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14 settembre 2008

Religioni

Sono ormai due mesi che sono qui ed è tempo di bilanci. A dire il vero è da un pezzo che li sto facendo, che mi sto creando una mia idea, una mia impressione. E shwai shwai (piano piano) trovo conferme.

L'altra sera Massimo, Mahira e io abbiamo fatto la nostra prima serata insieme dai tempi di Pavia. L'occasione è stata l'inaugurazione di una mostra promossa dall'ong italiana VIS al Peace Center in Manger Square.

L'esposizione, intitolata “Inside Out” (“dentro fuori”), è il risultato finale di un lavoro fatto con studenti palestinesi sui “limiti”: non solo limiti fisici creati dall'occupazione. Soprattutto limiti mentali, spirituali. Pochi giorni fa scrivevo di come l'occupazione sia soprattutto un'occupazione mentale: questa mostra me lo conferma.

Per renderlo “visibile”, un fotografo ha pensato di realizzare degli scatti degli studenti mentre cercano di oltrepassare un muro di plexiglass: un muro trasparente, ma esistente. Che ti limita. Sembra che non ci sia ma è proprio questo il problema: c'è eccome ma non è facile da superare né da spiegare.

Fra pochi giorni posterò la foto che abbiamo fatto anche noi. Alla fine è diventata scherzosa, come sempre, ma il mio scopo era quello di scagliarmi con violenza contro il muro e abbatterlo a testate. Cosa che ho fatto per qualche secondo in un apice di insofferenza per tutto...


Atei

Era luglio e una sera sentii un discorso sulla religione fatto da volontari stranieri (europei). Si stupivano di come la religione sia un elemento che marchia l'identità di ognuno tanto che è presente come dato anagrafico anche nei documenti. “E se uno è ateo?” chiedeva provocatoriamente un tizio. “No, non ti crederebbero mai. Non esiste l'ateismo qui”.

Sbagliato. Esiste anche qui. Anzi: credo che proprio l'asfissia che a volte tutto questo fardello di religioni genera, spinga qualcuno a voler tirarsi fuori dai giochi. Io, per esempio -ben lungi dal diventare ateo- ormai provo repulsione per gli argomenti religiosi: non ne voglio sapere (anche se continuo a parlarne, è inevitabile). Non voglio vedere chiese né moschee né sinagoghe; evito mezzelune, croci, madonne, stelle di davide e menorah.

Se, però, a farlo sono quelli del posto, la cosa stupisce, no? La stessa sera della mostra “Inside Out” abbiamo conosciuto un ragazzo palestinese fuori dalla mosche di Omar, davanti alla Natività, che vendeva caffé. Dopo le solite domande sulla nostra origine, siamo finiti a parlare di religione non mi ricordo come, forse per il Ramadan. Il ragazzo, con aria un po' di sfida, risponde: “Non m'interessa la religione, io non ho dio. Non sono cristiano, non sono musulmano. Dio non esiste. Anzi sì, ma è questo qui” e, mostrando il berretto che porta, indica il volto di Che Guevara.



Cristiani

Un po' di tempo fa mi domandavo in che modo fossero coinvolti i cristiani nella lotta palestinese e se lo fossero. In fondo, la maggior parte dei palestinesi era abbastanza laica e soprattutto anche i movimenti armati erano politicizzati e lontani anni luce dalle influenze religiose, come il FPLP o il FDLP.

Dopo la mostra, siamo finiti in un locale di Beit Jala che si chiama “Taboo”. Il proprietario è un ex-cameriere dell'hotel francescano Casa Nova, quello che ospita i pellegrini cattolici. Ad un certo punto, stanco dei pellegrini, decise di cambiare totalmente aprendo questo posto che rappresenta veramente un piccolo “tabù”: resta aperto fino alle 5 del mattino, serve ogni tipo di alcolici e soprattutto piatti a base di carne di maiale. Il locale è famoso per una mega pelle di zebra dietro il bancone che è diventata parte integrante dell'iconografia. Per qualche ora ci è sembrato di essere in Europa: neanche la musica era araba e i ritmi caraibici scatenavano nel ballo ragazze con abiti attillati e canottierine scollate e i loro cavalieri. L'unica cosa “strana” era la presenza di crocifissi un po' ovunque.

Più tardi, mentre prendevo una boccata d'aria -il locale si era riempito di fumo per i narghilé- ho scambiato due parole al volo con uno dei proprietari, un palestinese cristiano, che mi chiese cosa ne pensavo della situazione palestinese. Gli ho raccontato della mia idea ideologicizzata alla partenza, e che il mio entusiasmo si è affievolito man mano a causa anche della comprensibile apatia dei palestinesi.

“Ti dico una cosa. – mi ferma – Prima eravamo tutti coinvolti nella lotta, tutti. Giovani, vecchi, bambini. Tutti abbiamo lottato per la Palestina anche se finivamo in carcere o uccisi. Ma la Seconda Intifada ci ha tagliato le gambe, ci ha distrutto. Io ora non guardo nemmeno le notizie, non voglio nemmeno sapere cosa succede qui a Betlemme. Siamo stanchi, abbiamo solo bisogno di pace ora”.


Ebrei

Faccio un salto di migliaia di chilometri, ma è un salto che nella mente spicco molte volte al giorno.

Varie volte ho scritto della massiccia presenza ebraica in Argentina. Ebbene oggi, sulla versione digitale del quotidiano di Buenos Aires Página/12, c'era un trafiletto interessante che riporto e traduco di seguito:

Separados

El rabino Iechel Weizman es un israelí de posiciones muy duras. De visita en Argentina, despertó polémicas internas por su mensaje. La tensión estalló cuando habló en el auditorio de la AMIA, en la calle Pasteur: las organizaciones de la comunidad judía Meretz, Tzavta, Convergencia e Icuf emitieron un repudio público porque Weizman insistió en que hombres y mujeres se sentaran separados. “AMIA es un espacio de toda la comunidad y no una sinagoga”, explicó el comunicado, que calificó al rabino de “fundamentalista con un mensaje racista”.


SEPARATI

Il rabbino Iechel Weizman è un israeliano dalle posizioni molto dure. In visita in Argentina, ha suscitato polemiche interne per il suo messaggio. La tensione è scoppiata quando ha parlato nell'auditorio della AMIA (Asociación Mutual Israelita Argentina, un'importante associazione ebraica di mutuo soccorso, n.d.t.), in via Pasteur: le organizzazioni della comunità ebraica Meretz, Tzavta, Convergenza e Icuf hanno emesso un [comunicato di] repudio pubblico perché Weizman aveva insistito affinché uomini e donne si sedessero separati. “AMIA è uno spazio per tutta la comunità e non una sinagoga”, spiega il comunicato, che definisce il rabbino “fondamentalista e con un messaggio razzista”.





9 settembre 2008

Energia positiva

Sono passate da poco le 8 di sera, è buio da un pezzo, l'aria è frizzantina e sto digerendo una cena abbondante a base di spezzatino e polenta, hummus, felafel e altre cosette palestinesi. Lo spezzatino è stato il mio contributo alla cena, un po' per ringraziare dell'ospitalità e dei tanti favori ma un po' anche per dimostrare concretamente che in Italia -contrariamente a quanto si crede qui- non si mangiano solo spaghetti e pizza!
Mentre solletico i tasti, mi accompagna una colonna sonora random che ora si è fermata sulle note di un vecchio ma rivoluzionario gruppo musicale argentino, i Sumo, guidati da un visionario e geniale tossicomane romano (Luca Prodan) che osava cantare in inglese proprio negli anni in cui la dittatura militare lo vietava.
Fuori, invece, posso sentire il muezzin che dalla moschea qui dietro guida la preghiera serale del dopocena.

Sì, è da un pezzo che non scrivo. Ero alla ricerca di stimoli dopo un periodo un po' piatto e monotono, privo di emozioni, di speranze (per la causa palestinese, intendo), di certezze...
Direi che ora sono arrivati.

In questi giorni è successo un po' di tutto. Nulla di sconvolgente ma almeno fuori dalla routine. Forse è stato l'arrivo di settembre e l'inizio del ramadan a scombussolare un po' tutto.

Per prima cosa ci si è messa la decisione di anticipare l'entrata in vigore dell'ora solare: per cui ora abbiamo la stessa ora italiana con la differenza che alle 18 inizia a far buio. In Israele, invece, il cambio dell'ora sarà a fine settembre, con l'inizio del nuovo anno ebraico. Per cui, da qui a Gerusalemme c'è il fusorario!!!

RAMADAN

Il Ramadan è molto diverso da quello che mi aspettavo. Intanto, si lavora meno: noi si chiude alle 14. Le strade della città brulicano di gente alla ricerca degli ultimi ingredienti per la cena. I datteri, provenienti da Jerico, vanno a ruba (secondo la tradizione, il digiuno si rompe mangiandone tre). I panifici sono tutti indaffarati a sfornare dolci e dolcetti vari, i venditori di shawarma (kebab in Italia) iniziano a cucinare solo verso le 16 ma intanto preparano le vasche di sottaceti, verdure e accompagnamenti vari. Nessuno beve, nessuno mangia, nessuno fuma. Anche i più laici tra i musulmani rispettano il Ramadan.

Ecco, il clima che si respira è quello che non mi aspettavo di trovare. Ho sempre assimilato questo momento della vita dei musulmani alla nostra Quaresima: un momento di penitenza, di digiuno, di astinenza, di preghiera (cosa che credo quasi nessuno faccia, ormai, me compreso a parte il non mangiare carne il venerdì). Invece mi devo ricredere: è più simile al clima Natalizio. Con tanto di lucette di Ramadan che illuminano le notti islamiche. Già: non alberi di natale o stelle comete bensì mezzelune e stelle colorate e intermittenti! Anche i programmi televisivi seguono questa direzione: invitano le famiglie a raccogliersi, a passare momenti insieme, a ritrovare parenti, far giocare i bambini...

La giornata tipo inizia alle 2.30 del mattino quando il muezzin lentamente sveglia la città col suo canto lamentoso. Di solito, ad accompagnarlo qui nei dintorni c'è un gallo che non ha ancora capito che l'alba è verso le 6 e non all'una di notte!!! Maledetto!!!
Una volta svegli, i musulmani fanno una colazione che definire abbondante fa sorridere. E poi, nuovamente a nanna fino all'ora di alzarsi sul serio per andare a lavorare o a scuola. Da qui, fino alle 18, niente cibo e niente acqua. Vietato ingerire qualsiasi cosa, fumo compreso. I più intransigenti sputanto anche la saliva. Lo scopo del digiuno è quello di far ricordare a tutti che c'è gente al mondo che patisce fame e sete e che è dovere di tutti nutrire e dissetare i meno fortunati. E' tradizione consolidata, tra l'altro, invitare i più poveri o meno fortunati al proprio tavolo per festeggiare insieme. Insomma: un clima “natalizio” vero e sincero, molto lontano da quello che è diventato il nostro Natale grazie al nostro stupido e irrefrenabile consumismo.

Ci ho provato anch'io a stare totalmente a digiuno un giorno. Mi sono alzato alle 2 del mattino per la mostruosa colazione (che mi è andata su e giù fino al primo pomeriggio) e per tracannare almeno 1,5 litri d'acqua. Alla fine, beh dai, ho resistito: stare senza cibo non è difficile (lo scoutismo insegna anche questo!). Ciò che mi ha fatto veramente soffire è stata la mancanza d' acqua: già alle 7.00 del mattino mi stavo disitratando e lamentando e alla sera ormai avevo le labbra secche. Altro che 3 datteri: appena il muezzin ha intonato il solito “Allaaahu akbar.... Allllaaaaaaaaahuaaaaakbaaaar...” ho prosciugato un'intera bottiglia d'acqua.
Mai più...

La fatica del digiuno, tuttavia, ha fatto riflettere anche me: ho pensato a quanto debba essere difficile osservare il Ramadan per i musulmani che vivono fuori dai paesi islamici. Cominciando da Treviso: lì l'orario non è cambiato per cui si cena più tardi; gli orari lavorativi non vengono modificati per cui la fatica aumenta notevolmente; il clima festivo del Ramadan è disturbato pesantemente da quei ferventi cattolici bestemmiatori dei leghisti. Sono bravi a non diventare veramente terroristi, dopo aver subito tante angherie e stupide repressioni. Sono certo che se ad un solo cristiano in giro per il mondo fosse impedito di celebrare il Natale (magari in un paese islamico), la stampa occidentale scatenerebbe il putiferio.



