute dell'economia argentina, e voci su una possibile crisi simile a quella del 2001; destra reazionaria sempre più aggressiva e forte (con minacce, pestaggi e via dicendo); via libera allo sfruttamento minerario di imprese straniere ai danni delle popolazioni locali che subiranno il saccheggio delle risorse e l'inquinamento e avvelenamento dell'ecosistema; intricato processo di ristatalizzazione dell'allora gloriosa compagnia aerea nazionale (Aerolineas Argentinas), la cui privatizzazione fu uno dei peggiori scandali degli anni '90 assieme alla privatizzazione dell'impresa nazionale di idrocarburi (YPF, ora nelle grinfie della spagnola Repsol).

Le ultime notizie riguardano i processi ai repressori, assassini e complici dell'ultima dittatura militare (1976-1983) che fu il necessario “processo di riorganizzazione nazionale” per distruggere definitivamente un modello economico basato sulla centralità dello Stato (che, nonostante tutto, funzionava; tant'è vero che per un periodo l'Argentina fu pure una delle grandi potenze economiche del pianeta...) e consegnarlo nelle mani del capitalismo straniero neo-liberista. Per fare ciò, fecero letteralmente “sparire” 30.000 persone, torturandone brutalmente migliaia con la “picana” (un saldatore con cui ci si divertiva a lanciare scariche elettriche ai detenuti) ammazzandone altrettante, rubando e trafficando i figli neonati delle prigioniere che partorivano nei campi di concentramento e tante altre belle cose. “Terroristi, comunisti”, solita scusa.
Erano studenti (anche minorenni), sindacalisti, operai, avvocati, giornalisti indipendenti e/o di sinistra, preti, suore, vescovi (legati in qualche modo alle comunità di base, alla teologia della liberazione o che semplicemente cercavano di seguire il Vangelo e quindi non stavano di sicuro dalla parte dei militari). C'erano, sì, anche militanti armati: ERP, Montoneros, JP. Una piccola minoranza che comunque non era di certo paragonabile (né per mezzi, né per crudeltà) alla repressione dei militari o degli squadroni della morte di estrema destra.
Insomma: "terroristi, comunisti" che giustificavano una "guerra interna" per difendere "gli interessi nazionali".
Assieme ai repressori e agli industriali che sostenevano gli assassini al potere, c'erano persino dei preti che assistevano alle torture, terrorizzavano i prigionieri , cercavano di convincere i familiari o gli stessi prigionieri a "cantare" consolavano quei rari militari che ogni tanto cedevano, convincendoli che era necessario che torturassero e ammazzassero. No, non sono balle: è tutto documentato e provato.

Dopo 30 anni ci sono dei processi, finalmente, ma in questi 30 anni quei repressori, assassini e complici vari sono rimasti a piede libero e non solo: hanno mantenuto i loro posti, sono stati promossi, hanno continuato a decidere la direzione politica ed economica del paese. Con quali risultati? La famosa crisi del 2001 parla per me.

Due giorni fa, due di questi grandissimi bastardi sono stati condannati all'ergastolo. Magra consolazione, se poi ci aggiungiamo che sconteranno la pena agli arresti domiciliari nelle loro lussuose ville.

Un celebre giornalista argentino, Osvaldo Bayer (storiografo anarchico, esiliato nel '74 e sceneggiatore del film “La Patagonia Rebelde” vincitore dell'Orso d'Argento al festival del cinema di Berlino, che parla dei veri fatti accaduti negli anni '20 quando l'esercito argentino soffocò nel sangue gli scioperi dei lavoratori agricoli), che ho la fortuna di conoscere di persona e di cui posso anche vantare l'amicizia, ha scritto un articolo per il quotidiano argentino “Página/12”. E' titolato “le lacrime di Bussi”, uno dei condannati appunto, e ho deciso di tradurlo perchè alcuni passaggi mi sembrano validi anche per l'odierna situazione palestinese...


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Le Lacrime di Bussi

di Osvaldo Bayer

Da Bonn, Germania

Ancora lo stesso. O peggio. Se uno non fosse pessimista, lo diventerebbe. Basta leggere le ultime statistiche, gli ultimi studi, per domandarci per l'ennesima volta: in che mondo viviamo?

Ma basta con i prolegomeni. Andiamo ai fatti. La Banca Mondiale l'ha appena detto: un quarto della popolazione mondiale vive sotto la soglia della povertà. E il progresso? Qual è il progresso? E chi è povero? Per fare questa statistica l'organizzazione qualifica come povero chi guadagna meno di 1,25 dollari al giorno. Nell'Africa subsahariana, la metà della popolazione vive in condizioni di estrema povertà. D'altra parte, 850 milioni di esseri umani non sanno di cosa si ciberanno il giorno seguente. La metà sono bambini.

