1 ottobre 2008
Armi
Ovvero: dormire, pulire casa, preparare la borsa, cazzeggiare un po' su internet e cercare di far funzionare sto cavolo di laptop la cui scheda video mi sta facendo andare fuori dai gangheri (è una stramaledetta ATI mobility radeon X1600 che improvvisamente fa impazzire il monitor che, invece di mostrarmi immagini, lettere e quant'altro, spara solo righe pulsanti e bande colorate intermittenti. Ci ho messo 3 ore oggi per farlo funzionare... Non è che qualcuno sa dirmi se è possibile sostituirla? il paese qui accanto è piuttosto avanzato in fatto di tecnologia, che sia il caso di andare a curiosare?).
Beh, se fossi andato in giro in questo primo giorno di fine Ramadan, avrei visto una scena non proprio soddisfacente. Me l'ha raccontata Mahira. In pratica, Betlemme è rimasta quasi spopolata di adulti e per le strade si sono riversati solo bambini, decine di bambini. Bello?
Aspetta... Decine di bambini che giocavano per le strade armati di pistole e fucili giocattolo. Nulla di diverso da quelle con cui giocano i bambini italiani o i bambini di tutto il mondo o quasi? No, tutto di diverso: perchè sembravano proprio vere! Repliche fedeli di quelle stesse armi che usano i soldati o i miliziani. Le avevo notate in abbondanza i giorni scorsi al mercato: decine di bancarelle che esponevano in bella vista delle perfette riproduzioni di fucili ak-47 (i famosi Kalashnikov), pistole, mitragliette o fucili a pompa. Molte erano ad aria compressa e sparavano pallini (solo quelle si distinguevano un po' meglio). Addirittura c'era qualche imbecille che le provava sparando alle luci o ai faretti ai lati delle strade...
Due mesi fa avevo visto alcuni bambini giocare alla guerriglia di notte. Ed è stato brutto. Perchè le armi, ancora una volta, sembravano verissime. E i bambini giocavano col passamontagna calato sul volto...
Questa cosa delle armi giocattolo mi ha fatto proprio male. Non solo per i ragazzini, quanto per i loro genitori. Incoscienti e stupidi. Ora capisco quelle notizie di bambini palestinesi uccisi ai checkpoint da soldati che scambiavano le armi-giocattolo per armi vere. E capisco i soldati: non li giustifico di certo ma si tratta di giovani soldati di leva sottoposti ad enormi pressioni...
Una volta, anni fa, un mio capo-scout sbottò: "Qui non si tratta di educare i ragazzi, qui si tratta di educare i genitori". Sante parole che ho condiviso decine di volte... (non per i miei, eh!)
Ritorno su un post precedente. L'unica soluzione è... Educazione, istruzione. E incrementare e potenziare programmi come il "Young Negotiators Program" del CCRR, che cerca di insegnare ai ragazzini a risolvere i propri conflitti in maniera pacifica e a vivere secondo i princìpi della nonviolenza...
30 settembre 2008
Eid Mubarak!!!
O si scappa in Giordania per una gran vacanza di relax e puro cazzeggio, come farò io! Ormai è tutto pronto, partenza domattina in direzione Amman (W la Lonely Planet e i suoi super suggerimenti!) e tappa obbligata a Petra.
In questo periodo (tra ieri notte e oggi) si festeggia anche Rosh haShana, il capodanno ebraico. Ma non ho ancora capito se fanno qualche cosa oppure no (è una festa religiosa). Penso che andremo comunque a Gerusalemme a fare un salto. Finalmente senza fusoriario!
Ammesso che ci lascino passare: infatti l'esercito israeliano ha informato che chiuderà tutti i punti di accesso per chi arriva dalla Cisgiordania...
29 settembre 2008
"Another brick in the wall" (un altro mattone nel muro)
E stamattina sveglia alle 6.00 per essere alla Porta di Jaffa a Gerusalemme alle... 8.30. Sì, è giusto, se consideriamo il "jet-lag" dovuto al surreale fusorario ancora in corso e al tempo che si perde per uscire dal checkpoint di Beit Jala.
Nei giorni scorsi ho spesso criticato molti aspetti e caratteristiche dei palestinesi ma non ho mai perso di vista il problema di fondo (che alcuni, non ho capito in base a quali assurdi ragionamenti, smentiscono sia il vero problema): cioè che qui si vive sotto occupazione. Al checkpoint, infatti, una giovane e minuta soldatessa israeliana ci ha fatto scendere tutti dal bus. Si vedeva che non ne aveva voglia ma doveva adempiere al suo dovere, visto che c'era anche un omone in abiti civili ma con mitraglietta e giubbotto anti-proiettili che la controllava.
Buoni buoni, senza fiatare, siamo scesi e ci siamo messi tutti in fila per eventuali perquisizioni (che non ci sono state, stavolta) e controllo documenti. C'è stato un breve battibecco fra la ragazzina bionda in verde militare e una donna araba, ma nulla di ché. La ragazzina, nonostante tutto, mi ha fatto un po' di pietà e ho voluto farle risparmiare un paio di secondi mostrandole subito la pagina del passaporto col timbro. Ha ringraziato con un mezzo cenno di sorriso...
Vedere i palestinesi scendere, mettersi in fila senza protestare e guardando per terra è stato peggio. Loro questa trafila se la devono fare ogni giorno (chi ci riesce). E stavolta è andata bene. In questo conflitto in corso c'è chiaramente una parte più debole, che subisce quotidianamente sopprusi e angherie. Da quasi un secolo ormai. Sarei stupido a dubitare: io sto con i palestinesi. Questo non si discute.
(Apro parentesi perché voglio evitare la logica escludente del "o noi o loro". Che io stia con i palestinesi non significa che sia contro gli israeliani o gli ebrei. E nemmeno contro Israele. E qui chiudo).
Scopo della "gita fuori porta" era di andare a Ramallah per farci (Massimo, Mahira e io) fare il visto al consolato giordano per andare ad Amman questa settimana. Approfittiamo della "Festa" di fine Ramadan per rinnovare il visto, che scade fra pochi giorni.
Per andarce a Ramallah, siamo passati per Gerusalemme est e precisamente dalle parti di Qalandia e al-Bireh. Qui il "muro di difesa" dà il peggio di sé: oltre ad essere bruttissimo, ha letteralmente vivisezionato l'intera zona. Massimo, che da queste parti ci viene spesso per lavoro, mentre faceva da Cicerone spiegandoci il percorso del muro e tutto ciò che lo riguarda,
ad un certo punto è addirittura rimasto interdetto: "Ma sta parte qua... l'altro ieri non c'era. Quando cazzo l'hanno tirato su?"
Another brick in the wall...
27 settembre 2008
Cocktail esplosivo...
È arrivata una piccola comitiva multietnica la cui composizione era già di per sé molto particolare: oltre ad una ragazza di Strasburgo che lavora per il Consiglio d'Europa, c'erano un macedone, una kosovara albanese e un serbo. Insomma: gente che potenzialmente potrebbe scannarsi appena si vede da lontano. Come se non bastasse, c'era pure un ebreo israeliano, arrivato un'aria che odorava di sfida (anche se probabilmente non era quella la sua intenzione). Aggiungiamoci Noah, palestinese, e gli ingredienti della potenziale miscela esplosiva ci stavano tutti. (se aggiungevamo uno statunitense, mi ci mettevo io a completarla! he he!).
Come mai questa variegata rappresentativa di due dei più duri e complessi conflitti etnici che minano la stabilità delle relazioni internazionali?
Beh: anzitutto, quelli che sono arrivati oggi sono tutti attivisti per la pace che, da vari anni, lavorano nella risoluzione dei conflitti in varie ong, e con un bel background anche formativo alle spalle (master, dottorati, ecc.). L'idea di fondo è quella di creare un network di associazioni e realtà sia balcaniche sia mediorientali che si possano conoscere per scambiare esperienze e metodi, attraverso incontri o seminari o internships.
Per semplificare: darsi una mano fra gente presa con le bombe (in tutti i sensi) e quindi che capisce per esperienza sulla propria pelle quali siano i problemi da affrontare.
Loro l'hanno chiamata con un'espressione interessante: "cross-fertilization" (fecondazione incrociata). Che significa "scambio tra differenti culture o differenti modi di pensare che è reciprocamente produttivo e benefico".
Ho avuto un assaggio delle difficoltà che ci possono essere anche per l'ovvio scontro di punti di vista diversi quando, ad un certo punto, il dibattito si è acceso sulle metodologie di risoluzione del conflitto in Palestina. Noah insisteva sull'inutilità dei cosiddetti "hummus meetings", cioè quegli incontri "peace&love" fra israeliani e palestinesi (ne ho parlato anche in vecchi post). Al contrario, l'israeliano controbatteva duramente e senza peli sulla lingua dicendo che saranno anche inconclusivi e freakettoni ma quanto meno hanno il potere di intaccare gli stereotipi dei palestinesi che hanno i giovani israeliani. I due non si sono risparmiati critiche però è stato interessante proprio questo aspetto. E soprattutto: ho visto quanto sia difficile (forse anche di più) per gli israeliani affrontare l'argomento. O meglio: il loro ambiente è piuttosto ostile per cui parlare di riconciliazione risulta difficile e se i palestinesi vengono percepiti come intransigenti (questa era la "accusa" mossa a Noah) non si fa altro che complicare le possibilità di dialogo. "Così non ci facilitate il lavoro, e permettete che i giovani israeliani pensino che voi siete solo dei kamikaze che si fanno esplodere negli autobus". D'altra parte, ribatteva Noah, se le ong palestinesi non lottano per obiettivi concreti (= la fine dell'occupazione e il diritto al ritorno dei profughi), non avranno mai nessuna speranza di convincere la gente della necessità di dialogare e, anzi, il rischio di essere considerati collaboratori degli israeliani (o peggio: traditori) è molto concreto. E le conseguenze non sono delle migliori.
Ho capito anche quanto sia difficile per entrambi -ong israeliane e palestinesi che lavorano per la pace- convincere i rispettivi popoli della necessità del dialogo, del confronto, dell'incontro. Una specie di lotta contro i mulini a vento...
Insomma... Wow... Com'è intricata sta matassa...
26 settembre 2008
Sheikh Bilal
Lo sheikh Bilal, come quasi tutti gli adulti palestinesi, è stato un attivista politico (di Hamas) e ha passato un po' di anni in carcere. Ora collabora con il CCRR in vari progetti di dialogo interreligioso e insegna teologia all'università.
Ecco: l'insegnamento più grande che abbiamo ricevuto è proprio questo. Che la chiave di volta è l'ISTRUZIONE. Secondo lo sheikh ora c'è un grande ritorno della gente all'islam ma solo in seguito alla delusione politica per il fallimento dei movimenti di liberazione. Quindi spesso si tratta di una religiosità o di comodo o, troppo superficiale (come i cristiani che si limitano alla messa domenicale e, appena fuori, tirano un rosario di bestemmie vantandosene pure).