LETTURE

Lo scorso fine settimana sono stato colto da febbre di lettura. Ho avuto improvvisamente il bisogno di leggere, qualsiasi cosa: libri, riviste, giornali, pubblicità purché scritti in qualsiasi lingua a me comprensibile anche solo in parte. Unica condizione: niente file né siti internet (voglio sedermi fuori sul terrazzo a leggere veramente. Leggere, leggereeeeee!) e soprattutto che non tratti il conflitto israelo-palestinese o la religione (qualsiasi religione, anche quella che venera Bacco). Insomma: avevo assoluto bisogno di dare aria al cervello per evitare un surriscaldamento. Purtroppo a Betlemme non c'è granché: i pochi giornali sono in arabo, c'è un negozietto che vende riviste in inglese che definirei ormai antiquate e non ho visto una sola libreria o edicola. Ho chiesto una dritta a Jonas che mi ha consigliato la libreria del Centro per la Pace in Manger square (ma i libri sono prevalentemente sul conflitto). O di andare a Gerusalemme. Non ci ho pensato due volte: Gerusalemme.

Mi sono mosso un po' tardi, come al solito sono andato a piedi fino al checkpoint (da dove sto io ci si mette una mezz'oretta) e lì ho trovato coda, l'autobus ci ha messo un po' a partire e quando sono arrivato era tardi. Ancora più tardi considerando il “fusorario”, che io non avevo calcolato. Per cui, ancora una volta tutto chiuso. E vaffanculo!!!! Almeno ho respirato un minimo di libertà, nonostante la soggezione che ti inculca la presenza ossessiva compulsiva dei simboli ebraici.

Poco dopo la mia lunga e infruttuosa passeggiata alla ricerca di letture di qualsiasi genere, ho incrociato Massimo col quale ci siamo scolati un paio di birre liberatorie, scambiandoci le nostre impressioni a quasi due mesi dal nostro arrivo. Condividiamo un certo pessismismo e senso di impotenza per una situazione ogni giorno più complessa, difficile da schematizzare e da districare. Il nostro fervente idealismo speranzoso degli inizi si scontra con questo surrealismo disarmante che respiriamo ogni giorno. Boh. Meglio agire da professionisti, come macchine che si limitano ad eseguire senza chiedere? Chissà, forse è l'unico modo per non farsi prendere troppo dallo sconforto pe chi lavora in questo campo. Diceva Massimo che al Festival del cinema di Venezia è stato presentato un film (o un documentario?) che smitizza la cooperazione internazionale: non solo idealisti, non solo don Chisciotte, non solo romantici sognatori attorniati da bambini neri o da indigeni che indossano vestiti colorati. Spesso, appunto, chi lavora nei progetti di sviluppo è solo un tecnico, un professionista che si limita a fare il proprio lavoro. Chissà, forse troppa sensibilità rischia di ritorcersi contro chi cerca di cambiare il mondo. A volte il carico di emozioni, di sofferenze, di ingiustizie, di impotenza è troppo. In questi giorni ci stiamo scambiando alcune impressioni con gli altri compagni del master sparsi in giro per il mondo (quelli europei o che comunque vivono in Europa da tanto, come me; gli stranieri del “sud del mondo”; infatti, sono quasi tutti in Europa com'è giusto che sia): dal Sudafrica all'Argentina, dalla Repubblica Centrafricana al Brasile, dall'Etiopia al Venezuela e via dicendo. Quelli che sono “sul campo”spesso devono scontrarsi con situazioni pesanti e ci vogliono i peli sullo stomaco per non abbattersi. Non è facile. Me ne sto rendendo conto.


MAHIRA

Mahira è la più giovane partecipante all'ultimo master in cooperazione allo sviluppo dell'Istituto Universitario di Studi Avanzati di Pavia. E' maltese, di origini asiatiche e, come Massimo e me, è qui in Palestina per svolgere la sua internship, presso un'ong italiana che qui ha un progetto con l'artigianato locale. E' arrivata pochi giorni fa, alle 3 di notte, e ha avuto un'ottima accoglienza dalle autorità israeliane: i poliziotti che l'hanno interrogata, addirittura ignoravano l'esistenza di Malta e una volta saputo che ora è nell'Unione Europea, uno di loro ha sbottato: “I hate Europe!” (odio l'Europa). La ciliegina sulla torta, però, è stata la reazione che hanno avuto quando ha risposto affermativamente alla domanda “Per caso tuo padre è musulmano?”. Tre ore di interrogatorio e perquisizioni. Ha battuto anche me e le mie due ore... Welcome to Israel.

Per qualche giorno Mahira è stata ospite di Massimo a Gerusalemme, fino a domenica quando il nostro romagnolo preferito è ritornato al lavoro ma con una trasferta a Jenin. Per cui Mahira è diventata mia ospite. Quello che non avevo capito -e ho scoperto solo la mattina di domenica- è cheavrebbe dovuto dormire qui da me. Evidentemente c'è stata un'incomprensione fra Massimo e me. Nessun problema, gli amici sono sempre i benvenuti e soprattutto non si lasciano mai per strada! Peccato solo che Abu Wahid, settimane prima, mi aveva avvisato che non posso assolutamente ospitare ragazze. “Tu da solo con una donna no, non si può, non possiamo ”. Eventualmente avrebbe provveduto a trovare un'altra sistemazione in casa sua per le eventuali amiche che vengono a trovarmi.(La mia dolce metà, quindi, può stare tranquilla e non soffrire di gelosia, he he he!). Madre esclusa, che ha il permesso e il sacrosanto diritto di stare qui.

Insomma: mi sono trovato improvvisamente impelagato in una situazione complicata alla quale la mia soluzione è stata di ospitare in ogni caso l'amica, con o senza permesso. Non ho voluto dire a Mahira del malinteso (se non a giochi fatti e strafatti) però abbiamo dovuto elaborare lo stesso una strategia che comprendeva una gran balla. O meglio: una semi-balla. Ovvero che la sua capo (responsabile dell'Ong italiana qui a Betlemme) doveva arrivare in nottata dall'Italia ma non siamo riusciti a metterci in contatto per cui, data l'ora tarda, abbiamo optato per l'ospitalità improvvisata qui.

Ecco, ovviamente mi sono sentito un po' poco onesto. Ironia della sorte, però, è andata proprio così! Nel senso che veramente la tizia dell'ong doveva arrivare domenica sera sul tardi ma ci sono stati dei problemi per cui sono arrivati alle 5 del mattino di lunedì e i telefoni non funzionavano! Insomma: altro che balla, abbiamo semplicemente previsto il futuro!

La torrida giornata di domenica (umidità, caldo, sole assassino), ancora ignari delle nostre capacità divinatorie, l'abbiamo trascorsa a fallire tentativi di ogni tipo. Non siamo riusciti a visitare la basilica della Natività e soprattutto la grotta perché la struttura traboccava di turisti. Non siamo riusciti a trovare uno straccio di paninaro o negozietto aperto perché per i musulmani la domenica è un giorno feriale ma siamo in Ramadan, e per i cristiani (che non osservano il Ramadan) èun giorno festivo ergo chiudono tutto. Non siamo riusciti ad andare a Jerico perché faceva troppo caldo e ormai era tardi. Non siamo riusciti ad andare all'Herodion (il sito archeologico dell'imponente residenza del re Erode) perché non c'erano autobus ma solo tassisti che volevano a tutti i costi pelarci con prezzi da usurai camorristi e nemmeno senza nasconderlo troppo. Non siamo riusciti a visitare nemmeno un museo perché erano tutti chiusi e strachiusi nonostante i cartelli con gli orari indicassero tutt'altro. Non siamo riusciti ad andare in un supermercato per prendere un paio di cose per la colazione perché quando mancano venti minuti alle 18 (cioè quando il muezzin dice che si può rompere il digiuno) la città incasinata diventa improvvisamente una ghost town a cui mancano solo i classici cespugli secchi che rotolano sulla strada polverosa come nei western. Non siamo riusciti a fotografare un gruppetto di bambini in groppa ad un cavallo scheletrico, perché mancava il flash. Non siamo riusciti a tornare subito a casa perché alcuni ragazzi al panificio qui vicino ci hanno chiesto un miliardo di volte di andare da loro, invitandoci a fare due chiacchiere. Ci hanno regalato pane, dei biscotti ripieni e dei grissini caserecci (tutto appena sfornato) e non ho capito perchè. So solo che volevano divertirsi un po' in maniera innocente, ma pure loro non sono riusciti in qualche cosa: non sono riusciti a non farsi sgamare. Nel senso che parlavano in arabo guardano Mahira. La quale però l'arabo lo capisce benissimo. Lei è stata al gioco finchè, all'ennesima risata, ho avverito l'unico ragazzo che capiva l'inglese: “Dì ai tuoi amici che non esagerino troppo. Lei l'arabo lo capisce perfettamente”. Immediatamente costui ha tradotto e le facce degli amici si sono improvvisamente congelate. Una scena stupenda!

La lista dei nostri fallimenti, fortunatamente sta per finire: non siamo riusciti a non farci scoprire da Abu Wahid. Abbiamo inscenato la nostra balla studiata in mattinata e lui, a sorpresa, è sembrato averla presa bene, tutto sommato. Peccato che mi abbia gelato il sanguen avvisandomi che da lì a tre ore avrei avuto una famiglia statunitense come coinquilini, fino a dicembre. Ovviamente sono rimasto tramortito: come sarebbe “una famiglia”? Pure statunitense? E soprattutto: fra tre ore? E fino a dicembre? E se non fossi stato d'accordo? E se anche lo fossi: un po' di preavviso no? Shock. La speranza era che si fosse trattato di uno scherzo.

L'ultima cosa che non siamo riusciti a fare è stata trovare un locale o qualsiasi cosa che servisse piatti palestinesi. Convinti, siamo entrati in una pizzeria. Evabbé: serata a birra palestinese e pizza (neanche male, peraltro) farcita di anneddoti dei quasi 8 mesi pavesi, con i retroscena delle notti passate tra l'osteria Sottovento in mezzo a cani e punk, Radio Out e le varie case di studenti che di sera si trasformavano in lupi mannari e alcolizzati. Boh: in 8 mesi non mi ero accorto quasi di nulla!

Ormai stanchi morti, anche per il fumo del narghilé, ci avvicinavamo a casa soltanto con una cosa in mente: che sia vero che quando apriremo la porta troveremo una famigliola yankee ad attenderci? Gli ultimi gradini li ho fatti quasi terrorizzato perché c'era una luce accesa. Fine delle speranze.

O no? Boh, non si capisce: nulla fa intendere che ci siano nuovi ospiti tranne la luce accesa in bagno e una delle due camere vuote che ora ha la porta aperta (e prima era chiusa a chiave). Mistero della fede? Semplice ripicca di Abu Wahid? O innocente scherzo? o... boh? Vabbé. Mahira ringrazia il cielo perchè almeno c'è un letto in più disponibile (aveva preteso a tutti i costi di dormire sul divano, nonostante la mia ferma contrarietà!), io resto a rimuginare.

Solo la mattina dopo scoprirò che non si trattava di una balla: la camera era aperta perché effettivamente la casa era stata visitata da queste persone e Abu Wahid si era dimenticato di chiuderla. Però erano passati solo per vedere, non per starci da subito. Beh, almeno la cosa è più ragionevole. Anche se avrei gradito il preavviso...


La mattina, mentre io ero in ufficio, Mahira è rimasta a casa cercando di capire la sorte dei responsabili della sua ong. Salvo poi scoprire che la nostra balla era l'esattissima verità!


OLANDESI

Anche in ufficio sono avvenuti dei cambiamenti. Lunedì ho accompagnato Noah e Lina a sud di Hebron per conoscere professori e preside di una delle nuove scuole in cui dal prossimo mese si inizierà il progetto dei “Giovani Negoziatori” (l'acronimo in inglese è YNP). Non mi ricordo se ne ho parlato in altri post: si tratta di un programma il cui scopo è quello di fornire agli studenti adolescenti palestinesi e ai loro professori, i mezzi per cercare di risolvere in maniera nonviolenta e pacifica i propri conflitti quotidiani, imparando a negoziare e dialogare affinché le soluzioni ai vari problemi accontentino tutti (“win-win”) e non solo alcuni (“win-lose”) o nessuno (“lose-lose”). IlYNP è nato ormai 8 anni fa e ha raggiunto quasi 180 scuole, guadagnandosi una grande popolarità tanto da essere richiesto anche nella vicina Giordania. Si tratta del progetto di punta del CCRR ed è finanziato da una ong olandese, War Child, che come dice il nome si occupa di bambini in sitazioni di guerra o comunque di conflitti armati.