Saltiamo da quell'Africa alla Germania, uno dei paesi meglio organizzati economicamente al mondo. Certo, secondo il punto di vista di ciò che si intende per organizzazione. Uno studio sulla situazione economica dal 2004 fino ai primi sei mesi del 2008, realizzato dalla Fondazione Hans-Böckler, lo dice con queste parole: “L'impulso economico ha sorpassato i salariati, i pensionati e i poveri. I salari reali netti in questi due anni si sono visti ridurre del 3,5%. In cambio, i profitti delle imprese e dei suoi direttivi hanno avuto una “vera esplosione” (testuale). Sono passati nello stesso periodo dal 21,8 al 26.3%.

Da queste cifre passiamo agli Stati Uniti. Andiamo alle statistiche ufficiali che ha appena pubblicato il Washington Post. Secondo le stesse, “il tetto della povertà ufficiale per una famiglia di quattro membri è stato fissato a 21.203 dollari all'anno. Il numero di statunitensi che vivono sotto questa soglia di povertà è creciuto passando da 36.5 milioni di persone nel 2006 a 37.3 milioni nel 2007.

Un altro studio ufficiale, dell'Organizzazione Mondiale della Salute, pone il seguente esempio patetico che ci fa porre questa domanda: viviamo in un mondo razionale? Si segnala il caso della città scozzese di Glasgow, tipico Primo Mondo. Si è constatato che un bambino del quartiere povero di Calton ha una speranza di vita di 28 anni più bassa rispetto ad un altro del quartire aristocratico di Lenzie. E partendo dall'esempio incredibile di quei quartieri britannici, comincia ad analizzare il problema dei “paesi in via di sviluppo” come gentilmente li si definisce. Basta un caso esemplare: in Nigeria, un bambino su quattro muore entro i primi cinque anni di vita. In cambio, nei paesi del Primo Mondo, nei primi cinque anni di vita muore un bambino su 150. “La biologia non riesce a spiegarlo” dice l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma ci riesce la povertà, lo sfruttamento, la mancanza di mezzi, aggiungiamo. E qualcosa più incredibile ma vera, da ripetere: “I bambini di madri boliviane analfabete hanno un rischio di morire del 10%; quelli di madri istruite, hanno un rischio di morire dello 0,4%”.

Queste cifre dovrebbero essere insegnate in tutte le scuole del mondo e i mezzi di comunicazione dovrebbero informare e promuovere quotidianamente dibattiti su questi temi. Gli esseri umani, da bambini, dovrebbero imparare che questi problemi esistono e che la ricerca di una soluzione deve essere il fondamento dell'esistenza. Non risolverlo è cinismo e perversione.

Ma lo stesso giornale in cui leggo questi rapporti consegna una cartolina lussuosamente stampata che invita a conoscere i nuovi hotel di incredibile lusso che sono stati eretti nelle spiagge di Dubai, l'emirato arabo del petrolio. Tutto è di un lusso indescrivibile -che viene descritto con talento pubblicitario- e che è dedicato ovviamente a direttivi di grandi imprese mondiali e a tutti quelli che dispongono di molti soldi. In quest'anno si sono già inaugurati otto hotel di categoria feudale e molto presto altri dieci, tutti, ovviamente, cinque stelle. Si promette uno “Shopping Heigh light” in un “vero paradiso del comprare”. E' un linguaggio con saliva grata come in questa frase: “Chi ami l'individuale e vi speciale importanza alle boutiques personali, lui sì che raggiungerà il piacere totale a Dubai. Lì troverà la moda nobile e quella stravagante e una quantità enorme di accessori eccezionali” E dopo questo, i ristoranti con pietanze dagli “esotici aromi”. Tutto è di un lusso sopraffino e audace. “Shopping, suks e cultura”. Una trilogia che si converte nell'ultima pagina di “Sport, spiagge e wellness”.

Ecco. Per qualche motivo la giustizia argentina ha condannato il più bestiale e inferiore degli assassini pubblici, il nostro generale Bussi, all'ergastolo nel suo “country” (villa, n.d.t.). Restiamo nel tono.

Poco a poco le bellezze naturali e i tesori culturali si chiudono sempre più affinché vi arrivino quelli che possono e lo meritino in questa società. Nonostante si alzino i popoli con la loro infinita protesta. Nella stessa Argentina, arrivano gli hotel cinque stelle di fronte alle Cascate dell'Iguazú con vista diretta, affinché la gente del pro non debba disturbarsi. O la Quebrada de Humahuaca, quello scenario incredibile della nobiltà del passato e dell'autoctono, oggi depredato dall'avidità dell' “investimento” che distrugge solo per produrre soldi, soldi, soldi. Tutto si compra e si umiliano quelli che hanno vissuto secoli in quel silenzio e in quella nobiltà del restare e non del voler essere, come diceva il nostro gran antropologo Kusch quando confrontava le culture originali cone la cosiddetta “civilizzazione”.