Però la gente spesso si ferma a quelle che crede siano le parti salienti: come imparare a memoria il Corano e mettere il velo alle donne. Secondo lui sono cose senza senso (d'accordo) e smentisce che sia un obbligo quello del velo, e soprattutto che le donne devono essere consenzienti. Cosa che spesso, però, non succede: di solito vengono obbligate dai maschi (padri, fratelli, mariti) per un discorso di "onore". La questione di genere è, quindi, un problema sociale derivato dalla tradizione ma solo mascherato da obbligo religioso. Grave senz'altro ma non derivato direttamente dall'Islam. Ah, anche la storia della poligamia ci viene spiegata sotto una nuova luce: è vero che sul corano c'è scritto ma c'è scritto anche che si tratta di un privilegio riservato alle persone completamente giuste e pure. E lo stesso Corano afferma che tali persone non esistano (la perfezione, insomma, non è una caratteristica umana)...
Il problema grosso di tutta questa faccenda è che tutti si sentono legittimati a parlare di religione (me n'ero accorto...) e la situazione dell'Islam praticamente consente a chiunque (maschio) di diventare un'autorità religiosa (ovvero sheikh o imam) senza un'adeguata preparazione. Noah raccontava, ad esempio, di alcuni corsi di un paio di mesi organizzati in Pakistan... Pensandoci bene, è un bel problema: i nostri preti devono studiare anni e anni. Qui no, anche per mancanza nell'Islam di un'autorità centrale come la Chiesa. Il tutto si complica sapendo che gli sheikh e gli imam hanno un potere molto forte sulla comunità. Un potere che è anche politico (e infatti molti sono cooptati da partiti politici).
Insomma: sintetizzando tre ore e semplificando notevolmente, l'unico modo per migliorare un po' la situazione generale sarebbe quella di rimuovere un'intera generazione di religiosi e rimpazzarla con gente adeguatamente preparata e istruita.
La chiave di volta è l'istruzione...
24 settembre 2008
Occupazione e follia
Scappavo dall'occupazione. Sono andato a sbatterci contro...
postazione militare israeliana. Sì, un'altra. In corrispondenza di un tratto di Muro non ancora finito.
Scena 3-4-5: il Muro e il suo percorso senza senso (è quel serpente grigio che
si intravvede tra le case). Anche perché scorre tutto DENTRO la Cisgiordania....
Sulla vicenda dell'attentato a Gerusalemme dell'altro giorno, riporto il commento di uno che da quelle parti ci vive. Il commento è anche alla fine di quel post (...sembra quasi una mezza parolaccia) ma, per evitare che passi inosservato, eccolo:
Ciao Korke........non cè mai un limite al peggio dici?*"Arab junction" è il soprannome di un incrocio folle di Gerusalemme Est, dove quotidianamente e a ogni ora si materializza tutta la follia dell'umanità al volante...
Approfitto di questa occasione per scrivere anch'io sul BLOG.
Sull'attentato: non so sei hai presente l'incrocio alla porta nuova della Old City, sulla strada che porta al centro notturno di Gerusalemme, ma in salita, piena di semafori e perdere il controllo, percorrere tutto il marciapiede e prendere a caso(?) 13 militari sembra un pò inverosimile.....anche se è vero che il ragazzo non aveva la patente(parole della madre), era depresso perchè la donna l'aveva mollato(mossad)....e sul finire del Ramadam i palestinesi perdono un po la testa. Ieri sera lite tra vicini di casa (mia!?!), futili mitivi ma c'era già pronti coltelli.....100 persone coinvolte almeno......già una volta però si sono sparati qua sotto in passato. Nel frattempo fanno i lavori nella Arab junction* e nel mio viale, eri sera hanno lasciato un cratere aperto, che se ci finisco dentro con una ruota mi vengono a riprendere gli speleologi.
PAR CONDICIO...ovvero parliamo male pure di quelli con le treccine...domenica al parco di Jerusalemme mi hanno tagliato le gomme (ho usato il plurale perchè erano esattemente in un numero maggiore rispetto alla ruota, singolare, di scorta)della COOPI car.... il servizio di emergenza mi è venuto a recuperare 3 ore dopo, verso mezzanotte. NO COMMENT
23 settembre 2008
Attentato a Gerusalemme
Come mi aspettavo, non c'è stata alcuna reazione, almeno qui a Betlemme: come se non fosse successo nulla. Pura e semplice apatia.
Perché i dubbi? Sembra che il presunto attentatore non abbia lasciato nessun messaggio sulle sue intenzioni di diventare "martire" e che non l'abbia nemmeno manifestato a nessuno. E questo non è poco. I parenti dicono che si sia trattato di un incidente, tragico, ma pur sempre di un incidente.
Ora: non conosco la dinamica dell'accaduto e non mi ci metto neanche a scoprirla. Per cui vi invito a non prendere sul serio quello che sto per scrivere (anche se lo scrivo seriamente e non per burla).
La mia ipotesi è che il ragazzo fosse in ritardo per l'Iftar, cioè la cena che interrompe il digiuno del Ramadan.
Perché lo dico? Se aveste mai visto cosa succede appena il muezzin canta al tramonto, capireste. Sembra quasi la scena dei film di Fantozzi in cui i dipendenti si preparano ad abbandonare in fretta e furia il luogo di lavoro al suono della campanella. Non voglio sembrare irrispettoso ma più o meno va così...
Altra cosa: chi ha visto quanto male guidano i palestinesi e quanto sono estremamente pericolosi quando si mettono al volante, sarà d'accordo con me nel prendere almeno in considerazione la probabilità di un incidente piuttosto che di un attentato.
Tutto questo non per dire che i palestinesi sono tutti dei santi e non farebbero mai male ad una mosca. Ovviamente reagiscono anche loro, in una logica di cerchio vizioso della violenza (tanto che ad un certo punto non si capisce più chi abbia torto e chi ragione). Negli ultimi giorni, ad esempio, un adolescente palestinese ha cercato di lanciare una molotov contro l'ingresso di un insediamento ma è stato ucciso prima di riuscirci. E due donne -in tempi diversi- hanno gettato dell'acido su soldati israeliani in uno dei tanti checkpoint.
Da parte israeliana succede sempre di tutto. Inutile scrivere cosa, che tanto già si sa.
Che brutto abituarsi alla morte e alla violenza.
Ciò che mi angoscia, invece, è che Fatah (col supporto di Israele) ha annunciato che si sta preparando per lanciare un'offensiva a Hamas e cercare di riprendere il controllo di Gaza. Pazzi. In questi giorni continuano a fioccare arresti su arresti da parte delle forze di sicurezza palestinesi (leggi Fatah) e non si faranno attendere le reazioni di Hamas.
Non c'è mai limite al peggio.
Non c'è soluzione a questa follia...
21 settembre 2008
Argent-arabi
In America latina c'è una piccola percentuale di popolazione araba o di origini arabe. In Argentina, specialmente.Il caso argentino è particolare perché, come recita un detto popolare: "I Messicani discendono dagli Aztechi, i Peruviani dagli Incas e gli Argentini discendono dalle Navi". Nel bene o nel male, in Argentina è rappresentata quasi tutta l'Umanità. Però, a differenza degli Stati Uniti (altro paese con sorti simili) i discendenti degli immigrati sono stati totalmente integrati e assorbiti nel tessuto sociale argentino. A meno che uno non sia nato in un altro paese o non appartenga a quelle rare comunità straniere che hanno conservato un certo ermetismo (come alcuni nuclei di friulani) gli argentini discendenti di immigrati si sentiranno sempre e soltanto Argentini. Prendete me: rifiuterò fino alla morte che si neghi la mia argentinità!
Anche i discendenti di italiani: diranno "mio nonno era di qua, mio nonno era di là, veniva da tal paesello" ecc. Ma loro affermeranno di essere argentini. Anche quelli che sono arrivati dopo la crisi del 2001 col passaporto italiano o per prendere la cittadinanza italiana: era solo per approfittare di un'opportunità data loro. Non è un caso che molti siano poi andati di corsa in Spagna...
(Molto diverso è il caso dai brasiliani: quelli di origine italiana, magari già alla quinta generazione, continueranno a reclamare la loro italianità).
Per questo motivo mi da un certo fastidio quando si reclama l'origine straniera di alcuni argentini. Mi ricordo, ad esempio, quando l'Argentina di basket batté in finale l'Italia alle olimpiadi di Atene, la Gazzetta dello Sport scrisse che per l'Italia era come averla vinta ugualmente quella medaglia d'oro perché bastava guardare i cognomi dei vincitori: Nocioni, Scola, Delfino, Ginobili... Sì, ma solo i cognomi erano italiani. Accettatelo: abbiamo un'altra identità. Ci piace l'Italia e sempre ci piacerà, ma siamo argentini.
Possiamo anche avere cognomi italiani, spagnoli, baschi, francesi, tedeschi, russi, polacchi, arabi, inglesi, scozzesi, armeni e quant'altro, ma saremo sempre e solo argentini.
Spesso, qui in Palestina, quando dico di essere argentino la gente si rallegra: "Ah! Argentina! Noi amiamo i paesi sudamericani!" oppure "Ah! l'Argentina! È la mia squadra di calcio preferita!" o ancora "Ah! gli argentini! ha i calciatori migliori!" o "Ah! Maradona!".
Del fatto che mi abbiano chiesto contenti cosa ne pensavo di quel presidente di origini arabe che abbiamo avuto negli anni '90, ho già scritto. E la risposta è una lunghissima pagina di insulti e maledizioni.
Un giorno ho chiesto cos'è che piace così tanto dei sudamericani e soprattutto dei calciatori argentini. La risposta, ancora una volta, è stata la stessa: "E' che sono tutti arabi!".
Ieri, però, ho detto basta: "No cari, gli arabi in sudamerica sono pochissimi e non così tanto influenti. E se siamo un po' più scuri di pelle non è per gli arabi ma per i nostri popoli originari".
Ma la cosa più esilarante è stata la risposta di un tizio a proposito della mia curiosità sulla simpatia destata dai calciatori: "Noi sappiamo che molti di loro sono di origini arabe. Batistuta, ad esempio, è siriano".
COSA?!?!?! Ma l'avete visto com'è fatto Batistuta? E' bianco, alto, biondo e con gli occhi azzurri. E il cognome, semmai, è di origini friulane (sarebbe "Battistutta")...

Gli unici calciatori "arabi" (ma solo di origini) che mi vengono in mente sono Claudio Daniel Husaín (nella foto) e un certo Mohamed detto "el turco".