Ne parlo perché il mio compito qui è quello di rinnovare profondamente il sistema di valuatazione proprio di questo progetto, affinché sia War Child (il donor) sia il CCRR capiscano quali siano i reali effetti prodotti. Insomma, in poche parole: vogliamo capire se il YNP ha cambiato oppure no la vita di sti benedetti ragazzini e in che modo.

Oggi, appunto, è venuta una delegazione di War Child a parlare del YNP. Non voglio rivelare i contenuti della riunione. Però le conclusioni sono state di sicuro una sorpresa per tutti noi. Non molto positiva, nonostante non si metta in discussione la partnershio né la validità del progetto.

Per quanto mi riguarda direttamente, devo dire che ho fatto il mio “debutto in società” nel senso che ho presentato ufficialmente la mia proposta di valutazione, con dei questionari nuovi di zecca e alcune idee che dovrebbero andare in contro ai bisogni del CCRR ma soprattutto, in questo momento, a quelli di War Child. I questionari sono piaciuti, hanno destato interesse e curiosità e forse ho contribuito a salvare la partita in calcio d'angolo. Vedremo domani, perché quelli di War Child ritorneranno anche per parlare con me, cosa che inizialmente non era prevista.



I
SRAELIANI IN PALESTINA?

Ancora un po' scossi dalla riunione di ieri - e già pronti per elaborare la contromossa necessaria – oggi abbiamo ricevuto la seconda importante visita. Anche questa volta si parla di valutazione (anzi, ad essere più precisi è un monitoraggio) e di nostri progetti. Anche in questo caso, il progetto in questione è di mediazione e negoziazione.

Il valutatore, Rafael, è spagnolo (così come il “capo” locale di War Child, Andrés) ed è un freelance ingaggiato dalla Commissione Europea per monitorare i progetti finanziati con gli euro delle vostre tasche. Rafael è il capo-missione del squadra sguinzagliata tra Israele e Palestina. L'incontro sarebbe riservato a Noah e Carola (che seguono il progetto da più vicino) ma ci è stato chiaramente detto che se vogliamo possiamo partecipare. “Posso vedere? Voglio fare come gli studenti di medicina che osservano da vicino i dottori che operano” è la mia richiesta. In effetti, vedere un valutatore in azione forse potrebbe darmi qualche spunto. Accordato.

Quando arriva, è accompagnato da due persone che credo essere suoi collaboratori. Solo dopo aver iniziato la riunione capisco che anche loro erano lì per essere valutati. Unica differenza: erano israeliani, ebrei.


Ebrei a Betlemme? Ma come cavolo hanno fatto per entrare? E' la prima volta che vedo degli israeliani ebrei qui, in Palestina, seduti accanto a palestinesi, scherzando e ridendo con loro.

Ancora stupefatto, prendo nota delle domande, degli atteggiamenti del valutatore, delle sue reazioni. Ha un modo di fare accomodante, mette le persone a loro agio tanto che si fa a gara per parlare, per fornire informazioni, raccontare anneddoti, dettagli, curiosità.

E un po' alla volta, la mia attenzione si concentra anche sul progetto. Che mi lascia a bocca aperta. Ora finalmente capisco concretamente quale sia la grande validità del CCRR e perché lo scorso anno vinse un premio internazionale per la propria attività.


Allora. Questo progetto (di cui non ricordo il nome!) è stato creato e portato avanti congiuntamente da due ong: il CCRR in Palestina e Neve Shalom in Israele. Il loro scopo è quello di creare due gruppi eterogenei rispettivamente di palestinesi e di israeliani, per un totale di 60 persone. Questi gruppi si impegnano a partecipare per circa 3 anni alle varie attività che, in grandi linee, sono le seguenti:

-degli incontri “interni” per conoscersi e organizzarsi in gruppi autogestiti di lavoro e discussione

-la scelta dei rappresentanti e dei “capi-negoziatori”

-3 incontri (in luogo neutrale, all'estero) fra rappresentanti palestinesi e israeliani, che devono negoziare sui temi trattati nei propri gruppi di lavoro.


Fin qui quasi nulla di nuovo, perché progetti che fanno incontrare israeliani e palestinesi ce ne sono. La novità – che mi ha stupito parecchio – è che non si cerca il dialogo e l'accordo bensì lo scontro, il conflitto. Detta così suona male. Cerco di spiegarmi.


Come ho scritto molti post fa, i palestinesi sono critici verso questo tipo di progetti e non hanno tutti i torti. Anche Carola (l'esperta tedesca in scienze sociali che lavora al CCRR) lo dice: c'è un modo di operare nella cooperazione internazionale che si chiama “do no harm” ovvero “non creare danno”. I progetti di dialogo, invece, spesso crearo un danno serio ai partecipanti. I palestinesi, infatti, quando scoprono personalmente l'esistenza di “israeliani buoni” restano scioccati e piombano quasi nella depressione: la loro reazione, infatti, è quella di mettere totalmente in dubbio tutto il loro vissuto: il “nemico” che ha occupato e depredato le loro terre improvvisamente ha una faccia diversa. Chi, allora, è il colpevole? D'altro canto, per gli israeliani c'è tutto da guadagnare: dimostrando di essere in grado di parlare con dei palestinesi e anche di farseli amici, l'israeliano dimostra a sé stesso e agli occhi di osservatori esterni di non essere in torto e, in qualche modo, si “pulisce” la coscienza. Però questo è uno degli ulteriori effetti perversi dell'occupazione.


Altri aspetti negativi dei tradizionali progetti l cui scopo è il dialogo sono:

-la scelta dei partecipanti: di solito vengono scelte persone con una certa attitudine, in maniera da facilitare il dialogo;

-la formazione: i partecipanti frequentano dei corsi, per imparare a negoziare e interagire;

-lo scopo finale: spesso è raggiungere un accordo che vada bene a tutti – onestamente mi sembrava la cosa più ovvia – nell'ottica di “volemose bbene, siamo tutti fratelli” anche quando la realtà (come in questo caso) è ben diversa.


La scelta metodologica di CCRR-Nevé Shalom è esattamente l'opposto:

-i partecipanti sono scelti in maniera da rappresentare l'intera società, includendo quindi anche soggetti politicamente radicali e addirittura estremisti, militanti politici ma anche semplici civili ignari, professionisti (come avvocati e giornalisti) e non, giovani e vecchi, uomini e donne, ecc. I gruppi, quindi, sono veramente eterogenei;

-non si fa formazione: i partecipanti ricevono solo supporto logistico. L'organizzazione dipende totalmente da loro;

-non c'è nessun accordo da raggiungere: l'unico scopo è di far incontrare gente non necessariamente convinta di volere la pace e di accettare la controparte.


Date le premesse, è legittimo credere che appena si incontrano, questi rappresentanti israeliani e palestinesi finiscono per scannarsi. E infatti è così! Ed è proprio questo lo scopo: si da la possibilità alle

due parti di insultarsi anche, di litigare, di scontrarsi. Ma almeno si vedono in faccia, ad armi pari (o meglio, senz'armi...), per la prima volta.


E allora? Cos'ha di tanto straordinario questo progetto? Proprio questo: che le persone si vedono, che portano il conflitto in un posto determinato. E così facendo, prima o poi scatta quel meccanismo per cui finisci per ascoltare quello che fino a due secondi prima volevi scaraventare fuori dalla finestra. E scopri che non avevi mai capito le ragioni che stavano dietro al suo comportamento.


Ci sono due storie che hanno raccontato stamattina, sia Noah sia i due israeliani di Nevé Shalom, che illustrano a fondo i cambiamenti profondi che questo progetto ha introdotto. I protagonisti non avrebbero mai e poi mai pensato di potersi comportare così nella loro vita.


Il primo è un giornalista israeliano, di estrema destra, militarista convinto. Quando decise di tentare l'esperienza odiava visceralmente i palestinesi e non risparmiava insulti contro i loro giornalisti che definiva degli incompetenti senza classse, dei terroristi che facevano solo la propaganda di Hamas. Insomma: per nulla conciliante. Al primo incontro israeliani-palestinesi per poco non scatenava una rissa: volavano insulti come “pazzi terroristi suicidi” e risposte come “colono sionista assassino”. Se ne andò sbattendo la porta. Per poi, dopo una mezz'oretta, tornare timidamente attratto dall'irresistibile curiosità del giornalista. Restò in silenzio per un po' e per la prima volta ascoltò cosa avevano da dire i giornalisti palestinesi. E, lentamente, scoprì che non aveva mai chiesto nulla a nessun palestinese: aveva vissuto e scritto solo in base a dei pregiudizi errati. Finalmente si decise a provare a parlare (e non ad insultare) un suo “collega” palestinese scoprendo che addirittura potevano diventare amici. Amicizia che è diventata anche collaborazione tra professionisti. E che una volta ha salvato la vita al palestinese intrappolato in una casa accerchiata da soldati israeliani pronti a farla saltare. Bastò una telefonata e il corpulento e influente israeliano arrivò sulla scena, minacciando i soldati e iniziando una lunga trattativa conclusasi nel migliore dei modi.


Il secondo è un palestinese (che ho conosciuto stamattina), militante in una formazione politica radicale, abitante del campo profughi di Deheishe ed ex-prigioniero politico. Uno che gli israeliani li voleva buttare a mare in un colpo solo. Arrivò al progetto quasi per caso ma decise di accettare la sfida, soprattutto per la curiosità di vedere se realmente era possibille che ci fossero degli israeliani non armati, non soldati, non coloni. Le sue posizioni radicali non le ha affatto perse ma, scontrandosi col “nemico” ha scoperto che alcuni erano anche degni di diventare amici.La sua cerchia lo bollò immediatamente come traditore, collaborazionista, svergognato. La moglie tuonò spesso contro di lui: “ma chi mai se lo sarebbe aspettato, proprio da te, ma ti rendi conto di ciò che fai?”. Sfidando la propria storia, la propria famiglia, i proprio amici e il proprio campo profughi, il militante palestinese un giorno portò l'amico israeliano a Betlemme, nella sua casa. Per nulla intimorito, l'israeliano quel giorno mantenne e difese le proprie posizioni. Con una grande differenza: stavolta ascoltava, anche, e vedeva ciò che in Israele non avrebbe mai potuto vedere. Ora sono vari gli amici del militante palestinese che gli chiedono di poter far parte pure loro del progetto.


Insomma: oggi ho avuto proprio un'overdose di energia. Noah mi ha anche proposto di partecipare al prossimo incontro (il terzo) fra palestinesi e israeliani in Giordania, sul Mar Morto, a novembre.

Improvvisamente mi è ritornata una forte carica positiva che pensavo di poter ritrovare difficilmente in questa pazza regione del mondo. Ora so che una speranza c'è ancora, che è reale. Che ancora vale la pena crederci.

Stamattina sono stato testimone di un piccolo miracolo.

Grazie Noah...



P.s.: mi sono accorto che i: palestinesi non hanno le idee molto chiare su cosa ci sia fuori dalla Palestina. Grazie tante, mi direbbe qualcuno: non possono uscire! E' vero, ma da qua a scambiarmi per tailandese (eh?!?), cubano (mah...), giapponese (cosaaaaa?!?!?!?!?!), statunitense (nnnnnnooooooooo!!!!! quello nnnnoooooo!!!!) o ebreo (ma dove cacchio l'avete vista la kippà?) ce ne passa!!

4 settembre 2008

Breaking news from al-Paviah

Si avvisano le autorità che sono stati avvistati addirittura 3 pericolosi latitanti tra Beit-Lahym (Betlemme) e Beit-Jala. Inconfondibile il saluto da militanti navigati (soprattutto quello a destra...).
Alle due cellule già presenti da luglio se n'è aggiunta una terza proveniente da Malta, completando così la brigata, conosciuta con lo strano nomignolo di "Pavia mai una gioia".

Fortunatamente le autorità israeliane hanno interrogato per benino l'ultima arrivata all'aeroporto di Tel Aviv, trattenendola per oltre 3 ore...