O lo stupendo lago Posadas, nell'amata Patagonia, quel paesaggio che si vuole comprare per cercare profitti nonostante si avvelini tutto con il desiderio dell'avarizia. Come dice la gente che vive da secoli in quei paesaggi, improvvisamente arrivano con un foglietto firmato e dicono che appartiene loro tutto. Cercano l'oro, come i primi conquistatori. E per questo hanno un foglietto firmato dalle rispettive “autorità”.

Vado nella mia biblioteca e lo trovo. Sorrido. Lì, in un quadernino, ho i sogni di un socialista libertario. Alexander Berkman, un pensatore incredibile, un maestro della bontà e del dibattito, così tanto perseguitato e sempre così tanto attuale. Descrive la realtà con una sapienza più vigente che mai:

Supponiamo che tu e io e un gruppo di persone siamo vittime di un naufragio ma riusciamo ad arrivare ad un'isola ricca di ogni tipo di frutti. Ovviamente dobbiamo lavorare per raccogliere il cibo. Ma supponiamo che improvvisamente uno di noi dica che tutta l'isola gli appartenga e che nessuno di noi ha diritto nemmeno ad un boccone senza prima pagargli un tributo. Noi resteremmo perplessi, no? E scoppieremmo a ridere a crepapelle per tale stupida arroganza. Ma se costui avesse continuato a disturbare lo avremmo buttato al mare con tutta la giustizia. Supponiamo di più: che noi e i nostri antenati abbiamo coltivato l'isola e prodotto tutto ciò di cui avevamo bisogno. E improvvisamente arriva qualcuno che dichiara di essere proprietario di tutto. Cosa gli risponderemmo? Credo che nemmeno gli presteremmo attenzione. Gli diremmo che dovrebbe condividere con noi il lavoro per vivere lì. Ma supponiamo che costui insista col suo 'diritto di proprietà ” e ci mostri un foglio firmato da qualcuno sostenendo che tutto gli appartiene. Noi gli risponderemmo che è pazzo. Ma se lui avesse un governo come sostegno, vi ricorrerebbe per 'proteggere il suo diritto'. E allora, il governo invierebbe polizia e militari, che ci caccerebbe per difendere così 'diritto alla proprietà'. E diventerebbe in aeternum il 'proprietario legale'”.

Proprio così, Berkman ci descrive ciò che è successo nella storia dell'umanità. Come devono saperlo i popoli originari quando arrivarono i conquistadores con la croce sulle spalle!

In Argentina abbiamo nella nostra storia centinaia di casi. Il divenire patagonico forse è il caso più emblematico. E pochi giorni fa, in varie manifestazioni, si è cercato di non dimenticare quella storia della spoliazione e del cosiddetto “diritto di proprietà”. Si è compiuto il centenario de “La Anónima”, impresa fondata proprio cent'anni fa da Mauricio Braun e José Menéndez, padroni della terra, delle pecore, dello sfruttamento del rame, di finanziarie, delle comunicazioni navali e tutto il loro indotto. Epoca dei “liberali positivisti”. Il “diritto” alla proprietà. Nella cerimonia del centenario, nel locale del supermercato degli eredi dei citati Braun e Menéndez di Puerto Madryn, i cittadini hanno organizzato una manifestazione alla quale ha parlato lo scrittore patagonico Jorge Espíndola e hanno consegnato cento orecchie di gesso per ricordare il genocidio che i “proprietari” hanno compiuto contro i popoli originari del sud. I padroni di tutto pagavano ai cosiddetti “cacciatori di indios” una sterlina per ogni paio di orecchie1 di quegli esseri umani originari di quelle terre. Tutto un simbolo. Inoltre, i muralisti Chelo Candia e Román Cura hanno realizzato un dipinto murale di protesta in una parete inutilizzata, che però è stato prontamente coperto da “sconosciuti”.

Bambini affamati. Violenza nelle strade. Guerra in ogni angolo. Ricchezza smisurata e povertà umiliante. Un costante degrado. Ci resta soltanto piangere il nostro cinismo come Bussi, o immaginare un mondo come lo pensava Alexander Berkman, un'isola piena di futti per tutti?

Sì, lo riconosco, anche l'ingenuità esiste. Perché no? Anche se cominciassimo col dipigere un murales a Puerto Madryn e ce lo cancellino immediatamente. Accettare un mondo così è trattare di consolare le lacrime di Bussi.


1 Oscar Payaguala, un cantautore patagonico di origini Aonik'enk (uno dei popoli quasi sterminati a fine '800, conosciuti anche come Tehuelche), in una sua canzone accusa: “perché avete voluto tante orecchie, se non sapete ascoltare?”...