A proposito: i soprannomi a volte aiutano a capire le origini: gli italiani sono chiamati "Tano" (da napoletano) come Belluschi, gli spagnoli "Gallego" o "Vasco" come Arruabarrena, i nordeuropei a volte "Gringo" come Heinze o "Polaco" il tanguero Goyeneche o mio zio (di origini italiane ma di madre svedese!), gli europei orientali o gli ebrei "Ruso" come una mia compagna delle elementari, Andrea Wolf. E gli arabi "Turco" (molti arrivarono nelle Americhe quando ancora c'era l'impero Ottomano). Ma vi posso assicurare che sono tutti argentinissimi.Ah. Non ho mai sentito nessuno dire "el Turco" Batistuta...

Tuttavia ritengo sia molto triste sentire che ti piace la gente di un altro popolo o di un'altra nazione solo perché appartiene o discende anche lontanamente dal tuo. E lo dico sia per gli arabi che per quegli italiani che vedono l'Argentina come una specie di seconda Italia. Questa è chiusura mentale, non multiculturalità. È assimilazione, non integrazione. La natura e il mondo sono belli perché sono DIVERSI, non uguali...
p.s.: ovviamente Maradona non è arabo! E se anche avesse origini arabe non cambierebbe nulla: resterebbe comunque il miglior calciatore del mondo. Nonché Argentino! ;-)
20 settembre 2008
Deliri
Ok. Poiché sto cominciando a dare i numeri... via col delirio.
Meno male che alla fine del ramadan ci sarà la "Festa" per cui avremo 4 giorni di ferie. Che io userò per scappare, forse nella laica Tel Aviv. O ad Haifa o in qualunque altro posto.
Oggi, intanto, i tre membri delle Brigate Al-Paviah sono andati all'università di Betlemme (che è cattolica, per cui: preti, suore, crocifissi e bandiere del Vaticano. Sigh... è una persecuzione... Diventerò ateo...) . Volevamo incontrare due nostri ex-professori del master che rifanno la stessa identica cosa anche qui.
L'università è stata una boccata d'aria: finalmente abbiamo visto gente apparentemente più laica e secolarizzata. Non me ne voglia la mia dolce metà, ma vedere donne e ragazze con vestiti attillati, gonne, braccia e spalle scoperte e capelli al vento mette allegria. Al meno è molto meglio che non vedere ragazze che indossando dei pesanti e orrendi cappottoni marroni lunghi fino alle caviglie anche con 40° all'ombra. Però, anche se questa boccata di vita ci ha rinfrancato parecchio, vedere anche qui veli e hidjab oppure vistosi crocioni d'oro e tatuaggi di Gesù (anche se tutti mescolati senza problemi) è risultato ancora una volta fastidioso.
Vedere tanti studenti mescolati, sorridenti, chiassosi e con i libri in mano è stato quasi come entrare in un'altra dimensione. Anche perché l'ambiente è pulito, ordinato e ci sono alberi e aiuole d'erba (erba!! fili d'erba!!! non ne vedevo da mesi!). Gli studenti ci guardavano -qualche volta di "straocio"- come parte del loro mondo e non più come turisti da spennare. E quest'ultimo particolare, dopo due mesi che siamo qui, comincia a diventare fastidioso e ormai insopportabile.
Insomma: abbiamo seguito una lezione di Raimondi (ex presidente della ong italiana VIS, che coopera con l'università di Betlemme) con gli studenti del 2° anno. Che in realtà erano tutti professori... E, nel pomeriggio, siamo passati a sentire Challand con gli studenti del 1° anno. Per loro è stato bello avere lì degli studenti di Pavia, ci hanno anche scherzato sopra. Ai palestinesi, invece, non gliene è fregato per niente. Vabbé...
Raimondi ha dato una versione particolare della situazione palestinese. Secondo lui i palestinesi sono ridotti malissimo su tutti i fronti, cominciando dalla loro visibile radicalizzazione religiosa. "A Betlemme, nel '91, non si vedeva neanche una donna col velo. Ma neanche una sul serio. Ora potete vedere voi stessi com'è".
Secondo lui, il cambiamento è inziato dopo gli Accordi di Oslo e la vera e propria svolta si è avuta con la Seconda Intifada. Persa ogni speranza politica -come scrissi anch'io- ci si è buttati sulla religione. I cristiani di Betlemme, che erano circa la metà della popolazione di qui, ora sono ridotti al 30% circa (ma qui la colpa è soprattutto del Muro e della distruzione che questo ha portato nei legami con la diocesi di Gerusalemme).
L'interpretazione è che potevano essere la "Svizzera del Medioriente": i Palestinesi avevano tutte le carte in regola per diventare un paese moderno e fare da ponte fra Israele e i suoi vicini ma anche per modernizzare i paesi arabi. Ma sono stati bistrattati da tutti, cominciando dai Paesi Occidentali e continuando per i Paesi Arabi. Senza mai dimenticare Israele, ovvio.
Ora non c'è quasi più nulla da fare, solo evitare che si peggiori. Triste, no?
Su Gaza? Beh... Boh. Almeno ora a Gaza c'è una cosa che qui in Cisgiordania non esiste: l'ordine. Come preannunciato, ora Hamas sta regolando i conti con l'ultimo clan affiliato a Fatah (e che controlla alcuni traffici illegali). Una volta smantellato anche quest'ultimo, Hamas avrà il pieno controllo della situazione. O quasi, visto che c'è il totale isolamento imposto da Israele.
Hamas non è certo l'esempio da seguire né la miglior soluzione. Però, a quanto pare, è molto più affidabile di Fatah e molto ma moooolto meno corrotto. Chissà che si trasformi un pochettino e diventi anche un pelo più aperto di mentalità... Dura xe...
Vabbé. Cambio argomento. E vado all'attacco spietato di alcuni internazionali. Che fanno tanto i rivoluzionari e tanto i fighi. Una cosa che accomuna alcune persone che ho conosciuto è la loro arroganza: pieni di sé e con la puzza sotto il naso. Cagoni. "Io di qua, io di là", sempre "io". Ma intanto i soldini per giocare alla rivoluzione ce li avete, no? Credo che questa gente non abbia mai chiesto ai Palestinesi se vogliono anche loro giocare alla rivoluzione: forse hanno di meglio da fare. Tipo sopravvivere.
Lo dico con franchezza. Sono dei figli di papà e basta. Snob, borghesi. A riempirsi la bocca di "rivoluzione", per poi quasi sicuramente diventare in età matura come tanti di quei sessantottini traditori: borghesi, reazionari, conservatori. Ora tanto duri e puri: voglio vedere fra qualche anno. Chissà se vi è mai venuto (e se mai vi verrà) un callo su una mano. Voi che parlate tanto degli operai in fabbrica. Che infatti ora votano tutti Lega Nord.
Mi chiedo se abbia un senso andare a rompere le scatole ai soldati israeliani. Per cosa? per far vedere che sei figo, che sei alternativo, che sei ribelle? Ma lo sai che quando te ne andrai le mazzate se le prenderanno i palestinesi? Sì, proprio quelli che dici di difendere. Mica te con i tuoi vestiti da alternativo, che ti sono costati un sacco di soldi.
E lo sai che i soldati, quelli dei checkpoint, sono tutti soldati di leva che sono obbligati a fare quello che fanno? E che molte volte non vorrebbero ma le alternative per loro sono poche? E che sono sottoposti a mille pressioni da una parte e dall'altra e prima o poi è ovvio che cedono e iniziano a diventare stronzi (sempre che non lo fossero anche prima)? E che se tu gli rompi le palle è ovvio che poi te la fanno pagare?
Sono acido. Acidissimo. Ne sono consapevole.
Boh. Le pressioni psicologiche di questi due mesi e soprattutto delle ultime settimane mi hanno provocato un ennesimo spostamento d'umore, come si può ben vedere. Ora sono decisamente sintonizzato sull'insofferenza estrema. Su tutto.
Se prima stavo da una parte e condannavo l'altra, ora lo faccio ugualmente ma con molta più attenzione. Fatta salva la premessa innegabile che vede l'origine di questo problema nell'occupazione sionista delle terre su cui abitavano i palestinesi, mi sono reso conto di aver idealizzato troppo entrambe le parti in conflitto. E di non essere stato onesto con me stesso e nemmeno con chi mi legge.
Non è vero che i palestinesi sono laici. Non lo è nessuno in questa regione del mondo e se loro lo sono stati fino a poco tempo fa, ora questa è una caratteristica che stanno perdendo. Musulmani e cristiani, tutti. In Israele, poi, lasciamo perdere che è lo stesso (e idem per altre cose che sto per scrivere). Ma almeno qualche "isola" esiste.
Le donne avevano un posto più decente nella società. Mi sto rendendo conto di quanto questa situazione stia volgendo al peggio: i delitti d'onore sono frequenti e i matrimoni combinati sono una regola. Almeno è stata imposta qualche regola: ad esempio non ci si può più sposare fra cugini -cosa che prima era normalissima- ed è vietato contrarre matrimonio sotto una certa età. Tuttavia l'essenza principale del matrimonio praticamente non esiste: credo siano rari i casi di gente che si sposa per amore.
Non è vero che i palestinesi non odiano gli israeliani. Certo che li odiano. E mi chiedo se non sia una cosa naturale. Il problema è che l'occupazione accresce l'odio. Fortunatamente non girano molte armi e in qualche modo è anche vero che il Muro ha ridotto drasticamente a zero gli attentati. Ma a quale prezzo... (E a pagarlo sono e saranno solo i palestinesi).
E' vero che i palestinesi sono molto ospitali ma è altrettanto vero che è difficile dialogarci. Lo scontro fra culture a volte è proprio evidente. L'orgoglio degli arabi è enorme: credono di avere inventato tutto e di avere scoperto tutto. Che è vero. Però cullarsi in eterno sugli allori guadagnati mille anni fa non è granché positivo, no? Cito un caso estremo e ripeto: estremo. E quindi significa che non rappresenta il pensiero di tutti (ma in qualche modo aleggia). Ne avevo già parlato ma lo rinfresco perché da quel giorno mi assilla.
Quando ero andato a Jenin per assistere all'incontro con gli sheikh -autorità religiose, pari ai nostri preti- sui rapporti tra Islam e altre religioni, molti dei presenti tirarono fuori Salah-ed-Din. Ovvero Saladino. Cosa fece Saladino? Riconquistò e amministrò la Palestina al tempo dei Crociati. Ecco, il problema è proprio questo: come diavolo si fa a prendere come riferimento politico per i giorni nostri un tizio che visse 800 anni fa? Da noi lo fa solo la Lega (e persino sbagliando a interpretare).