3 settembre 2008

Nostalgie

Ormai sono qui da più di un mese e mezzo.
Però -ed è questa la cosa strana- ho nostalgia dell'Argentina. Di Buenos Aires, della Patagonia, della Pampa. Cataratas de Iguazú. Río Paraná...
Nostalgia degli Argentini, dell'argentinità. Di asados e empananadas, humita, tamales, locro, mate... (ah il mate... come vorrei averlo qui), matambre, mantecol (ma quello l'ho trovato!), vino tinto, choripán, torta frita, dulce de leche, alfajores e birra quilmes. Ginebra e caña... L'artigianato tradizionale, con gli oggetti in legni tropicali, cuoio e cuoio crudo. I gauchos. Le librerie di Avenida Corrientes, i cinema di Belgrano, Plaza de Mayo sempre al centro di qualche manifestazione, el subte, el Coliseo, avenida 9 de Julio che non riesci mai a credere possa essere così enorme (100 metri di larghezza!!!); le pecore, i guanacos, i ñandú che fuggono quando passa la camioneta, il bosco pietrificato di Sarmiento, il vento bastardo a Río Mayo, la spiaggia di ghiaia a Comodoro, il pinguino (che in spagnolo si scrive pingüino!) che mi ha morso quand'ero piccolo, l'odiato filo spinato che delimita le proprietà private in Patagonia, le centinaia di km di nulla che separano una città dall'altra, l'accoglienza calorosa della gente, i mapuche e tehuelche, il calduccio in casa mentre fuori si gela, i ritratti di Evita nelle case più umili (anche se non sono peronista).
I gol urlati come nessun altro al mondo. Il credersi i migliori in tutto ma sotto sotto -senza mai ammetterlo- sapere che non è vero. Il folklore. Il bombo e la chitarra. El poncho salteño, el facón, las bombachas de campo. Il rock nacional. El tango, ah, el tango... y la milonga, ¡che! Gardel, Piazzolla, Polaco Goyeneche... El acordeón. La tipica parlata argentina, il "che" in ogni frase, il lunfardo, le feroci discussioni di politica, gli insulti ai militari e alla polizia, le inevitabili "cargadas" alle squadre avversarie o ai vicini latinoamericani (e gli scontri tra chi si vede più in Europa e chi ha capito che l'Argentina è in América latina). Medialunas, cenare tardissimo e fare merenda alle 6. Leggere Clarín, Olé, Página/12 e El Gráfico. I fumetti!!! Mafalda, Inodoro Pereyra...
La lista si allungherebbe troppo.

Perché tanta nostalgia dell'Argentina? Sarà perché tante cose qui in Palestina mi ricordano le mie radici?
Non lo so. Il segnale, comunque, sembra inequivocabile: dal Sud vengo, al Sud dovrò tornare...



E dell'Italia? Beh, anche per l'Italia c'è un paragrafo di nostalgia: i vini (beh, minimo...), i formaggi (anche lì, scontato), il radicchio e le castagne che mi perderò. La sopressa! Il Piave. I boschi del Montello. Uno sprizzetto ogni tanto o un'ombra al bar, rigorosamente di rosso (o nero: ma no bianco!). Il prosecco fresco... La grappa biologica. Il nocino che ho fatto prima di partire e sarà pronto al mio ritorno (yuh uu!!!!). La pizza, he he! Andare a raccattare erbe spontanee, frutta selvatica e altro in giro (ma nei posti in cui so io). Il dialetto trevigiano. Giocare a scopa e prendersi sempre gli insulti di quelli che giocano per davvero. Un giro in mezzo ai campi, meglio se in bicicletta. Le risorgive, i posti tipici di Treviso (quelli non frequentati dai fighetti), le osterie. La latteria e la gelateria di Maserada. Il mercato del paese. Il contadino di fiducia (dove compri frutta, verdura, vino e grappa anche se illegale). Il mio cane...
Una grigliata con salsicce e costesine (di maiale, perchè "il maiale è il miglior animale che sia mai stato inventato"). Due chiacchiere in scioltezza con gli amici, con birra in mano o bicchiere che aspetta di essere riempito e parlare del più e del meno, dei sogni, dei desideri, di quanto faccia ormai schifo l'Italia e di come l'unica soluzione rimasta sia quella di andarsene...

E quelli che se ne vanno per davvero, giurano di non voler tornare mai più (ma sotto sotto non vedono l'ora di ritornare indietro almeno per salto veloce).

1 settembre 2008

Com'è piccolo il mondo

Risolto il "mistero della empanada": l'antenato della empanada argentina è la empanada galiziana (Spagna) che però era (è) di pesce e con una pasta diversa. A sua volta, l'empanada galiziana deriva da quella mediorientale (Iraq) e nordafricana, importata in Spagna durante l'occupazione dei Mori.
Con la conquista dell'America, gli spagnoli portarono nel "nuovo continente" la loro empanada che però fu rielaborata nel tempo. Tanto che la empanada galiziana e quella argentina, ad esempio, sono parecchio diverse.

Quanta storia in un semplice cibo...

Paese che vai, pietanza che trovi

Ultimo post per il momento.
Solo per raccontare brevemente di due cene cui sono stato invitato di recente.

La prima, lo scorso venerdi', a casa di Noah assieme agli altri due stranieri del CCRR, Carola e Jonas con la splendida famiglia al seguito! Signore della serata sua maesta' il cuoco Ibrahim che ci ha deliziato con una gran bella e buona grigliata (a base di agnello) accompagnata da vari sfiziosi e colorati contorni.
Da quanto ho capito -nonostante in questa occasione non sia stato fatto cosi'- la grigliata palestinese ha un'impostazione simile a quella argentina: non si cucina tutto subito e non si mangia quando tutto e' pronto. Si mangia via via cio' che e' cotto e quindi il sacro rito della degustazione carnivora dura di piu' favorendo anche la digestione. Cosi' deve essere!
Come dicevo, qui si mangia soprattutto agnello: che e' saporito e non cosi' grasso come quello che spesso si trova in Italia (forse ad esclusione della Sardegna?). Insomma: altra similitudine con l'Argentina (piu' con la Patagonia, in questo caso). Le uniche differenze sono che i palestinesi -ma penso tutti gli arabi- inorridiscono al solo pensiero della carne al sangue! Beh, se si tratta di agnello, pollo e maiale (ah... benedetto porcello... quanto mi manchi!) sono d'accordo pure io.
E che non esiste asado argentino senza vino!!!!

Piccola curiosita': da quando sono arrivato, la gente si fa remore ad offrirmi i peperoncini. Forse temono che addentarli mi faccia scoppiare in lacrime o mi devasti le papille gustative provocando esilaranti scene. Hey!! Sono latinoamericano io! Quelli li abbiamo "inventati" noi!!! I peperoncini me li mangio anche a colazione, se voglio (e l'ho fatto). E infatti: tutti rimangono stupiti dal fatto che non mi scompongono. Anzi: ne chiedo altri (e qui si tratta di orgoglio e di sfida!) e addirittura ogni tanto faccio pure lo sbruffone dicendo: "sta roba non e' mica cosi' piccante!". A parte che spesso e' vero, ma anche se lo fossero non potrei ammetterlo! Ne va dell'orgoglio, he he!

Altra curiosita' che il mio orgoglio, invece, l'ha intaccato: ho scoperto che i palestinesi hanno una specialita' gastronomica che consideravo un'esclusiva argentina e latinoamericana. Si tratta delle Empanadas, deliziosi fagottini fritti o cotti al forno fatti di pasta sfoglia ripiena di carne, cipolla, olive, uvetta, uova, paprika, cumino oppure con altri ripieni (prosciutto e formaggio, verdure, pesce, ecc). Loro la chiamano diversamente ma la sostanza e' la stessa. Ne hanno, pero', di due tipi: con gli spinaci e di carne. Ora devo scoprire se quelle di carne sono tanto diverse dalle nostre oppure no.
Se non lo sono, dovro' capire chi ha copiato chi...

Ieri sera, invece, Abu Wahid mi ha invitato a cena, dove ho conosciuto pure suo figlio Wahid (ha 23 anni ma ne dimostra 35 con quel barbone!). Il menu consisteva in piccole melanzae e cetrioli ripieni di carne, riso, spezie e pomodoro cotti al forno. Una bonta' infinita. Soprattutto i cetrioli che non avevo mai mangiato cotti! E' stata una scoperta rivoluzionaria...
Ormai sto prendendo nota: l'hummus l'ho gia' fatto con un certo successo e ormai il caffe' arabo lo domino. Ho in cantiere l'autoproduzione di lebaneh e yogurt (senza yogurtiera), di falafel e di altre cosette...
In quanto a cucina, per i Palestinesi e' proprio un vanto: ricca, varia, equilibrata, molto mediterranea. Pero' accettano sfide gastronomiche solo dai libanesi, che considerano i migliori.
Eh, dovro' impegnarmi a sfatare l'idea erratissima che la cucina italiana sia solo pizza e spaghetti (che -orrore!!!!- qui fanno a pezzettini e mangiano col cucchiaio).



Ah: ultima (che non c'entra con la cucina). Quando dico di essere argentino, molte volte i palestinesi oltre a dire immediatamente "Ah! Maradona!", chiedono anche di quel presidente arabo che abbiamo avuto. "Si', come si chiama, quello siriano". Menem? "Si'! Menem!" dicono con qualche aspettativa. Li devo deludere.
Menem, "el Turco": uno dei piu' grandi figli di troia di tutta la storia dell'umanita', porco bastardo mafioso corrotto ladro spacciatore trafficante d'armi affamatore di popoli repressore assassino falso e servo degli yankee, dei dittatori e dei militari assassini e del capitalismo straniero. E questa era solo la premessa.
Menem? si'. proprio lui.
Possa crepare e andare all'inferno.


P.s.: a proposito di porco, ho appena trovato una macelleria che elargisce il prelibato suino ai suoi frequentatori! ;-)

Qualche info

1- E' recente la notizia di spari da parte della marina militare israeliana contro pescatori palestinesi al largo della costa di Gaza. Lo riferiscono i 6 attivisti internazionali della missione "Free Gaza" che li hanno accompagnati proprio per evitare rappresaglie israeliane.
Secondo gli accordi di Oslo i pescatori palestinesi avrebbero diritto a 20 miglia marine che, pero', Israele ha arbitrariamente ridotto a circa 6. Al momento non si hanno notizie di feriti o di danni ai pescherecci.

2- Per chi dice che i boicottaggi alle imprese non funzionano: l'azienda vinicola israeliana Barkan Wineries che aveva sede e infrastrutture in un insediamento illegale all'interno della Cisgiordania, sta smantellando tutto per trasferirsi in un kibbutz in territorio israeliano e ha recentemente comunicato la chiusura di tutte le sue attivita' in Cisgiordania. La Barkan fa parte del gruppo olandese Heineken, il quale ha subito i malumori del proprio governo e il boicottaggio dei consumatori olandesi, quando questi hanno saputo che il colosso della birra aveva rapporti con un'impresa israeliana operante in un insediamento illegale.
Alla faccia vostra: il boicottaggio funziona! Perche' colpisce cio' che piu' sta a cuore alle imprese transnazionali: l'immagine. Qundi, invito calorosamente a boicottare Jaffa.
Ma anche Benetton (ve lo spiego piu' avanti ma intanto leggetevi questa).

3- Oggi e' iniziato il mese di Ramadan. A dire il vero e' cominciato ieri ma oggi e' il primo giorno di digiuno. Fino a sabato c'era qualche dubbio poiche' l'inizio del Ramadan dipende dalle fasi lunari. In Arabia Saudita ci sono degli appositi astronomi che ne comunicano ufficialmente l'inizio e la fine. Qui non ci sono. Sembra che lo scorso anno, ad esempio, il Ramadan sia durato un giorno in piu' a Gaza...
Visto che siamo ancora in estate e le giornate sono ancora un po' lunghe, le autorita' palestinesi hanno deciso di anticipare l'entrata in vigore dell'ora solare per ridurre la durata del digiuno. Ora, quindi, abbiamo la stessa ora dell'Italia. Pero', appena passato il Muro, e' rimasta un'ora di differenza...
Di solito tutti digiunano, anche i meno osservanti. I Cristiani no ma almeno evitano accuratamente di mangiare e/o bere e/o fumare in pubblico (non si puo', infatti, ingerire nulla: nemmeno il fumo). Io non credo di digiunare, magari provero' qualche volta per vedere com'e'. Non e' tanto la mancanza di cibo quella che mi rende perplesso quanto il divieto di bere! (e non intendo alcolici, eh!).

Il digiuno dura per tutta la durata del giorno (dall'alba al tramonto, insomma) e ci pensano i muezzin a ricordarlo. Il suo canto al tramonto sembra abbia lo stesso potere e scateni la stessa reazione dell'ultima campanella a scuola!
Secondo la tradizione, e' consigliato rompere il digiuno mangiando datteri che, in questo periodo, sono venduti a tonnellate. Tra l'altro ci sono pure quelli freschi: tutto un altro sapore...



P.s.: se c'e' una cosa che non sopporto dei palestinesi, e' il loro abuso del clacson. Madonna, quanto mi da sui nervi... (soprattutto se il clacson decide di prendere il posto della mia sveglia)

p.s.2: ieri ho trovato il primo palestinese stronzo (in un mese e mezzo). Si tratta di un fruttivendolo antipatico che ha fatto finta di non vedermi per oltre 20 minuti quando ero alla cassa con la verdura pronto per pagare. Lo stronzo ha fatto passare avanti tutti quanti e quando non c'era nessuno in coda mi faceva semplicemente aspettare e guardava la tv finche' non arrivava un nuovo cliente. Non ho capito perche', ma evidentemente non voleva vendermi niente. Amen: gli ho lasciato frutta e verdura insacchettata sulla cassa e me ne sono andato senza fiatare...

31 agosto 2008

L'oppio dei popoli...

...per Marx era la religione, che annebbia la mente dei popoli per distoglierli dai problemi sociali e dallo sfruttamento.

L'oppio dei popoli odierni è, in molti casi, il calcio. E in questo caso, non mi redimerò mai dalla mia tossicodipendenza!

E' domenica, giorno dedicato al riposo e alla preghiera. E al calcio.
E' cominciato il campionato italiano ma sinceramente non m'importa un granché: da anni è diventato un campionato freddo, quasi di soli giocatori stranieri -mercenari strapagati- che nemmeno sanno il colori delle maglie che portano e credo che non riescano nemmeno a capire se i propri tifosi allo stadio li insultano o li lodano. Il gioco spesso è freddo, cinico, tattico. Professionisti senza cuore. Come si può tifare squadre così?

Sono Argentino, e me ne vanto (come tutti gli argentini! Sì, ogni tanto dovremmo abbassare un pelo la cresta... I fratelli latinoamericani spesso non ci sopportano per il nostro ego). In Argentina, però, abbiamo la miglior squadra del mondo, non è una diceria. Magari non sempre la più forte, ma di sicuro è la migliore, incomparabile. E il miglior tifo. E anche lo stadio più impressionante. Tutto in uno, pacchetto compreso e senza scadenza: sempre valido.

Cosa sarà mai a poter offrire così tanta bontà calcistica? Semplice. Il BOCA JUNIORS.

"Poiché non siamo gli unici, abbiamo scelto di essere i migliori"
Perché?
Il Boca è una delle squadre più titolate al mondo, che nella sua lunga e gloriosa storia ha affrontato e vinto in ogni luogo e in ogni condizione, ogni squadra. Nata dalla voglia di riscatto di 5 immigrati italiani, genovesi per la precisione, è una squadra di Popolo, fatta dal popolo e che lotta e vince per il suo popolo. L'identificazione totale con la gente del quartiere in cui nasce (La Boca, appunto, antico porto di Buenos Aires) è una cosa che ha rari eguali nel mondo: forse il Napoli, forse il Genoa, il Liverpool, la Roma. Forse.

Boca Juniors come mezzo di emancipazione: nato in un quartiere difficile, malfamato (tuttora), proprio per cercare di dare un'immagine migliore all'esterno senza però andarsene. Rimanere e lottare. Come il pittore Quinquela, che volle trasformare la bruttezza del suo quartiere usando la sua stessa povertà: dipingendo le lamiere delle baracche in cui abitano (ancora oggi) i lavoratori con le vernici avanzate dalle barche...
scorcio (turistico) del popolare quartiere de La Boca

La stessa gente del quartiere vive, lotta e muore per il Boca Juniors che è parte della propria vita quotidiana. Come lo era la politica: anarchici, socialisti, rivoluzionari di ogni tipo. Che a fine '800 costituirono persino una "repubblica" (con tanto di costituzione) chiedendone polemicamente il riconoscimento al Re d'Italia.

Non si tratta solo di sport, non si tratta solo di calcio, non si tratta solo di tifo. E' quasi una religione, che ti segna in ogni momento della vita. E che non puoi tradire (ma nemmeno ti sogni di farlo!), in nessun momento. E' un fenomeno che in Europa e in altre parti del mondo (America Latina esclusa) non si può capire: tanto che allo stadio, per vedere e capire cosa succede, ci vanno fior fiore di sociologi. "Vuoi capire gli Argentini? Vai allo stadio". Vale anche per i Brasiliani, eh...

L'identificazione della gente con il Boca è talmente forte che la tifoseria è sempre stata conosciuta con il nome di "La 12", ovvero il 12° giocatore in campo. Quello che, nei momenti difficili, non contesta la squadra e non lancia poltroncine o monetine contro i propri giocatori: li sostiene, canta ancora più forte, tanto da coprire i canti dei tifosi locali quando giochiamo in trasferta. Ditemi una sola squadra che riesce a farlo, ogni volta, in ogni stadio, in ogni paese, in ogni stato. "La 12", tifoseria fedelissima e sempre presente, soprattutto quando il gioco si fa difficile. Decenni fa, il Boca rischiava la retrocessione e La 12, invece di contestare la squadra o gettarsi nello sconforto, non si perse d'animo: più la squadra sprofondava nella classifica, e più aumentava il numero degli abbonamenti e dei tifosi che accorrevano per dare una mano ai calciatori. Che, alla fine, si salvarono. Fossero stati un'altra squadra sarebbero già scomparsi.
La 12, quella che prima della partita contro il Real Madrid per la coppa Intercontinentale, fece apparire uno striscione gigantesco -da guinness dei primati- con scritto: "Potrete imitarci, ma eguagliarci MAI". I pronostici ci davano morti: 2-0, invece, dopo soli 13 minuti di gioco (finì 2-1). Ecco il Boca, ecco La 12. Uno dei tanti esempi. Solo uno dei tanti.

Squadra di Popolo perché molto spesso chi gioca nel Boca è nato e vissuto nel suo popolo: da anni la squadra sforna giovanissimi talenti dai propri ricchi vivai: Riquelme, Tevez, Gago, Banega, Monzón, Battaglia, Arruabarrena, Burdisso, Ledesma... Oppure ne lancia: Batistuta, Verón, Samuel, Kily Gonzalez, Palermo, Abbondanzieri, Barros Schelotto, Palacio... Diego Armando Maradona.
in una foto del 1981

Un attaccamento alla maglia unico al mondo. Quasi la totalità della rosa attuale proviene dai vivai. Questo è amore per la maglia, rispetto dei tifosi e della propria storia. Il calcio italiano dovrebbe imparare molto, oltre a comprarci i giocatori.

Giovani talenti, forse senza tanta esperienza ma motivati dall'amore per la maglia: quella stessa maglia, quegli stessi colori che -quando erano più piccoli- sostenevano dalla curva. Giocatori-tifosi, insomma. E che in campo ti fanno fare pazzie: altro che rigide tattiche, altro che freddo calcolo. Il calcio latinoamericano è passionale, caldo, imprevedibile.
Quasi sempre i giocatori provengno da famiglie poverissime, come Carlos Tevez o Diego Armando Maradona (due dei più celebri figli del Boca).

Oggi, ad esempio, l'attacco titolare del Boca era assente per infortuni vari: i tre titolari, contemporaneamente! Mancavano Palacio, Palermo e Riquelme (un altro dei nati nel Boca). Soluzione obbligata: schierare tre giovanissimi del vivaio, in una squadra già piena di neo-debuttanti. Risultato? 3-0 all'Huracan, fuori casa, con un tifo che si è scatenato come se fosse in casa e che ha portato nel giro di venti minuti ad una doppietta del giovane Gaitán (prodotto del vivaio del Boca) seguita al vantaggio siglato da Viatri (serve dire da dove viene?).
12 in campo. Per forza si vince!

"un 'uragano' di emozioni per mano dei ragazzini", fresco fresco
(nella foto l'attaccante Noir, proveniente dal vivaio)


Popolo, tifo, stadio. L'altra cosa che rende unico il Boca Juniors è il suo particolarissimo stadio, internazionalmente conosciuto come "La Bombonera". L'attuale stadio fu costruito 70 anni fa, incastonato nel pieno centro del quartiere La Boca, proprio a ridosso dei condomini e delle case di latta dipinta dei poveri abitanti. Uno stadio dalla forma strana, senza un lato (per mancanza di spazio) con gli spalti talmente inclinati e attaccati al campo di gioco da dare l'impressione di volercisi gettare a capofitto.
la Bombonera incastonata ne La Boca

E con un tifo rovente, scatenato, indiavolato come il nostro, tutti gli avversari subiscono l'impressionante effetto intimidatorio de La Bombonera (strappare un pareggio in casa al Boca è già un'impresa, figuriamoci batterlo). Il tifo, appunto: indiavolato, senza freni, senza pause. Un boato continuo che fa tremare il campo e l'intero quartiere (che, quando si gioca, si ferma totalmente come per assistere ad un importante evento religioso: ci sono stato durante una partita, è una cosa impressionante...). Un terremoto di passione, che scuote gli animi, travolge chi assiste, spinge chi indossa la maglia Oro-Blu all'attacco.

l'entrata della squadra. notare la vicinanza dei tifosi (cheer-leaders escluse, eh...) al campo
la squadra saluta i tifosi

Quattro anni fa, una rivista inglese di sport, fece un'inchiesta internazionale per decidere quale fosse il miglior spettacolo sportivo di tutto il mondo, fra tutti gli sport.
Ebbene, al primo posto, indiscusso, c'era il superclásico (derby) Boca Juniors-river plate, alla Bombonera. Non ci sono parole per descrivere cosa significa quella bolgia. Bisogna vederla.
Ora, nelle viscere della Bombonera, c'è anche il "Museo de la Pasión" Xeneize (da "zeneize" genovese, soprannome del Boca). Che attira ogni anno orde di turisti stranieri e non, curiosi di capire il segreto che si cela nello stadio più magico del mondo.

Boca, La 12, Bombonera. Una vera e propria religione. Facendo un po' il blasfemo, è quasi una seconda "santa trinità": tre manifestazioni della stessa entità.
Non solo: c'è pure il cimitero. Il Boca Juniors è la prima squadra ad aver allestito un piccolo cimitero nei pressi de La Bombonera, dove possono essere seppelliti (dietro lauto pagamento) i tifosi più accaniti....
striscione per ricordare i vecchi tifosi passati a miglior vita
"Nemmeno la morte ci separerà, dal cielo ti sosterrò"


le bare del Boca

Ecco perchè tifo Boca da quando sono nato (e forse anche prima). Ecco perché lo tiferò sempre e ovunque, anche qui in Palestina (dove ho già trovato molti bambini simpatizzanti). Ecco perché a qualsiasi ora giochi il Boca, se riesco a vedere la partita la guardo, soffro, gioisco e -come La 12- non contesto mai. In quei colori ci sono anch'io: quella maglia sono anch'io.

Ed ecco perché in America Latina parlare di calcio non è una cosa frivola: il calcio è vita, è passione, è morte, sono scontri sociali o riappacificazioni. Il calcio latinoamericano è amore, odio, esaltazione, sofferenza, godimento, terrore, poesia. E' cultura. E' fonte di ispirazione per i più grandi scrittori, poeti, artisti. Nessuno si sottrae al fascino del calcio. Nemmeno Che Guevara, Il rivoluzionario, l'idealista, l'incarnazione più pura della politica: lui, argentino, era un fiero tifoso del Rosario Central, squadra della sua città natale.

Sempre a costo di sembrare blasfemo (ma ovviamente non è questa l'intenzione!), concludo con uno dei motti dei membri de La 12:

"El fútbol
mi religión, la Bombonera mi templo, Boca mi dios"
Il calcio la mia religione, la Bombonera il mio tempio, Boca il mio dio.

Amen

io, da piccolo, in Argentina
sempre io -spaventoso, direi! :-)- in una foto di qualche anno fa

17 agosto 2008

BREAKING NEWS FROM PALESTINE (Ultim'ora... quasi)

Avvistati due potenziali futuri cooperanti per conto dello IUSS di Pavia in azione al largo di Jaffa-Tel Aviv il giorno di Ferragosto. Rispondono ai nomi di Massimu Khaled al-Pagnon e Abu Jorjo wa Ramon al-Centurion.

Si prega di segnalarli IMMEDIATAMENTE alle autorità locali....