Un'altra cosa che venne fuori sempre in quell'incontro, è che i musulmani praticanti sono convinti della perfezione del Corano. Che io non metto in discussione come non metto in discussione nemmeno il suo messaggio di pace e la sua sacralità. Ma è mai possibile pensare seriamente che TUTTA la conoscenza del mondo sia scritta proprio nel Corano? Io della Bibbia non lo penso affatto.
Alcuni, per strada, mi dicono: "Voi in occidente ora avete questa moda di rispettare gli animali. Nel Corano c'era già scritto. E c'era già scritto che si sarebbe scoperta l'America. E c'era scritto che...". Insomma, tutto. E allora la mia piccola provocazione (che voglio sia costruttiva) è: cari miei, ammettiamo che sia tutto vero. E allora perché i paesi arabi sono così arretrati? O avete interpretato male il Corano o non l'avete applicato affatto oppure l'avete applicato ma malissimo. Per cui se c'è tutto scritto (compreso il femminismo, la democrazia, ecc. e io credo sia vero) vedete di darvi una mossa...
Altra cosa sull'orgoglio arabo è che loro sono convinti, come dicevo, di aver portato tutta la cultura al mondo. E intendiamoci: in gran parte è vero. Quando in Europa si moriva di peste bubbonica, si bruciavano le streghe e si viveva nella superstizione e nell'ignoranza totale, gli Arabi erano avanti anni luce in tutti i campi. Tutti. E se l'Europa poi si riprese è stato anche grazie a loro. E non li abbiamo mai ringraziati a sufficienza.
Ma da qui a dire che gli arabi non hanno mai conquistato nessun popolo mi sembra che si esageri un tantino, no? "Gli arabi non hanno mai conquistato, loro mettevano al servizio degli altri popoli la propria conoscenza. Anche gli spagnoli chiamarono gli arabi e chiesero loro di andare lì ad amministrare il loro paese". Mah... Negare le conquiste arabe è un errore palese. Adottando lo stesso metro di giudizio, allora, si potrebbe dire provocatoriamente che nemmeno i sionisti hanno conquistato la Palestina ma hanno solo messo al servizio degli arabi la loro conoscenza.
A parte questo, le altre cose che proprio mi fanno infuriare ogni giorno sono altre. Forse non così "importanti" ma dipende dai punti di vista. E sono:
- il modo criminale e assassino con cui i palestinesi guidano per strada. Non c'è un secondo in cui non si sentano sgommate, inchiodate, clacson, accelerazioni folli e non si vedano incidenti evitati per un soffio, pedoni non travolti solo per miracolo (forse li compie la "Terra Santa"), curve prese come se si stesse giocando ad un videogame, sorpassi fatti sfidando tutte le leggi della fisica, incroci affollati e intasati perché la precedenza è un concetto che a scuola guida forse non si insegna e via dicendo.
-la sporcizia assurda che c'è in giro. Credo ci sia in corso un serio rischio ambientale. La sola differenza con Napoli è che lì era tutto concentrato in una zona, qui è tutto sparso in maniera omogenea su tutto il territorio. Ma i rifiuti si buttano ovunque e si eliminano bruciandoli. E le città sono in condizioni penose. Chissà, forse qualche cosa si sta muovendo: due giorni fa gli studenti dell'università di Betlemme hanno bloccato le lezioni per dedicare un'intera giornata alle pulizie e alla raccolta di cartacce e rifiuti vari tutto intorno. Stessa cosa l'hanno fatta gli scout (grandi!!!) vicino alla chiesa della Natività.
-il maltrattamento degli animali. In due mesi sono riuscito soltanto una volta ad avvicinare un cane e ad accarezzarlo. Ogni volta che vedo un cane e un gatto, se sono a meno di 20 metri di distanza, questi scappano impauriti. E ogni notte sento cani che guaiscono e si lamentano. Per me che sono cinofilo, è un'agonia...
Insomma. I problemi sono tantissimi, infiniti. Ci aggiungo una cosa che sto notanto sempre più e che mi ha sopreso: la quasi totale mancanza di solidarietà fra palestinesi. I cristiani -che hanno il concetto di "carità" -se la cavano meglio ma anche perché sono molto (e vistosamente) più ricchi, e nei momenti di difficoltà le parrocchie riescono a redistribuire abbastanza la ricchezza. Questo quasi non esiste con i musulmani: e sì che credevo che l'elemosina fosse uno dei 5 pilastri dell'Islam. Una conferma alla mia teoria a grandi linee: è vero che le cose ci sono scritte nell'islam, ma se nessuno le applica è inutile vantarsene.
Tutto questo sfogo non vuole essere solo una rozza provocazione, fine a sé stessa. Voglio anche liberarmi (o cercare di farlo) di quella tendenza paternalistica che c'è sempre in chi si impegna politicamente o cristianamente a favore dei più svantaggiati. Provare compassione, pietà e dire "Oh poverino, aiutiamolo" è una CAGATA PAZZESCA. Che in Italia abbiamo conosciuto col nome di "assistenzialismo".
Comincio a capire che se vogliamo veramente "risolvere i problemi", dobbiamo prima di tutto levarci gli occhiali dell'idealismo. L'idealismo fa bene all'anima ma se lo applichiamo al mondo non facciamo altro che vederlo totalmente distorto. Il rischio è di distorcerlo sul serio.
Quindi: un bell'esame di coscienza, una bella pulizia fatta con divizia e forte autocritica. E poi capire se stiamo facendo qualche cosa di utile e a chi. A noi o a loro? Stiamo "aiutando" o creando più danni di quanti ne pretendiamo di risolvere?
La Palestina mi sta facendo rendere conto proprio di questo. Con l'assistenzialismo abbiamo rovinato i Palestinesi. Li abbiamo fatti cadere nella doppia trappola dell'occupazione e del suo mantenimento, attraverso uno sistema perenne che li imbocca come bambini deficienti. E non lo sono, cazzo.
I loro problemi non vengono solo da Israele: non è solo Israele la colpa di tutto (è la principale, senza dubbio). Ci sono anche i nostri governi. E ci siamo anche noi, società civile. Che continuiamo a dire "oh poverini". Col cavolo: perché non cominciamo a dire loro anche che fanno un sacco di cazzate? perché non la smettiamo di giustificarli sempre? perché non insistiamo affinché la smettano di puntare il dito contro Israele -che tanto non cambierà- e si diano una mossa per vedere che cosa riescono a fare con le loro poche risorse rimaste ed energie?
Mi sto convincendo che l'unico modo per aiutare i palestinesi -oltre a condannare i crimini dell'occupazione- è sostenere i progetti locali di educazione che mirano a migliorare la società senza però imporre la solita visione occidentale. E per farlo bisogna cominciare dai bambini.
Nonviolenza, creatività, impegno civile, solidarietà, studio, rispetto delle regole e del bene comune, cura dell'ambiente...
Insomma: uno sforzo per migliorare sé stessi. E anche questo concetto c'è nell'Islam e si chiama "Jihad".
Sì, forse gli arabi dovrebbero rileggersi ben bene il Corano... E aprirsi un po' di più, introducendo un po' di sana e buona AUTOCRITICA alla loro vita quotidiana.
Il problema, ora, è: ma come cavolo glielo spiego? E soprattutto senza mai più toccare argomenti religiosi, ai quali sto diventando sempre più insofferente? (non voglio più sentire NESSUNO, di NESSUNA RELIGIONE, dirmi che una tal azione deve essere fatta perché lo vuole Dio: gliel'avete mai chiesto a Dio se è vero? e vi ha mai risposto? Non penso proprio).
Mentre ci penso (anche al fatto che voglio vivere in un paese che veramente sia laico al 100%) meglio sgomberare un po' la mente. E quindi: serata con gli amici, birre (varie) e partite a Scala 40 parlando soltanto di cazzate...
16 settembre 2008
Militari 2
Ecco cosa succede ai militari israeliani che si pentono...