5 agosto 2008

Segnalazione sito

Vorrei segnalare un blog di informazione sul Medio Oriente, che tratta temi come politica, cultura e societa` sia araba che ebraica. E` in italiano e ha un punto di vista interno, per cui consiglio di darci un`occhiata

http://frammentivocalimo.blogspot.com

Seconda valanga di roba

io al Muro del Pianto
particolare del Quartiere Arabo

master CD a Betlemme

gente della vecchia Gerusalemme

particolare del quartiere arabo
scout palestinesi a Gerusalemme
Mar Morto
Muro del Pianto
Ulivo millenario al Getsemani


Insegnamenti profughi


Martedì seconda lezione di arabo. Arrivo un pelo in ritardo, anche perché ho perso una marea di tempo ad un incrocio cercando di passare. Purtroppo era l'ora di punta e il traffico era un po' congestionato. Il problema principale, però, è che per gli autisti palestinesi (e israeliani) il concetto di “strisce pedonali semplicemente non esiste. Ed esiste ancora meno che uno ci provi a passare reclamando la precedenza datagli dal codice della strada. In Italia, di solito, quando guido mi fermo e quando sono dalla parte del pedone, pretendo che la macchina si fermi altrimenti mando sonoramente e vistosamente affanculo chi guida. Qui non mi sembra il caso. Anche perché, probabilmente, non capirebbero. Per cui, semplicemente mi adeguo e aspetto il momento buono.
La lezione procede bene, appena mi siedo la nipote di Echlass mi porta un ottimo té aromatizzato alla salvia, che qui va alla grande (e a me piace parecchio). Lei mi spiega che la salvia si usa anche come digestivo o per curare il mal di stomaco. Verso la fine della lezione, mi chiede se voglio oppure no il caffé: si ricorda che la volta scorsa l'avevo rifiutato per motivi di “sonno”. Stavolta, però, accetto: so che per i Palestinesi, il caffé è più di una semplice bevanda, è quasi un rito (come per tanti italiani). Me lo portano in una tazzina minuscola che sorseggio con calma. Sorpresa: il sapore è identico (veramente!) a quello italiano. Però è caffé arabo, preparato alla maniera araba. Mmm, mi sa che allora sbaglio qualche cosa perché a me non viene così (ah!!! perché non mi son portato la moka! A proposito di rimpianti: mi pento anche di non essermi portato nemmeno la mia fedele grappetta, sigh sigh...).
Beh, di carne al fuoco ce n'è parecchia anche stavolta. Ma, visto che lei mi sembra parecchio predisposta alla conversazione, approfitto per un paio di domande. Che ovviamente sono sulla questione palestinese. Praticamente, ho scatenato un fiume in piena (ciò che volevo, e glielo dico).
Echlass è una donna disabile e ovviamente non lo nasconde. Ed è una palestinese rifugiata che vive in un campo profughi. Non prova odio ma nemmeno pensa sia minimamente immaginabile una riconciliazione con gli Israeliani. E' intransigente, non considera possibile il perdono per la Naqba (“disastro”, così i Palestinesi chiamano la nascita di Israele, cosa che innegabilmente è stata per loro) anche se non si farebbe alcun problema a parlare con persone ebree: sa perfettamente che ci sono ebrei e israeliani che cercano di trovare una soluzione per vivere in pace. Ce l'ha anche con i paesi occidentali e con la loro “cooperazione” che altro non è se non un modo per cercare di lavarsi la coscienza. Queste, tra l'altro, sono le parole che avrebbe detto in Germania ad un incontro con ong locali. E, a chi in quell'occasione accusava i palestinesi di prendersi un sacco di soldi dagli aiuti umanitari e internazionali, rispose caustica: “Se la Germania non avesse fatto ciò che ben sapete, ora non vi lamentereste per i soldi che buttate. Non prendetevela con me ma con il vostro governo, semmai. E e volete saperlo, state pagando i vostri errori del passato, e noi che non vi abbiamo mai chiesto nulla siamo solo le ultime vittime delle vostre scelte sbagliate”. (Ha ragione. Se ci pensiamo bene, ghetto, pogrom e olocausto sono tutte invenzioni europee, non certo arabe o musulmane).
Parla della quotidianità: nonè di cibo o di altri beni materiali che i palestinesi hanno bisogno: quelli ce li hanno. Non è di sedie a rotelle elettriche o di mancanza di barriere architettoniche. Spostarsi agevolmente in strade pulite non è “libertà”. Libertà è non vivere sotto occupazione. Finché c'è occupazione, è impossibile parlare di Pace.
La sua conclusione, molto obiettiva, è che “anche molti palestinesi, però, devono pulirsi dai loro sbagli prima di pretendere la pace”. Lezione magistrale.