Rompere IL SILENZIO A HEBRON - IL SOLDATO CHE SI STANCÒ DI UCCIDERE
Tra insulti e aggressioni, visita alla città fantasma della Cisgiordania insieme a Yehuda Shaul, ebreo ortodosso, sergente dell'esercito israeliano oggi riservista, che ha denunciato le violenze di coloni e militari contro gli abitanti palestinesi e nel 2004 ha fondato «Breaking the Silence»
Michele Giorgio
HEBRON
«Ero a Hebron da paio di giorni, nel 2002, la situazione era tesa, c'erano stati parecchi morti in quel periodo, anche tra coloni e soldati israeliani, e il comandante della nostra unità mi convocò in una scuola palestinese che l'esercito aveva trasformato in una postazione di tiro». Il sergente Yehuda Shaul, ora riservista, racconta la sua vicenda nel silenzio totale di Shuhada Street, nella zona H2 di Hebron sempre più una città fantasma. «Il comandante mi guardò per qualche secondo - prosegue il militare - poi mi disse: ho saputo che sei bravo ad usare il lanciagranate. Ecco, di fronte a te c'è il quartiere di Abu Sneineh da dove sparano i cecchini palestinesi contro le nostre case (dei coloni). Ogni volta che apriranno il fuoco tu dovrai rispondere lanciando granate. Pensai che era folle prendere di mira abitazioni civili palestinesi, perché queste armi sono micidiali, lanciano 5-6 granate al minuto e uccidono o feriscono ogni essere umano nel raggio di otto metri. Ma lo feci, e divenne routine, una specie di video-game, e qualche settimana dopo rispettai anche l'ordine di aprire il fuoco a scopo preventivo, ovvero senza aspettare che a sparare fossero prima i palestinesi». Eppure fu proprio l'obbedire senza fiatare agli ordini, anche quando a pagare con la vita erano civili, che cominciò a scuotere la coscienza di Yehuda Shaul, 26 anni, divenuto nel 2004 il fondatore di «Breaking the Silence», una associazione di soldati israeliani che avevano prestato servizio a Hebron e che decisero di «rompere il silenzio» raccontando crimini e violenze compiuti dai coloni ma anche dai militari a danno degli abitanti palestinesi. Oggi «Breaking the Silence» organizza conferenze e tour, pubblica libri e dvd con testimonianze di soldati - purtroppo in gran parte anonime - raccolte ovunque nei Territori occupati e che confermano la brutalità dell'occupazione militare cominciata nel 1967. Yehuda Shaul non è un attivista di sinistra, si definisce «un laburista», e le sue origini sono tutte sul versante opposto dello schieramento politico. E' un ebreo ortodosso, osserva rigorosamente lo shabat e il kashrut e porta la kippa. «La mia famiglia è di destra, mia sorella vive in una colonia, a Gush Etzion, e hanno accolto con sdegno la mia decisione di raccontare tutto. Alcuni dei miei familiari e dei vecchi amici non mi rivolgono più la parola. Ma io non torno indietro - spiega l'ex militare - non si può continuare a nascondere la verità, a tenere segreti abusi e violenze sistematiche contro i civili palestinesi. Ad Hebron ne ho viste troppe e noi soldati non facevamo o non potevano fare nulla per impedire questi crimini perché solo la polizia è autorizzata a trattare con i coloni. I nostri comandanti ci dicevano soltanto di vietare ai palestinesi di transitare in certe strade, di farli sparire dalla circolazione, con le buone e con le cattive, in modo da evitare frizioni con i coloni ebrei. Una volta dei coloni aggredirono a freddo, davanti ai miei occhi, una donna palestinese che tornava dal mercato per punirla, dissero, per il massacro del 1929 (il 23 agosto di quell'anno, in seguito all'uccisione di due palestinesi in apparenza da parte di ebrei, in tutta la Palestina esplosero gravi incidenti. A Hebron i palestinesi uccisero 67 membri della piccola comunità ebraica che viveva nella città, i sopravvissuti vennero evacuati dopo alcuni giorni, ndr).» Divisa nel 1997 in due zone - H1 e H2 -, per un accordo sottoscritto da Israele e Anp, Hebron oggi è una città tenuta in scacco dai coloni, circa 500, giunti dopo l'occupazione della Cisgiordania nel 1967. Nella zona H2, sotto il controllo militare israeliano, quella dove è situato l'importante sito religioso della Tomba dei Patriarchi, sacro ad ebrei e musulmani, oltre ai coloni risiedono circa 30mila palestinesi. Senza protezione, soggetti ad abusi quotidiani, circa un terzo degli abitanti palestinesi ha lasciato la zona H2. Tutti gli altri cercano di farsi vedere il meno possibile in giro. La cashab è deserta, i negozi sono in buona parte chiusi (tra 600 ed 800 esercizi commerciali arabi sono stati costretti a tenere abbassate le saracinesche dopo il 2000), in Shuhada Street, la via principale della zona H2 ormai si vedono solo coloni, soldati e poliziotti. Siamo diretti a casa di Hani Abu Heikal, un palestinese amico di Yehuda Shaul, che di fatto vive prigioniero a casa sua perché adiacente alla piccola colonia di Tel Rumeida. Lungo la strada Shaul è come un fiume in piena che ha rotto gli argini, vorrebbe raccontarci le «mille storie» che ha vissuto o sentito. Ma le sue parole vengono interrotte dall' arrivo improvviso di un colono, Ofer Ohana, come lui stesso ci dice presentandosi qualche secondo dopo. Shaul è odiato e disprezzato dai coloni israeliani, lo considerano un traditore, uno che si è «venduto al nemico», agli arabi. Ohana non è aggressivo, piuttosto vuole farsi beffe del soldato che ha rotto il silenzio. «Yehuda, Yehudili, Yehudel, guarda qui, guarda qui. Hai telefonato al tassista, il tuo amichetto arabo Hisham per dirgli di tenersi pronto a fuggire?», ripete ossessivamente il colono tenendo la sua telecamera a non più di 3-4 centrimetri dal volto di Shaul. Poi improvvisamente riceve una telefonata e si allontana. L'ex soldato riprende il suo racconto ma la calma dura poco. Dopo meno di un minuto, all'inizio di Shuhada Street, giungono altri tre coloni. Tra questi, due sono noti come i principali esponenti dell'estremismo di destra che domina in molte colonie ebraiche in Cisgiordania: Baruch Marzel e Itamar Ben Gvir (entrambi hanno firmato qualche giorno fa un «patto» di resistenza contro qualsiasi evacuazione di insediamenti colonici nei Territori occupati). Il primo si disinteressa di Shaul e, con tono di voce calmo e monotono, ci esorta a non ascoltare «quelle bugie». Yehuda Shaul, ripete Marzel, «è un malato di mente, tutta la sua famiglia ha grossi problemi, sua sorella dice di essere religiosa ma è una poco di buono. Sappiamo tutto di loro. Shaul lavora per conto dell' Unione europea, sì lo pagano gli europei per costruire le sue accuse contro gli ebrei», insiste monocorde il colono, mentre a distanza di un paio di metri Ben Gvir spara raffiche di offese infamanti contro Shaul. Proseguiamo lungo via Shuhada Street. L'atmosfera è tesa ma ancora calma, i coloni, diventati nel frattempo una dozzina, ci seguono assicurando che «tutto è a posto», ma, all'improvviso, nei pressi di Bab Zawiyeh, al transito per la zona H1, Ben Gvir, ben riconoscibile per la sua camicia color giallo, sferra un calcio alla gamba destra di Shaul che accusa il colpo ma prosegue senza fiatare, per evitare il peggio. Poi comincia la gara di coraggio di bambini e ragazzi, tra i 10 e 12 anni, contro il «traditore». Un paio riescono a raggiungerlo con calci e sassi. Giunge finalmente la polizia ma a finire sotto accusa è proprio Shaul. «Basta, sei in arresto, tutte le volte che vieni qui esplode un casino», urla un agente tra gli sguardi soddisfatti dei coloni. Saliamo assieme all'ex militare a bordo della jeep della polizia che ci porta alla Tomba dei Patriarchi. Ci viene intimato di lasciare subito la città, Shaul però non demorde. «Voglio andare a far visita al mio amico (palestinese), e ci andrò a qualsiasi costo», ripete ai poliziotti che, stanchi della discussione, ci ordinano di rientrare nella jeep e ci portano a tutta velocità a casa di Hani Abu Heikal. Il sistema di comunicazione interna dei coloni si dimostra ancora una volta molto rapido. All'ingresso dell'abitazione ci attendono Ben Gvir e Ohana per scaricare addosso al «traditore» altre decine di parole irripetibili. La tensione di Shaul si scioglie a casa di Abu Heikal. Quelli che un tempo erano i suoi nemici, contro i quali lanciava granate, oggi lo accolgono con un sorriso e una stretta di mano. «Ahlan wa sahlan, benvenuto Yehuda, entra, accomodati», dice Abu Heikal. «Ramadan karim", replica Shaul mostrando rispetto per il mese sacro islamico. «La nostra esistenza è un inferno - riferisce Abu Heikal, «tutte le volte che esco o torno a casa devo superare quattro posti di blocco militari mentre i coloni si muovono liberamente». Il suo resoconto è un triste elenco di vessazioni continue. «I coloni fanno di tutto per costringermi a lasciare casa: hanno dato fuoco più volte alla mia auto, ai miei alberi d'olivo. Ho filmato alcune di queste azioni con la telecamera che mi ha dato "Betselem" (un centro per diritti umani israeliano, ndr) e le immagini spesso mostrano i volti dei responsabili degli attacchi. Ho consegnato tutto alla polizia (israeliana) ma sino ad oggi non e' accaduto nulla, i coloni continuano a fare ciò che vogliono», prosegue Abu Heikal, che ci saluta con una promessa: «non andrò via, resterò qui». Torniamo a piedi verso la Tomba dei Patriarchi, Shuhada Street è vuota. Regna il silenzio, il silenzio che Yehuda Shaul ha deciso di rompere.
14 settembre 2008
Religioni
L'altra sera Massimo, Mahira e io abbiamo fatto la nostra prima serata insieme dai tempi di Pavia. L'occasione è stata l'inaugurazione di una mostra promossa dall'ong italiana VIS al Peace Center in Manger Square.
L'esposizione, intitolata “Inside Out” (“dentro fuori”), è il risultato finale di un lavoro fatto con studenti palestinesi sui “limiti”: non solo limiti fisici creati dall'occupazione. Soprattutto limiti mentali, spirituali. Pochi giorni fa scrivevo di come l'occupazione sia soprattutto un'occupazione mentale: questa mostra me lo conferma.
Per renderlo “visibile”, un fotografo ha pensato di realizzare degli scatti degli studenti mentre cercano di oltrepassare un muro di plexiglass: un muro trasparente, ma esistente. Che ti limita. Sembra che non ci sia ma è proprio questo il problema: c'è eccome ma non è facile da superare né da spiegare.
Fra pochi giorni posterò la foto che abbiamo fatto anche noi. Alla fine è diventata scherzosa, come sempre, ma il mio scopo era quello di scagliarmi con violenza contro il muro e abbatterlo a testate. Cosa che ho fatto per qualche secondo in un apice di insofferenza per tutto...
Atei
Era luglio e una sera sentii un discorso sulla religione fatto da volontari stranieri (europei). Si stupivano di come la religione sia un elemento che marchia l'identità di ognuno tanto che è presente come dato anagrafico anche nei documenti. “E se uno è ateo?” chiedeva provocatoriamente un tizio. “No, non ti crederebbero mai. Non esiste l'ateismo qui”.
Sbagliato. Esiste anche qui. Anzi: credo che proprio l'asfissia che a volte tutto questo fardello di religioni genera, spinga qualcuno a voler tirarsi fuori dai giochi. Io, per esempio -ben lungi dal diventare ateo- ormai provo repulsione per gli argomenti religiosi: non ne voglio sapere (anche se continuo a parlarne, è inevitabile). Non voglio vedere chiese né moschee né sinagoghe; evito mezzelune, croci, madonne, stelle di davide e menorah.
Se, però, a farlo sono quelli del posto, la cosa stupisce, no? La stessa sera della mostra “Inside Out” abbiamo conosciuto un ragazzo palestinese fuori dalla mosche di Omar, davanti alla Natività, che vendeva caffé. Dopo le solite domande sulla nostra origine, siamo finiti a parlare di religione non mi ricordo come, forse per il Ramadan. Il ragazzo, con aria un po' di sfida, risponde: “Non m'interessa la religione, io non ho dio. Non sono cristiano, non sono musulmano. Dio non esiste. Anzi sì, ma è questo qui” e, mostrando il berretto che porta, indica il volto di Che Guevara.
Un po' di tempo fa mi domandavo in che modo fossero coinvolti i cristiani nella lotta palestinese e se lo fossero. In fondo, la maggior parte dei palestinesi era abbastanza laica e soprattutto anche i movimenti armati erano politicizzati e lontani anni luce dalle influenze religiose, come il FPLP o il FDLP.
Dopo la mostra, siamo finiti in un locale di Beit Jala che si chiama “Taboo”. Il proprietario è un ex-cameriere dell'hotel francescano Casa Nova, quello che ospita i pellegrini cattolici. Ad un certo punto, stanco dei pellegrini, decise di cambiare totalmente aprendo questo posto che rappresenta veramente un piccolo “tabù”: resta aperto fino alle 5 del mattino, serve ogni tipo di alcolici e soprattutto piatti a base di carne di maiale. Il locale è famoso per una mega pelle di zebra dietro il bancone che è diventata parte integrante dell'iconografia. Per qualche ora ci è sembrato di essere in Europa: neanche la musica era araba e i ritmi caraibici scatenavano nel ballo ragazze con abiti attillati e canottierine scollate e i loro cavalieri. L'unica cosa “strana” era la presenza di crocifissi un po' ovunque.
Più tardi, mentre prendevo una boccata d'aria -il locale si era riempito di fumo per i narghilé- ho scambiato due parole al volo con uno dei proprietari, un palestinese cristiano, che mi chiese cosa ne pensavo della situazione palestinese. Gli ho raccontato della mia idea ideologicizzata alla partenza, e che il mio entusiasmo si è affievolito man mano a causa anche della comprensibile apatia dei palestinesi.
“Ti dico una cosa. – mi ferma – Prima eravamo tutti coinvolti nella lotta, tutti. Giovani, vecchi, bambini. Tutti abbiamo lottato per la Palestina anche se finivamo in carcere o uccisi. Ma la Seconda Intifada ci ha tagliato le gambe, ci ha distrutto. Io ora non guardo nemmeno le notizie, non voglio nemmeno sapere cosa succede qui a Betlemme. Siamo stanchi, abbiamo solo bisogno di pace ora”.
Ebrei
Faccio un salto di migliaia di chilometri, ma è un salto che nella mente spicco molte volte al giorno.
Varie volte ho scritto della massiccia presenza ebraica in Argentina. Ebbene oggi, sulla versione digitale del quotidiano di Buenos Aires Página/12, c'era un trafiletto interessante che riporto e traduco di seguito:
Separados
El rabino Iechel Weizman es un israelí de posiciones muy duras. De visita en Argentina, despertó polémicas internas por su mensaje. La tensión estalló cuando habló en el auditorio de la AMIA, en la calle Pasteur: las organizaciones de la comunidad judía Meretz, Tzavta, Convergencia e Icuf emitieron un repudio público porque Weizman insistió en que hombres y mujeres se sentaran separados. “AMIA es un espacio de toda la comunidad y no una sinagoga”, explicó el comunicado, que calificó al rabino de “fundamentalista con un mensaje racista”.
SEPARATI
Il rabbino Iechel Weizman è un israeliano dalle posizioni molto dure. In visita in Argentina, ha suscitato polemiche interne per il suo messaggio. La tensione è scoppiata quando ha parlato nell'auditorio della AMIA (Asociación Mutual Israelita Argentina, un'importante associazione ebraica di mutuo soccorso, n.d.t.), in via Pasteur: le organizzazioni della comunità ebraica Meretz, Tzavta, Convergenza e Icuf hanno emesso un [comunicato di] repudio pubblico perché Weizman aveva insistito affinché uomini e donne si sedessero separati. “AMIA è uno spazio per tutta la comunità e non una sinagoga”, spiega il comunicato, che definisce il rabbino “fondamentalista e con un messaggio razzista”.
9 settembre 2008
Energia positiva
Mentre solletico i tasti, mi accompagna una colonna sonora random che ora si è fermata sulle note di un vecchio ma rivoluzionario gruppo musicale argentino, i Sumo, guidati da un visionario e geniale tossicomane romano (Luca Prodan) che osava cantare in inglese proprio negli anni in cui la dittatura militare lo vietava.
Fuori, invece, posso sentire il muezzin che dalla moschea qui dietro guida la preghiera serale del dopocena.
Sì, è da un pezzo che non scrivo. Ero alla ricerca di stimoli dopo un periodo un po' piatto e monotono, privo di emozioni, di speranze (per la causa palestinese, intendo), di certezze...
Direi che ora sono arrivati.
In questi giorni è successo un po' di tutto. Nulla di sconvolgente ma almeno fuori dalla routine. Forse è stato l'arrivo di settembre e l'inizio del ramadan a scombussolare un po' tutto.
Per prima cosa ci si è messa la decisione di anticipare l'entrata in vigore dell'ora solare: per cui ora abbiamo la stessa ora italiana con la differenza che alle 18 inizia a far buio. In Israele, invece, il cambio dell'ora sarà a fine settembre, con l'inizio del nuovo anno ebraico. Per cui, da qui a Gerusalemme c'è il fusorario!!!
RAMADAN
Il Ramadan è molto diverso da quello che mi aspettavo. Intanto, si lavora meno: noi si chiude alle 14. Le strade della città brulicano di gente alla ricerca degli ultimi ingredienti per la cena. I datteri, provenienti da Jerico, vanno a ruba (secondo la tradizione, il digiuno si rompe mangiandone tre). I panifici sono tutti indaffarati a sfornare dolci e dolcetti vari, i venditori di shawarma (kebab in Italia) iniziano a cucinare solo verso le 16 ma intanto preparano le vasche di sottaceti, verdure e accompagnamenti vari. Nessuno beve, nessuno mangia, nessuno fuma. Anche i più laici tra i musulmani rispettano il Ramadan.
Ecco, il clima che si respira è quello che non mi aspettavo di trovare. Ho sempre assimilato questo momento della vita dei musulmani alla nostra Quaresima: un momento di penitenza, di digiuno, di astinenza, di preghiera (cosa che credo quasi nessuno faccia, ormai, me compreso a parte il non mangiare carne il venerdì). Invece mi devo ricredere: è più simile al clima Natalizio. Con tanto di lucette di Ramadan che illuminano le notti islamiche. Già: non alberi di natale o stelle comete bensì mezzelune e stelle colorate e intermittenti! Anche i programmi televisivi seguono questa direzione: invitano le famiglie a raccogliersi, a passare momenti insieme, a ritrovare parenti, far giocare i bambini...
La giornata tipo inizia alle 2.30 del mattino quando il muezzin lentamente sveglia la città col suo canto lamentoso. Di solito, ad accompagnarlo qui nei dintorni c'è un gallo che non ha ancora capito che l'alba è verso le 6 e non all'una di notte!!! Maledetto!!!
Una volta svegli, i musulmani fanno una colazione che definire abbondante fa sorridere. E poi, nuovamente a nanna fino all'ora di alzarsi sul serio per andare a lavorare o a scuola. Da qui, fino alle 18, niente cibo e niente acqua. Vietato ingerire qualsiasi cosa, fumo compreso. I più intransigenti sputanto anche la saliva. Lo scopo del digiuno è quello di far ricordare a tutti che c'è gente al mondo che patisce fame e sete e che è dovere di tutti nutrire e dissetare i meno fortunati. E' tradizione consolidata, tra l'altro, invitare i più poveri o meno fortunati al proprio tavolo per festeggiare insieme. Insomma: un clima “natalizio” vero e sincero, molto lontano da quello che è diventato il nostro Natale grazie al nostro stupido e irrefrenabile consumismo.
Ci ho provato anch'io a stare totalmente a digiuno un giorno. Mi sono alzato alle 2 del mattino per la mostruosa colazione (che mi è andata su e giù fino al primo pomeriggio) e per tracannare almeno 1,5 litri d'acqua. Alla fine, beh dai, ho resistito: stare senza cibo non è difficile (lo scoutismo insegna anche questo!). Ciò che mi ha fatto veramente soffire è stata la mancanza d' acqua: già alle 7.00 del mattino mi stavo disitratando e lamentando e alla sera ormai avevo le labbra secche. Altro che 3 datteri: appena il muezzin ha intonato il solito “Allaaahu akbar.... Allllaaaaaaaaahuaaaaakbaaaar...” ho prosciugato un'intera bottiglia d'acqua.
Mai più...
La fatica del digiuno, tuttavia, ha fatto riflettere anche me: ho pensato a quanto debba essere difficile osservare il Ramadan per i musulmani che vivono fuori dai paesi islamici. Cominciando da Treviso: lì l'orario non è cambiato per cui si cena più tardi; gli orari lavorativi non vengono modificati per cui la fatica aumenta notevolmente; il clima festivo del Ramadan è disturbato pesantemente da quei ferventi cattolici bestemmiatori dei leghisti. Sono bravi a non diventare veramente terroristi, dopo aver subito tante angherie e stupide repressioni. Sono certo che se ad un solo cristiano in giro per il mondo fosse impedito di celebrare il Natale (magari in un paese islamico), la stampa occidentale scatenerebbe il putiferio.
LETTURE
Lo scorso fine settimana sono stato colto da febbre di lettura. Ho avuto improvvisamente il bisogno di leggere, qualsiasi cosa: libri, riviste, giornali, pubblicità purché scritti in qualsiasi lingua a me comprensibile anche solo in parte. Unica condizione: niente file né siti internet (voglio sedermi fuori sul terrazzo a leggere veramente. Leggere, leggereeeeee!) e soprattutto che non tratti il conflitto israelo-palestinese o la religione (qualsiasi religione, anche quella che venera Bacco). Insomma: avevo assoluto bisogno di dare aria al cervello per evitare un surriscaldamento. Purtroppo a Betlemme non c'è granché: i pochi giornali sono in arabo, c'è un negozietto che vende riviste in inglese che definirei ormai antiquate e non ho visto una sola libreria o edicola. Ho chiesto una dritta a Jonas che mi ha consigliato la libreria del Centro per la Pace in Manger square (ma i libri sono prevalentemente sul conflitto). O di andare a Gerusalemme. Non ci ho pensato due volte: Gerusalemme.
Mi sono mosso un po' tardi, come al solito sono andato a piedi fino al checkpoint (da dove sto io ci si mette una mezz'oretta) e lì ho trovato coda, l'autobus ci ha messo un po' a partire e quando sono arrivato era tardi. Ancora più tardi considerando il “fusorario”, che io non avevo calcolato. Per cui, ancora una volta tutto chiuso. E vaffanculo!!!! Almeno ho respirato un minimo di libertà, nonostante la soggezione che ti inculca la presenza ossessiva compulsiva dei simboli ebraici.
Poco dopo la mia lunga e infruttuosa passeggiata alla ricerca di letture di qualsiasi genere, ho incrociato Massimo col quale ci siamo scolati un paio di birre liberatorie, scambiandoci le nostre impressioni a quasi due mesi dal nostro arrivo. Condividiamo un certo pessismismo e senso di impotenza per una situazione ogni giorno più complessa, difficile da schematizzare e da districare. Il nostro fervente idealismo speranzoso degli inizi si scontra con questo surrealismo disarmante che respiriamo ogni giorno. Boh. Meglio agire da professionisti, come macchine che si limitano ad eseguire senza chiedere? Chissà, forse è l'unico modo per non farsi prendere troppo dallo sconforto pe chi lavora in questo campo. Diceva Massimo che al Festival del cinema di Venezia è stato presentato un film (o un documentario?) che smitizza la cooperazione internazionale: non solo idealisti, non solo don Chisciotte, non solo romantici sognatori attorniati da bambini neri o da indigeni che indossano vestiti colorati. Spesso, appunto, chi lavora nei progetti di sviluppo è solo un tecnico, un professionista che si limita a fare il proprio lavoro. Chissà, forse troppa sensibilità rischia di ritorcersi contro chi cerca di cambiare il mondo. A volte il carico di emozioni, di sofferenze, di ingiustizie, di impotenza è troppo. In questi giorni ci stiamo scambiando alcune impressioni con gli altri compagni del master sparsi in giro per il mondo (quelli europei o che comunque vivono in Europa da tanto, come me; gli stranieri del “sud del mondo”; infatti, sono quasi tutti in Europa com'è giusto che sia): dal Sudafrica all'Argentina, dalla Repubblica Centrafricana al Brasile, dall'Etiopia al Venezuela e via dicendo. Quelli che sono “sul campo”spesso devono scontrarsi con situazioni pesanti e ci vogliono i peli sullo stomaco per non abbattersi. Non è facile. Me ne sto rendendo conto.