Gerusalemme paranoica



In questi giorni ho fatto un po' il turista approfittando di una festività (l'ascensione al cielo di Maometto) e del venerdì.
Visto che finora non sono ancora andato a Gerusalemme – Al Quds (“la santa”, per gli arabi), colmo la grave lacuna. L'intenzione iniziale era di farla a piedi da Betlemme, partendo presto la mattina. Ovviamente non è così e mi muovo verso le 11 sotto un caldo che non vi racconto nemmeno. A piedi arrivo fino al Muro o quasi: i soldati israeliani mi fanno il gesto di girare. Fatto sta che lì passano solo le macchine, quelle con targa gialla cioé solo le macchine israeliane autorizzate. Apro parentesi: ci sono 4 tipi di targhe: gialle (macchine israeliane, che non sempre sono di cittadini israeliani. Possono anche essere di palestinesi con permessi); bianche con numeri verdi o verdi con numeri bianchi (palestinesi); bianche con numeri rossi (polizia palestinese); rosse con numeri bianchi (polizia e militari israeliani). E' sempre un casino spostarsi in macchina da una parte all'altra e la targa conta molto: agli israeliani è vietato entrare in West Bank o, meglio, nelle cosiddette “zone A” che, secondo il trattato di Oslo del '93, sono le aree urbane di: Ramallah, Betlemme, Gerico, Nablus, Jenin, Hebron, Gaza... (cioè le “riserve indiane” sotto esclusiva o quasi amministrazione palestinese). Per i palestinesi -oltre al divieto di andare a Gaza dalla Cisgiordania e viceversa- è spesso difficile spostarsi da una zona A all'altra. Non parliamo neanche di entrare in Israele.
Arrivo all'accesso “pedonale” del Muro e inizio il calvario (un tassista mi aveva detto che ci avrei messo parecchio): prima passo dentro una specie di corridoio coperto da una tettoia che, dopo un centinaio di metri, conduce ad uno di quegli “stornelli” di acciaio che ora si usano negli stadi di calcio per far passare uno alla volta i tifosi. Poi mi aspetta una serie di tunnel, cancelli, stornelli, controllo passaporti, metal detector, ecc. Tempo totale: circa una decina di minuti. Mi è quasi sembrato impossibile di essere riuscito a passare...
Premetto che, non sentendomi affatto al sicuro ad andare a Gerusalemme (sia per la recente “moda” delle ruspe assassine, sia perché vivo a Betlemme), ho pensato bene a come farmi trattare da turista per evitare problemi. Soluzione: maglia dei Pumas (nazionale argentina di rugby). Perché: beh, l'Argentina non ha particolari problemi né con Israele né con i Palestinesi (e mi gioco la carta della neutralità). Poi: ci sono un sacco di argentini ebrei e molti di questi ora vivono in Israele. Se per caso dovessi trovarmi in difficoltà, chissà che mi capiti di incontrare un soldato ebreo argentino...
Senza ricordarmi della mia scelta, mentre appoggio le mie cose nel nastro del metal detector, dal megafono una voce comincia a dire: “Argentina? Argentina? Boca Juniors o River Plate?”. Mi guardo intorno stupito cercandone inutilmente la fonte. La voce continua, rispondo: “Sì, Argentina. Y soy hincha de Boca. ¿quién habla?”. Continuo a guardarmi intorno, vedo due soldati che sorridono ma non sono loro. Chiedo gesticolando con le mani, con il classico gesto italiano, da dove arrivi la voce e uno dei soldati indica, col dito, la cabina davanti alla loro, mi volto e da un angolino un giovane soldato dall'aspetto etiope mi saluta con la mano. “Ah, sei tu. Ma sei argentino?” gli chiedo in spagnolo. Mi fa di no col dito. “E come hai imparato lo spagnolo?” ribatto. “Telenovelas”, risponde lui sorridendo.
Un altro militare israeliano simpatico...
Una volta fuori, prendo un piccolo autobus (un furgone, piuttosto). Dentro ci sono solo palestinesi e qualche turista tedesco e giapponese. Si parte.
Il Muro è un confine fra due mondi diversi per imposizione. Paesaggio, aspetto delle case, vegetazione sono esattamente gli stessi. Ma da questa parte c'è ricchezza, c'è ordine, c'è uno Stato. E tanti uomini vestiti di nero, con vistosi cappelli, barbe e riccioli ai lati del viso; uomini con la kippah in testa; donne con gonne lunghe ed un fazzoletto che raccoglie i capelli. Ecco l'altra grande differenza. Alle fermate sono separati, arabi e israeliani. Dal finestrino vedo la pulizia delle strade, la ricchezza delle case, i cartelli in ebraico e tante bandiere con la stella di Davide. Negli occhi, però, ho Betlemme, Nablus e il Muro. Non riesco a scindere le due cose, mi sembra surreale. Come essere passato attraverso un varco spazio-temporale ed essere entrato in un mondo parallelo. La cosa più strana è rendermi conto che veramente Israele è uno Stato fatto da ebrei per ebrei. E' decisamente uno stato ebreo, inutile negarlo. La cosa mi sembra strana. Provo a cercare un parallelo e immagino uno stato cattolico, solo per cattolici, dove per strada vedi principalmente preti, suore e chirichetti. No, assurdo. Non ci riesco.
Però Israele sarebbe la Terra Promessa per gli ebrei. Loro sono stati scacciati dai Romani nel 70 d.C. e hanno sempre mantenuto un fortissimo legame culturale e religioso e anche affettivo con la Palestina. Ok. Però dalla diaspora in poi sono sempre vissuti in altri paesi, in mezzo ad altri popoli, con altre culture e religioni. Non erano una “nazione” a parte. O sì? No, in teoria no: gli ebrei italiani sono Italiani di religione ebrea, non sono di nazionalità ebrea. Gli ebrei tedeschi perseguitati dal nazismo erano tedeschi, alcuni di religione ebraica altri con antiche origini ebraiche. E il loro choc principale fu proprio quello di essere considerati una cosa “diversa” dal resto del popolo tedesco col quale si identificavano. Anche gli argentini ebrei contestarono all'ex presidente Menem, all'epoca del sanguinoso attentato alla sede dell'AMIA (associazione ebraica di mutuo soccorso), di aver cercato di trattarli alla stregua di una “comunità nazionale” diversa da quella argentina. Quindi, reclamavano il fatto di essere argentini...
Ammetto di non riuscire a capire e vedo il rischio di impantanarmi in inutili ragionamenti intricati e inconcludenti. Però mi sembra assurdo pretendere di avere il diritto a controllare una terra che è appartenuta ad altre persone della tua religione (e non della tua nazionalità, se quanto detto prima vale ancora) 2000 anni fa. Duemila anni fa Costantinopoli era Romana. Se valesse lo stesso principio applicato da Israele, Roma dovrebbe occupare la Turchia e riprendersi Istanbul e mezza Europa. Oppure i tedeschi o il papa ricostituire il Sacro Romano Impero. Non regge. Boh, ci rinuncio. Comunque, secondo il mio parere c'è una contraddizione evidente. E' ora di piantarla anche con la classica scusa (purtroppo sentita troppo spesso anche a scuola) di “una Terra senza popolo per un Popolo senza terra”: e gli arabi (i palestinesi) dove li mettiamo? Forse c'è ancora chi crede che dal 70 d.C. al 1948 la Palestina sia rimasta deserta o che tutti gli ebrei dell'epoca sparirono dando vita alla “diaspora”.
Ok, basta. Il rischio di prenderla troppo alla leggera e semplificare troppo si sta concretizzando. Meglio chiudere qui.
Mentre vaneggio, l'autobus arriva sotto le Mura della città di Gerusalemme. Attorno a noi solo arabi, cartelli in arabo e venditori di cibo arabo. Ok, siamo nel quartiere arabo. Varco la soglia della grande Porta di Damasco: sono dentro. Sono a Gerusalemme. Gerusalemme! Gerusalemme? Quella Gerusalemme? Ma quanti anni ha Gerusalemme? Quanti secoli? Quanti Millenni? Oddio, sarà anche per il caldo, ma pensarci mi fa quasi girare la testa.
Il centro storico (la “Old City”) è diviso in tre quartieri: Ebreo (quello più “elegante”, che è stato rifatto a nuovo), Armeno e Arabo. Tutti gli scorci, però, portano addosso inequivocabilmente il segno della lunga e accurata amministrazione araba: porte, volte, scritte, cose che una volta dovevano essere fontane (credo), cartelli... Da qualche minuto i miei neuroni stavano formulando un paragone che è stato poi confermato nel momento in cui mi sono addentrato nel grande Suq (mercato coperto) che occupa quasi ogni centimetro delle vie del quartiere arabo: Gerusalemme non è poi tanto diversa da Venezia. La parte araba, almeno, emana quell'aria di antico fasto ormai decadente e un po' trasandato che è una caretteristica saliente della vecchia Serenissima. I vicoli caldi, tortuosi e i continui dislivelli rafforzano questa impressione.
Ancora immerso nei pensieri, vengo preso di soprassalto dal chiassoso passaggio di una banda di trombe, grancasse e cornamuse che richiama l'attenzione di decine di curiosi sia locali che turisti. Quando mi avvicino per capire, mi sorprendo nel vedere che la fanfara è composta solo da ragazzini. O meglio: è un nutrito manipolo di Boy-Scout palestinesi che, alla stregua dei bersaglieri, suona I diversi strumenti trottando. Ci ho messo un po' per capire che si trattavano veramente di scouts: ciò che mi traeva in inganno era la kefiah indossata al posto del basco o del cappellone. Per un attimo mi sono sembrati tanti piccoli Arafat con l'uniforme kaki, il fazzoletto al collo e l'immancabile giglio che ha fugato ogni ultimo dubbio rimasto.
Con l'intenzione di scambiare due parole col loro capo, seguo il corteo senza sapere dove. Dopo poco, un uomo mi chiede se voglio vedere la moschea di Al-Aqsa. “Perché? Si può?”. Pensavo che oggi, venerdì, sarebbe stato improponibile. “Ma sto tizio chi è”, penso. Sarà mica uno che mi ci vuole portare facendosi pagare? Mah. Un po' sospettoso resto sul vago ma, dopo qualche decina di metri, capisco cosa intendesse dire. Il corteo degli scout, scortato da 4-5 soldati israeliani armati, passa attraverso un varco che porta alla grande “Spianata delle Moschee”, portandosi dietro amici e parenti. Velolci come le fauci di un caimano, però, due poliziotti mi sbarrano la strada: “Only muslims today, tourists tomorrow”. Ovviamente: nella zona delle Moschee ci entrano solo i fedeli musulmani. Giusto, è la festa dell'ascensione di Maometto. Peccato che non sapessi che gli scout stessero andando proprio lì!
Evabbé. Giro i tacchi e, senza meta, mi ributto nella calca del Suq fra statuette in legno di ulivo, incensi, narghilé, piatti di ceramica, tappeti, kippah ricamate, kefiah colorate, preziosi ricami, vestiti femminili tradizionali, T-shirt multicolori, poster di calciatori o della moschea di Al-Aqsa, cartelli e scritte che ricordano i “martiri” palestinesi, veli, collane, bracciali, preziosi e gioielli, pentolame, verdure, foglie di salvia e di menta, paccottiglia varia, spezie e sacchi di legumi di ogni genere, dolcetti arabi, frutta secca, pane, ciambelle di sesamo, falafel, shawarma e kebab.
Ah, attenzione ai venditori: sono ovviamente furbissimi (soprattutto quelli di articoli per turisti). Ti chiamano e a volte ti risucchiano nel loro negozietto “solo per dare un'occhiata, non ti vendo niente”. Se, come no! Sì, sì. Bello, per carità. Sì sì, anche la kefiah. Sì, ho visto che il tessuto di questa è migliore. Cosa? 100 shekel? Ah (a Betlemme costa la metà...). No, è che non ho soldi. No, veramente. Sono un volontario, non un turista. Sì sì, bello, è vero, ma no grazie, non so dove metterlo...
Se poi, però, ti offrono caffé e dolcetti almeno un piattino glielo devi prendere, no? E infatti.
In giro, oltre a centinaia di turisti di ogni angolo del mondo, si vedono prevalentemente arabi palestinesi. E ogni tanto qualche ebreo ortodosso o qualche altro ebreo solo con la kippah sulla testa o donne ebree con le gonne lunghe. Forse mi sbaglio ma probabilmente questo è l'unico posto in tutta la regione dove musulmani, ebrei e cristiani vivono fianco a fianco. O almeno – vista la situazione – si sopportano. Ogni tanto, in qualche angolino più tranquillo, alcuni vecchi palestinesi seduti attorno ad un tavolino giocano a backgammon sorseggiando caffé arabo. Poco più in là, altri quattro o cinque fanno una chiacchierata disposti a semicerchio e aspirando grandi boccate di fumo aromatico da colorati narghilé. Una scena che mi ha inchiodato per qualche secondo è stata quando ho visto due uomini camminare fianco a fianco tra la folla: uno ebreo ortodosso con barba lunga e boccoli, l'altro un palestinese avvolto in una tunica bianca e una con addosso una kefiah bianca fermata dalla classica cordicella nera. Per un istante ho provato un emozione strana, quasi di gioia. Ho pure avuto la tentazione di fotografarli, pensando alla materializzazione del famoso video di “Rock the casbah” dei Clash. L'incantesimo è finito dopo poco, perché i due, che non si conoscevano, hanno proseguito per strade diverse.
Un centinaio di metri dopo sì che sono rimasto inchiodato sul serio sulle mie gambe. In mezzo alla folla, tra turisti e passanti, ancora in pieno quartiere arabo e in pieno giorno, due giovani vestiti di bianco e con la kippah camminavano con aria altezzosa guardandosi intorno. Sulla schiena, ognuno portava un fucile automatico. Nessun distintivo. Civili. Altro che civili: coloni. Ovunque: i coloni ebrei sono ovunque. Si prendono ciò che vogliono, con la forza, e nessuno è autorizzato a fiatare. Sì. Questa è la realtà, che piaccia o no. A me no.
Visto che sono nei paraggi, e che alla spianata delle moschee non c'è verso di entrare, perché non andare all'altra grande “attrazione” di Gerusalemme? Già: il “Muro del Pianto”, che però gli ebrei chiamano “Muro Occidentale”. E' l'unica cosa rimasta del secondo Tempio, dopo che l'imperatore Tito lo fece radere al suolo nel 70 d.C. Da quello che ho capito, in realtà per gli ebrei il Muro Occidentale non è un luogo sacro: è sacro il luogo su cui sorgeva il Tempio. Ma il Muro è la cosa materiale più vicina che sia rimasta. Per la religione ebraica, sulla collina su cui fu costruito il Tempio (e dove c'era l'Arca dell'Alleanza) ci sarebbe la “pietra della fondazione”, ovvero il luogo esatto in cui Dio avrebbe creato il mondo e la vita. Ora, al posto del Tempio distrutto dai Romani, c'è un altro luogo santo che loda lo stesso Dio ma in maniera un po' diversa: la “Spianata delle Moschee” (Cupola della Roccia -quella famosa, dorata- e Moschea di Al-Aqsa), 3° luogo santo per importanza dopo la Mecca e Medina.
Entrare alla zona del Muro non è per nulla facile: ancora controlli, metal detector, perquisizioni, tunnel, cancelli. Gente armata e sospettosa ovunque. Nemmeno un sorriso. Solo volti incazzosi, occhi sfidanti. Che aria tesa, pesante... La luce fuori dal tunnel mi chiama ad una piazza accesa dal sole, e sul lato sinistro finalmente, eccolo l'agognato Muro! Per fortuna c'è poca gente quindi resto a guardare con calma tutto il posto. Ah, giusto per continuare a puntualizzare e a fare il precisino fastidioso: dove ora c'è questo grande spiazzo, per vari secoli c'era un antico quartiere maghrebino. Che gli israeliani hanno totalmente demolito, tra le adirate proteste degli arabi che ci abitavano e dell'Unesco.
Prima di entrare sono forse l'unico o uno dei pochi (tra i turisti non ebrei presenti) a leggere le raccomandazioni per accedere alla zona del Muro: abbigliamento e atteggiamenti non offensivi o che possano turbare la sensibilità dei presenti, niente animali, ecc (e particolari restrizioni per i giorni di festa o il sabato). Dopo qualche passo, un ebreo ortodosso mi ferma e mi chiede qualche spiccolo come elemosina. Seee. Come no! Non faccio l'elemosina quando vado in chiesa da una vita (perché di soldi la Chiesa Cattolica ne ha anche troppi), figuriamoci se li do proprio a te che di soldi, dal tuo Stato, ne prendi già parecchi. Eh no, proprio no: i soldi per la religione no. Nemmeno nella dichiarazione dei redditi: il mio 8 per mille spetta di diritto ai Valdesi...
Prendo da un apposito contenitore la kippah di cartone per i non-ebrei e mi avvicino con circospezione a questo prodigioso muro. Sono pochi quelli che pregano, di più chi sorride e scatta foto. Resto un po' in silenzio e poi metto anch'io il mio bigliettino tra le fessure dei macigni che formano il Muro.
Tento l'ultima volta di entrare di staforo nella spianata delle Moschee ma desisto e, cercando di capire dove sono, esco dal quartiere arabo. Altre due cose voglio fare: scattare almeno una foto alla cupola dorata e andare al Santo Sepolcro. Per la prima, decido di andare fuori dalle mura e aggirare la città. Però ben presto mi imbatto in un cartello marrone (che di solito significa “zona di interesse turistico”) che indica l'ingresso delle “Solomon's Quarries”: le cave di Salomone. Si tratta di una cava sotterranea di pietra bianca, ricavata da una delle tante grotte della zona che, in questo caso, era sotto la città. Il nome è dovuto alla tradizione, secondo la quale fu da questa cava che il re Salomone estrasse la pietra necessaria per la costruzione del Tempio. Un particolare curioso è che da quando fu riscoperta, a cavallo tra i secoli XIX-XX, le cave di Salomone furono meta del “pellegrinaggio” di massoni di tutto il mondo. Secondo la massoneria, a quanto pare, il primo grande massone della storia fu proprio Salomone.
Conclusa la visita alla cava, continuo nell'opera di aggirare la città. Secondo la cartina, sulla mia sinistra c'è il Monte degli Ulivi. A dire il vero, di ulivi ce ne sono pochetti. Però la zona, così carica di significati per i cristiani, merita almeno una scampagnata. E così faccio, pensando anche che forse da lì potrò avere una panoramica migliore sulla città. Mentre inizio a salire, mi imbatto in una chiesa greca alla quale, però, do poca importanza. Poche decine di metri dopo, invece, il cartello “Getsemani” mi rapisce e mi porta dentro un chiostro gestito da frati francescani italiani. Lo spettacolo di questo posto sono gli ulivi: questi non sono secolari, sono addirittura millenari! Non ho mai visto degli ulivi così grossi in vita mia. I frati li proteggono con gelosia dalle mani avide dei turisti che, sono sicuro, ne strapperebbero volentieri qualche fogliolina da conservare come reliquia. Per i non cristiani il motivo è presto detto: è in questa zona (chissà se proprio tra gli stessi alberi) che Gesù, consapevole della sorte che lo attendeva, accettò la volontà di Dio (“sia fatta la tua volontà, non la mia”). E poi fu tradito da Giuda.
Non lontano da qui, infatti, c'è anche la “grotta del tradimento” e un altro edificio cristiano. Che è proprio la chiesetta greca che avevo snobbato. Si tratta della cosiddetta “grotta della vergine”. Non ho capito bene ma da quanto si dice vi sarebbe sepolta la Madonna. Che sia vero o no, non lo so e credo non lo sappia nessuno. Però, se mi ricordo qualche cosa del catechismo, Maria è salita in cielo e quindi non sarebbe né morta né sepolta. Non mi addentro nel fatto, trattare argomenti religiosi non è il mio mestiere. L'edificio, comunque, è molto suggestivo: piccolino, buio e all'apparenza molto antico, ha proprio il sapore dei vecchi monasteri ortodossi, raccolti e illuminati dalle luci fioche delle candele e ornati da decine di preziose icone e candelabri appesi al soffitto.
Mentre salgo piano piano, mi accorgo di una telefonata sul cellulare. Richiamo: è Superpagno! Ovvero Massimo, quello che è venuto qui con me. Pensavo fosse a Jenin e invece è proprio qui a Gerusalemme. Non solo: è sul Monte degli Ulivi. Ci mettiamo d'accordo e dopo una manciata di minuti vedo arrivare una macchina coperta di adesivi, con bandiere europee e sigle di ogni genere. Ah, è l'auto del lavoro! Con doppia assicurazione per permettere agli operatori umanitari di andare (quasi) indisturbati da una parte all'altra della Palestina, Gaza inclusa, e di Israele. In effetti, Superpagno ha già girato parecchio ed è stato pure a Gaza qualche giorno. A differenza mia, sta prevalentemente con gli “espatriati” ovvero il personale internazionale delle varie ong (molte italiane) e agenzie internazionali presenti a Gerusalemme. Est, per la precisione. La sua internship è basata soprattutto su aspetti economici (I progetti della sua ong sono quasi tutti di “cash for work”, ovvero lavoretti per dare una piccola somma a lavoratori disoccupati palestinesi). Parliamo del più e del meno e poi andiamo a farci un giro a vedere la “movida” di Gerusalemme: la “città nuova”, fuori dalle mura, non ha nulla di diverso da qualsiasi altra città europea o comunque da qualsiasi altra capitale in giro per il mondo. Ha un aspetto giulivo, allegro, spensierato e opulento. Certo, è stranissimo vedere quasi solo ebrei. Negli occhi di un vecchio che guarda sorridendo alcuni adolescenti rumorosi che ballano e cantano leggo la gioia e la soddisfazione di chi, forse, certe allegrie non le ha vissute. Penso che molti di loro sarebbero rinasti nei loro paesi di provenienza, se più di sessant'anni fa (e anche più di un secolo fa) l'Europa non avesse deciso di bollarli, di espellerli, di sterminarli. Ma allo stesso tempo penso che se in questo momento loro possono vivere in maniera dignitosa e spensierata, è proprio perchè ad altri (i Palestinesi) viene negato lo stesso diritto.
Camminando tra la gente di Gerusalemme, nonostante l'aria festosa della città, non mi sento meno proprio così “sicuro”. E non è certo per la presenza di ruspe o di persone con la giacca un po' troppo gonfia. Non so per quale motivo: sarà che ormai mi sono abituato a stare a Betlemme, sarà che in queste due settimane i palestinesi che ho conosciuto (e anche gli altri) mi hanno trattato coi guanti, accogliendomi con grande cordialità senza nemmeno sapere chi fossi e cosa ci facessi qui. Sarà che tutto questo mi piace e mi fa stare bene. Sarà. Fatto sta che camminare fra gli israeliani non mi mette altrettanto a mio agio. Commento solo ciò che vedo, non ciò che penso: ragazze e ragazzi armati che camminano col fucile a tracolla come se nulla fosse, occhi che mi puntano e mi squadrano, sguardi sospettosi e a tratti sfidanti.... No, mi dispiace ma questi israeliani sono proprio paranoici. Saranno anche felici e allegri, ma solo fra di loro. A chi fosse tentato dal dire “grazie tante, con tutti gli attentati che fanno i palestinesi”, rispondo: numeri alla mano, il conteggio di morti e feriti è totalmente sbilanciato da un lato e gli episodi di violenza sono spesso in una sola direzione. (Questo non giustifica che ogni tanto qualcuno si faccia saltare in aria in mezzo ai civili o spari razzi nei villaggi israeliani). Nonostante questo, nonostante l'occupazione, nonostante la libertà e la dignità negate, nonostante la violenza e l'apartheid che subiscono, nonostante la violazione continua e ripetuta dei diritti umani, nonostante le incursioni notturne dei militari nei campi profughi, nonostante le quotidiane umiliazioni, nonostante la pulizia etnica, nonostante il Muro, nonostante i checkpoint, nonostante tutto: i palestinesi non mi sono sembrati come gli israeliani. Non sto dicendo che siano migliori o peggiori: dico solo che non sono così paranoici...