MAHIRA
Mahira è la più giovane partecipante all'ultimo master in cooperazione allo sviluppo dell'Istituto Universitario di Studi Avanzati di Pavia. E' maltese, di origini asiatiche e, come Massimo e me, è qui in Palestina per svolgere la sua internship, presso un'ong italiana che qui ha un progetto con l'artigianato locale. E' arrivata pochi giorni fa, alle 3 di notte, e ha avuto un'ottima accoglienza dalle autorità israeliane: i poliziotti che l'hanno interrogata, addirittura ignoravano l'esistenza di Malta e una volta saputo che ora è nell'Unione Europea, uno di loro ha sbottato: “I hate Europe!” (odio l'Europa). La ciliegina sulla torta, però, è stata la reazione che hanno avuto quando ha risposto affermativamente alla domanda “Per caso tuo padre è musulmano?”. Tre ore di interrogatorio e perquisizioni. Ha battuto anche me e le mie due ore... Welcome to Israel.
Per qualche giorno Mahira è stata ospite di Massimo a Gerusalemme, fino a domenica quando il nostro romagnolo preferito è ritornato al lavoro ma con una trasferta a Jenin. Per cui Mahira è diventata mia ospite. Quello che non avevo capito -e ho scoperto solo la mattina di domenica- è cheavrebbe dovuto dormire qui da me. Evidentemente c'è stata un'incomprensione fra Massimo e me. Nessun problema, gli amici sono sempre i benvenuti e soprattutto non si lasciano mai per strada! Peccato solo che Abu Wahid, settimane prima, mi aveva avvisato che non posso assolutamente ospitare ragazze. “Tu da solo con una donna no, non si può, non possiamo ”. Eventualmente avrebbe provveduto a trovare un'altra sistemazione in casa sua per le eventuali amiche che vengono a trovarmi.(La mia dolce metà, quindi, può stare tranquilla e non soffrire di gelosia, he he he!). Madre esclusa, che ha il permesso e il sacrosanto diritto di stare qui.
Insomma: mi sono trovato improvvisamente impelagato in una situazione complicata alla quale la mia soluzione è stata di ospitare in ogni caso l'amica, con o senza permesso. Non ho voluto dire a Mahira del malinteso (se non a giochi fatti e strafatti) però abbiamo dovuto elaborare lo stesso una strategia che comprendeva una gran balla. O meglio: una semi-balla. Ovvero che la sua capo (responsabile dell'Ong italiana qui a Betlemme) doveva arrivare in nottata dall'Italia ma non siamo riusciti a metterci in contatto per cui, data l'ora tarda, abbiamo optato per l'ospitalità improvvisata qui.
Ecco, ovviamente mi sono sentito un po' poco onesto. Ironia della sorte, però, è andata proprio così! Nel senso che veramente la tizia dell'ong doveva arrivare domenica sera sul tardi ma ci sono stati dei problemi per cui sono arrivati alle 5 del mattino di lunedì e i telefoni non funzionavano! Insomma: altro che balla, abbiamo semplicemente previsto il futuro!
La torrida giornata di domenica (umidità, caldo, sole assassino), ancora ignari delle nostre capacità divinatorie, l'abbiamo trascorsa a fallire tentativi di ogni tipo. Non siamo riusciti a visitare la basilica della Natività e soprattutto la grotta perché la struttura traboccava di turisti. Non siamo riusciti a trovare uno straccio di paninaro o negozietto aperto perché per i musulmani la domenica è un giorno feriale ma siamo in Ramadan, e per i cristiani (che non osservano il Ramadan) èun giorno festivo ergo chiudono tutto. Non siamo riusciti ad andare a Jerico perché faceva troppo caldo e ormai era tardi. Non siamo riusciti ad andare all'Herodion (il sito archeologico dell'imponente residenza del re Erode) perché non c'erano autobus ma solo tassisti che volevano a tutti i costi pelarci con prezzi da usurai camorristi e nemmeno senza nasconderlo troppo. Non siamo riusciti a visitare nemmeno un museo perché erano tutti chiusi e strachiusi nonostante i cartelli con gli orari indicassero tutt'altro. Non siamo riusciti ad andare in un supermercato per prendere un paio di cose per la colazione perché quando mancano venti minuti alle 18 (cioè quando il muezzin dice che si può rompere il digiuno) la città incasinata diventa improvvisamente una ghost town a cui mancano solo i classici cespugli secchi che rotolano sulla strada polverosa come nei western. Non siamo riusciti a fotografare un gruppetto di bambini in groppa ad un cavallo scheletrico, perché mancava il flash. Non siamo riusciti a tornare subito a casa perché alcuni ragazzi al panificio qui vicino ci hanno chiesto un miliardo di volte di andare da loro, invitandoci a fare due chiacchiere. Ci hanno regalato pane, dei biscotti ripieni e dei grissini caserecci (tutto appena sfornato) e non ho capito perchè. So solo che volevano divertirsi un po' in maniera innocente, ma pure loro non sono riusciti in qualche cosa: non sono riusciti a non farsi sgamare. Nel senso che parlavano in arabo guardano Mahira. La quale però l'arabo lo capisce benissimo. Lei è stata al gioco finchè, all'ennesima risata, ho avverito l'unico ragazzo che capiva l'inglese: “Dì ai tuoi amici che non esagerino troppo. Lei l'arabo lo capisce perfettamente”. Immediatamente costui ha tradotto e le facce degli amici si sono improvvisamente congelate. Una scena stupenda!
La lista dei nostri fallimenti, fortunatamente sta per finire: non siamo riusciti a non farci scoprire da Abu Wahid. Abbiamo inscenato la nostra balla studiata in mattinata e lui, a sorpresa, è sembrato averla presa bene, tutto sommato. Peccato che mi abbia gelato il sanguen avvisandomi che da lì a tre ore avrei avuto una famiglia statunitense come coinquilini, fino a dicembre. Ovviamente sono rimasto tramortito: come sarebbe “una famiglia”? Pure statunitense? E soprattutto: fra tre ore? E fino a dicembre? E se non fossi stato d'accordo? E se anche lo fossi: un po' di preavviso no? Shock. La speranza era che si fosse trattato di uno scherzo.
L'ultima cosa che non siamo riusciti a fare è stata trovare un locale o qualsiasi cosa che servisse piatti palestinesi. Convinti, siamo entrati in una pizzeria. Evabbé: serata a birra palestinese e pizza (neanche male, peraltro) farcita di anneddoti dei quasi 8 mesi pavesi, con i retroscena delle notti passate tra l'osteria Sottovento in mezzo a cani e punk, Radio Out e le varie case di studenti che di sera si trasformavano in lupi mannari e alcolizzati. Boh: in 8 mesi non mi ero accorto quasi di nulla!
Ormai stanchi morti, anche per il fumo del narghilé, ci avvicinavamo a casa soltanto con una cosa in mente: che sia vero che quando apriremo la porta troveremo una famigliola yankee ad attenderci? Gli ultimi gradini li ho fatti quasi terrorizzato perché c'era una luce accesa. Fine delle speranze.
O no? Boh, non si capisce: nulla fa intendere che ci siano nuovi ospiti tranne la luce accesa in bagno e una delle due camere vuote che ora ha la porta aperta (e prima era chiusa a chiave). Mistero della fede? Semplice ripicca di Abu Wahid? O innocente scherzo? o... boh? Vabbé. Mahira ringrazia il cielo perchè almeno c'è un letto in più disponibile (aveva preteso a tutti i costi di dormire sul divano, nonostante la mia ferma contrarietà!), io resto a rimuginare.
Solo la mattina dopo scoprirò che non si trattava di una balla: la camera era aperta perché effettivamente la casa era stata visitata da queste persone e Abu Wahid si era dimenticato di chiuderla. Però erano passati solo per vedere, non per starci da subito. Beh, almeno la cosa è più ragionevole. Anche se avrei gradito il preavviso...
La mattina, mentre io ero in ufficio, Mahira è rimasta a casa cercando di capire la sorte dei responsabili della sua ong. Salvo poi scoprire che la nostra balla era l'esattissima verità!
OLANDESI
Anche in ufficio sono avvenuti dei cambiamenti. Lunedì ho accompagnato Noah e Lina a sud di Hebron per conoscere professori e preside di una delle nuove scuole in cui dal prossimo mese si inizierà il progetto dei “Giovani Negoziatori” (l'acronimo in inglese è YNP). Non mi ricordo se ne ho parlato in altri post: si tratta di un programma il cui scopo è quello di fornire agli studenti adolescenti palestinesi e ai loro professori, i mezzi per cercare di risolvere in maniera nonviolenta e pacifica i propri conflitti quotidiani, imparando a negoziare e dialogare affinché le soluzioni ai vari problemi accontentino tutti (“win-win”) e non solo alcuni (“win-lose”) o nessuno (“lose-lose”). IlYNP è nato ormai 8 anni fa e ha raggiunto quasi 180 scuole, guadagnandosi una grande popolarità tanto da essere richiesto anche nella vicina Giordania. Si tratta del progetto di punta del CCRR ed è finanziato da una ong olandese, War Child, che come dice il nome si occupa di bambini in sitazioni di guerra o comunque di conflitti armati.
Ne parlo perché il mio compito qui è quello di rinnovare profondamente il sistema di valuatazione proprio di questo progetto, affinché sia War Child (il donor) sia il CCRR capiscano quali siano i reali effetti prodotti. Insomma, in poche parole: vogliamo capire se il YNP ha cambiato oppure no la vita di sti benedetti ragazzini e in che modo.
Oggi, appunto, è venuta una delegazione di War Child a parlare del YNP. Non voglio rivelare i contenuti della riunione. Però le conclusioni sono state di sicuro una sorpresa per tutti noi. Non molto positiva, nonostante non si metta in discussione la partnershio né la validità del progetto.
Per quanto mi riguarda direttamente, devo dire che ho fatto il mio “debutto in società” nel senso che ho presentato ufficialmente la mia proposta di valutazione, con dei questionari nuovi di zecca e alcune idee che dovrebbero andare in contro ai bisogni del CCRR ma soprattutto, in questo momento, a quelli di War Child. I questionari sono piaciuti, hanno destato interesse e curiosità e forse ho contribuito a salvare la partita in calcio d'angolo. Vedremo domani, perché quelli di War Child ritorneranno anche per parlare con me, cosa che inizialmente non era prevista.
ISRAELIANI IN PALESTINA?
Ancora un po' scossi dalla riunione di ieri - e già pronti per elaborare la contromossa necessaria – oggi abbiamo ricevuto la seconda importante visita. Anche questa volta si parla di valutazione (anzi, ad essere più precisi è un monitoraggio) e di nostri progetti. Anche in questo caso, il progetto in questione è di mediazione e negoziazione.
Il valutatore, Rafael, è spagnolo (così come il “capo” locale di War Child, Andrés) ed è un freelance ingaggiato dalla Commissione Europea per monitorare i progetti finanziati con gli euro delle vostre tasche. Rafael è il capo-missione del squadra sguinzagliata tra Israele e Palestina. L'incontro sarebbe riservato a Noah e Carola (che seguono il progetto da più vicino) ma ci è stato chiaramente detto che se vogliamo possiamo partecipare. “Posso vedere? Voglio fare come gli studenti di medicina che osservano da vicino i dottori che operano” è la mia richiesta. In effetti, vedere un valutatore in azione forse potrebbe darmi qualche spunto. Accordato.
Quando arriva, è accompagnato da due persone che credo essere suoi collaboratori. Solo dopo aver iniziato la riunione capisco che anche loro erano lì per essere valutati. Unica differenza: erano israeliani, ebrei.
Ebrei a Betlemme? Ma come cavolo hanno fatto per entrare? E' la prima volta che vedo degli israeliani ebrei qui, in Palestina, seduti accanto a palestinesi, scherzando e ridendo con loro.
Ancora stupefatto, prendo nota delle domande, degli atteggiamenti del valutatore, delle sue reazioni. Ha un modo di fare accomodante, mette le persone a loro agio tanto che si fa a gara per parlare, per fornire informazioni, raccontare anneddoti, dettagli, curiosità.
E un po' alla volta, la mia attenzione si concentra anche sul progetto. Che mi lascia a bocca aperta. Ora finalmente capisco concretamente quale sia la grande validità del CCRR e perché lo scorso anno vinse un premio internazionale per la propria attività.
Allora. Questo progetto (di cui non ricordo il nome!) è stato creato e portato avanti congiuntamente da due ong: il CCRR in Palestina e Neve Shalom in Israele. Il loro scopo è quello di creare due gruppi eterogenei rispettivamente di palestinesi e di israeliani, per un totale di 60 persone. Questi gruppi si impegnano a partecipare per circa 3 anni alle varie attività che, in grandi linee, sono le seguenti:
-degli incontri “interni” per conoscersi e organizzarsi in gruppi autogestiti di lavoro e discussione
-la scelta dei rappresentanti e dei “capi-negoziatori”
-3 incontri (in luogo neutrale, all'estero) fra rappresentanti palestinesi e israeliani, che devono negoziare sui temi trattati nei propri gruppi di lavoro.
Fin qui quasi nulla di nuovo, perché progetti che fanno incontrare israeliani e palestinesi ce ne sono. La novità – che mi ha stupito parecchio – è che non si cerca il dialogo e l'accordo bensì lo scontro, il conflitto. Detta così suona male. Cerco di spiegarmi.
Come ho scritto molti post fa, i palestinesi sono critici verso questo tipo di progetti e non hanno tutti i torti. Anche Carola (l'esperta tedesca in scienze sociali che lavora al CCRR) lo dice: c'è un modo di operare nella cooperazione internazionale che si chiama “do no harm” ovvero “non creare danno”. I progetti di dialogo, invece, spesso crearo un danno serio ai partecipanti. I palestinesi, infatti, quando scoprono personalmente l'esistenza di “israeliani buoni” restano scioccati e piombano quasi nella depressione: la loro reazione, infatti, è quella di mettere totalmente in dubbio tutto il loro vissuto: il “nemico” che ha occupato e depredato le loro terre improvvisamente ha una faccia diversa. Chi, allora, è il colpevole? D'altro canto, per gli israeliani c'è tutto da guadagnare: dimostrando di essere in grado di parlare con dei palestinesi e anche di farseli amici, l'israeliano dimostra a sé stesso e agli occhi di osservatori esterni di non essere in torto e, in qualche modo, si “pulisce” la coscienza. Però questo è uno degli ulteriori effetti perversi dell'occupazione.
Altri aspetti negativi dei tradizionali progetti l cui scopo è il dialogo sono:
-la scelta dei partecipanti: di solito vengono scelte persone con una certa attitudine, in maniera da facilitare il dialogo;
-la formazione: i partecipanti frequentano dei corsi, per imparare a negoziare e interagire;
-lo scopo finale: spesso è raggiungere un accordo che vada bene a tutti – onestamente mi sembrava la cosa più ovvia – nell'ottica di “volemose bbene, siamo tutti fratelli” anche quando la realtà (come in questo caso) è ben diversa.
La scelta metodologica di CCRR-Nevé Shalom è esattamente l'opposto:
-i partecipanti sono scelti in maniera da rappresentare l'intera società, includendo quindi anche soggetti politicamente radicali e addirittura estremisti, militanti politici ma anche semplici civili ignari, professionisti (come avvocati e giornalisti) e non, giovani e vecchi, uomini e donne, ecc. I gruppi, quindi, sono veramente eterogenei;
-non si fa formazione: i partecipanti ricevono solo supporto logistico. L'organizzazione dipende totalmente da loro;
-non c'è nessun accordo da raggiungere: l'unico scopo è di far incontrare gente non necessariamente convinta di volere la pace e di accettare la controparte.
Date le premesse, è legittimo credere che appena si incontrano, questi rappresentanti israeliani e palestinesi finiscono per scannarsi. E infatti è così! Ed è proprio questo lo scopo: si da la possibilità alle
due parti di insultarsi anche, di litigare, di scontrarsi. Ma almeno si vedono in faccia, ad armi pari (o meglio, senz'armi...), per la prima volta.
E allora? Cos'ha di tanto straordinario questo progetto? Proprio questo: che le persone si vedono, che portano il conflitto in un posto determinato. E così facendo, prima o poi scatta quel meccanismo per cui finisci per ascoltare quello che fino a due secondi prima volevi scaraventare fuori dalla finestra. E scopri che non avevi mai capito le ragioni che stavano dietro al suo comportamento.
Ci sono due storie che hanno raccontato stamattina, sia Noah sia i due israeliani di Nevé Shalom, che illustrano a fondo i cambiamenti profondi che questo progetto ha introdotto. I protagonisti non avrebbero mai e poi mai pensato di potersi comportare così nella loro vita.
Il primo è un giornalista israeliano, di estrema destra, militarista convinto. Quando decise di tentare l'esperienza odiava visceralmente i palestinesi e non risparmiava insulti contro i loro giornalisti che definiva degli incompetenti senza classse, dei terroristi che facevano solo la propaganda di Hamas. Insomma: per nulla conciliante. Al primo incontro israeliani-palestinesi per poco non scatenava una rissa: volavano insulti come “pazzi terroristi suicidi” e risposte come “colono sionista assassino”. Se ne andò sbattendo la porta. Per poi, dopo una mezz'oretta, tornare timidamente attratto dall'irresistibile curiosità del giornalista. Restò in silenzio per un po' e per la prima volta ascoltò cosa avevano da dire i giornalisti palestinesi. E, lentamente, scoprì che non aveva mai chiesto nulla a nessun palestinese: aveva vissuto e scritto solo in base a dei pregiudizi errati. Finalmente si decise a provare a parlare (e non ad insultare) un suo “collega” palestinese scoprendo che addirittura potevano diventare amici. Amicizia che è diventata anche collaborazione tra professionisti. E che una volta ha salvato la vita al palestinese intrappolato in una casa accerchiata da soldati israeliani pronti a farla saltare. Bastò una telefonata e il corpulento e influente israeliano arrivò sulla scena, minacciando i soldati e iniziando una lunga trattativa conclusasi nel migliore dei modi.
Il secondo è un palestinese (che ho conosciuto stamattina), militante in una formazione politica radicale, abitante del campo profughi di Deheishe ed ex-prigioniero politico. Uno che gli israeliani li voleva buttare a mare in un colpo solo. Arrivò al progetto quasi per caso ma decise di accettare la sfida, soprattutto per la curiosità di vedere se realmente era possibille che ci fossero degli israeliani non armati, non soldati, non coloni. Le sue posizioni radicali non le ha affatto perse ma, scontrandosi col “nemico” ha scoperto che alcuni erano anche degni di diventare amici.La sua cerchia lo bollò immediatamente come traditore, collaborazionista, svergognato. La moglie tuonò spesso contro di lui: “ma chi mai se lo sarebbe aspettato, proprio da te, ma ti rendi conto di ciò che fai?”. Sfidando la propria storia, la propria famiglia, i proprio amici e il proprio campo profughi, il militante palestinese un giorno portò l'amico israeliano a Betlemme, nella sua casa. Per nulla intimorito, l'israeliano quel giorno mantenne e difese le proprie posizioni. Con una grande differenza: stavolta ascoltava, anche, e vedeva ciò che in Israele non avrebbe mai potuto vedere. Ora sono vari gli amici del militante palestinese che gli chiedono di poter far parte pure loro del progetto.
Insomma: oggi ho avuto proprio un'overdose di energia. Noah mi ha anche proposto di partecipare al prossimo incontro (il terzo) fra palestinesi e israeliani in Giordania, sul Mar Morto, a novembre.
Improvvisamente mi è ritornata una forte carica positiva che pensavo di poter ritrovare difficilmente in questa pazza regione del mondo. Ora so che una speranza c'è ancora, che è reale. Che ancora vale la pena crederci.
Stamattina sono stato testimone di un piccolo miracolo.
Grazie Noah...
P.s.: mi sono accorto che i: palestinesi non hanno le idee molto chiare su cosa ci sia fuori dalla Palestina. Grazie tante, mi direbbe qualcuno: non possono uscire! E' vero, ma da qua a scambiarmi per tailandese (eh?!?), cubano (mah...), giapponese (cosaaaaa?!?!?!?!?!), statunitense (nnnnnnooooooooo!!!!! quello nnnnoooooo!!!!) o ebreo (ma dove cacchio l'avete vista la kippà?) ce ne passa!!