Cooperanti sviluppanti



Il giorno dopo la visita a Gerusalemme c'è un fatto importante da segnalare. Almeno per Massimo e me. All'università di Betlemme ci sono le discussioni delle tesi degli studenti del master in Cooperazione allo Sviluppo. Coincidenza? No, tutt'altro. Questo master è stato realizzato in collaborazione con lo IUSS di Pavia e ha lo stesso identico programma del master che ho fatto (sto facendo) io. Con le sole differenze che questo di Betlemme dura due anni, le lezioni sono solo il fine settimana e non c'è internship finale. Gli studenti, però, lavorano già quasi tutti (se non tutti) in questo settore.
Purtroppo mi perdo le discussioni della mattina perché ero al CCRR. Ci tornerò il giorno dopo. Nel pomeriggio il buon Superpagno mi raccatta nuovamente in macchina per andare a Gerusalemme. Stavolta proviamo in due a vedere se si riesce ad entrare nella spianata delle Moschee. Ora abbiamo qualche informazione in più: l'ingresso per i non-musulmani è dal Muro del Pianto. Sulla destra c'è una rampa di legno che porta fino in cima, proprio presso la moschea Al-Aqsa. Però bisogna individuare l'accesso, piccolino, che nessuno sembra disposto ad indicarti. Passiamo le varie misure di sicurezza, controlli, metal detector e via dicendo ed entriamo nel piazzale del Muro, oggi brulicante di turisti di ogni tipo. Individuiamo quella che dovrebbe essere la rampa in legno vicino agli scavi archeologici. Beh, ce n'è solo una quindi per forza... Ma non c'è nessuna entrata. Proviamo in tutti i modi ma niente, tutto chiuso. Proviamo anche a seguire una comitiva di turisti arabi che viene tenuta sott'occhio da decine di ebrei in apprensione: forse loro sanno dove andare. Ma ci mettono troppo. Via, andiamocene (anche perché la presenza di decine di militari che si mettono i fucili a tracolla non è proprio una scena delle migliori da vedere).
Camminando per le vie del suq, cartina alla mano, proviamo a vedere se dagli altri varchi si riesce ad accedere. Un poliziotto ci ferma e ci dice “As-salaam alaikum”. Rispondiamo. “Are you muslims?”. No, non siamo musulmani. “Sorry, you can't go in. It's just for muslims”. E ti pareva. Quando possiamo ritornare? Solo domenica mattina? Ah, ok. Riproviamo da un altra parte: idem. Proviamo a chiedere ad un bambino arabo in un negozietto: stessa risposta. Ok, avete vinto. Andiamo via.
Nella casa-ufficio di Massimo conosco anche gli altri due dell'ong italiana: il capo-missione è un francese di 35 anni, mentre il responsabile per la zona West Bank è un toscanaccio più o meno della stessa età. L'ambiente è scherzoso, cameratesco. Il francese dice a Massimo che ha appena ricevuto un offerta di 180 mila euro per un nuovo progetto. In effetti la sua dote principale è quella di riuscire a fare cassa molto velocemente, puntando sia sulla lunga esperienza sia sullo spiccato senso delle relazioni pubbliche. Entrambi amano molto la Palestina ma sono molto sfiduciati e pessimisti. Con questa recrudescenza della lotta fratricida Hamas-Fatah (con conseguente ulteriore spaccatura tra i palestinesi di Gaza e quelli della West Bankl) la situazione di certo non promette bene...
Ok. Andiamo a farci una birra che è meglio. Mentre facciamo benzina (e dal conto totale il benzinaro israeliano decide autonomamente di tenersi la mancia, mettendo meno benzina di quella chiesta), scopro che nei dintorni c'è un famoso “cristiano”. La particolarità di sto “cristiano” è di gestire un piccolo supermercato che vende alcolici a tutto spiano. E carne di maiale, che però tiene un po' nascosta. Ad essere sincero, dopo averne visto i prezzi, posso dire che “spaccia” carne di maiale: una confezione da 1 etto di salame a quasi 7 euro mi sembra tantino, no?
Ritorniamo nella zona di Jaffa street, il “cuore” pulsante di Gerusalemme. Lì vicino c'è una folla ed un concerto. Proviamo ad entrare. Soliti metal detector, ispezioni, controlli. Ci sono un sacco di famiglie numerose in giro. Il concerto è di flamenco ma la cantante usa una lingua incomprensibile. Ogni tanto butta lì qualche parola che dovrebbe essere spagnolo (e decisamente non lo è). In compenso i musicisti sono molto bravi. Visto che i passsanti continuano a guardarci male, ci mettiamo un attimo in disparte per vedere il concerto ma l'arrivo di una comitiva di amici che ci si piazza proprio davanti al naso ci fa desistere. La nostra brillante idea è quella di ripassare le nostre anemiche conoscenze della lingua araba e delle differenze fra l'arabo classico e quello parlato (che differisce e anche di molto da paese a paese, se non da zona a zona). Un po' come l'italiano e tutti i suoi dialetti (fra loro spesso incomprensibili).
Il concerto finisce e ce ne andiamo. Birretta. Ma prima un giro per vedere se c'è qualche posto non troppo affollato da fighetti. In teoria c'è una zona dove fanno musica dal vivo. Stasera niente: solo un sacco di gente attaccata al narghilè. C'è una specie di butta-fuori un po' alticcio che, quando mi chiede da dove vengo, inizia a parlare in uno spagnolo un po' forzato. “Ah, Patagonia”. “La Patagonia è nostra” afferma. Stupito, gli chiedo se per caso fosse cileno, dato che gli avevo pure detto di essere argentino. “No, la Patagonia è nostra”, ribadisce. “Scusi, ma non capisco”. E poi dice di essere argentino pure lui. Non so, non mi ha convinto molto. So che, prima di creare il “focolare ebraico” in Palestina, fra le opzioni proposte dal movimento sionista c'erano quelle di creare uno stato ebraico in Uganda o in Patagonia. E recentemente qualcuno mi ha passato degli articoli su presunti e strani movimenti di gruppi sionisti in Patagonia. Non so cosa ci sia di vero, anzi: me n'ero proprio dimenticato. Forse è stato anche lo spagnolo arrugginito del tipo, però quella frase non mi ha lasciato indifferente. La paranoia israeliana ormai sta prendendo possesso anche di me. Aiuto! Birra, birra. Meglio non pensarci. Però anche nel posto dove ci sediamo, decine e decine di ragazzi col fucile che camminano indisturbati tra la folla. E' vero che il servizio militare di tre anni (dai 18) è obbligatorio per maschi e femmine e che il fucile che danno ai soldati è sotto la loro responsabilità. Ma portarselo in giro come uno zainetto non è proprio la stessa cosa. Anche alcune ragazzine dallo sguardo bambinesco, che fino all'altro ieri penso giocassero ancora con le Barbie, girano con sti fucili a pompa a momenti più grandi di loro. Ogni tanto qualcuno mi inchioda lo sguardo negli occhi. E che cazzo... Al bar, dopo aver ordinato, Massimo prova a fare una battuta con la cameriera (chiedendo sconti). Senso dell'umorismo israeliano = zero. Ok. Ci passiamo la nostra serata tranquilli facendoci i cavoli nostri, ma la processione continua di ragazzini col fucile è insopportabile. Meglio tornare a Betlemme. Detto fatto, prendiamo la macchina e ci allontaniamo da Gerusalemme. Al “gate” del Muro fanno qualche storia. Una ragazzina bionda, soldato di leva, non capisce il concetto di “aiuto umanitario” né di “Unione Europea” per cui chiede istruzioni per telefono. Tutto ok. Il cancello si apre permettendo anche a due poveri cani randagi di ritornare nella loro tana a Betlemme.
Le strade deserte della città sono almeno più tranquille. Che si dica pure che sono fazioso, ma qui di armi non ne ho ancora viste (ci sono, senz'altro, ma almeno non le portano a spasso in centro). Concludiamo la serata con un gran bel panino shawarma (anche a Gerusalemme ho visto che spopola). E buona notte.


Salamoia


Ah, il venerdì! Certo che questa settimana ho fatto proprio ben poco!
Intanto devo chiarire che il “fine settimana” è un tantino diverso da quello occidentale e anche da come l'ho descritto qualche giorno fa. Non dimentichiamoci che ci sono fedeli di tre religioni in questa terra: musulmani, ebrei e cristiani. Per le tre confessioni, il giorno festivo è diverso: venerdì per i primi, sabato per i secondi, domenica per gli ultimi. E le cose sono diverse a seconda di dove ci si trova. Qui in Palestina si riposa ovviamente il venerdì ma anche la domenica (i cristiani sono molti, soprattutto a Betlemme, sia Palestinesi che volontari stranieri). In Israele è il sabato il giorno festivo (proibito fare qualsiasi cosa, soprattutto nei quartieri ortodossi: chi passa in macchina rischia anche la lapidazione, e non scherzo). Nelle zone arabe è anche il venerdì. Ma spesso c'è un fine settimana lunghissimo che inizia il giovedì sera e finisce la sera della domenica. Per il personale straniero (ong e agenzie varie) si vede un po'. Io qui sto a casa venerdì e domenica. Massimo, ad esempio, venerdì e sabato. Oggi siamo a casa entrambi, quindi si va all'università a Betlemme a vedere un po' sti studenti di Cooperazione allo Sviluppo cosa combinano.
Rispetto agli altri posti visti finora, l'area dell'università è molto pulita, ordinata e tenuta in condizioni perfette. La struttura è quella dei campus statunitensi, con alberi, aiuole, fontane... Molto bella, veramente. Guardando in giro si scopre che è un'università cattolica salesiana (c'è anche una bandiera del Vaticano che non lascia spazio a dubbi). All'entrata chiedo del master e mi portano da un gruppetto di studenti, tutti sopra la trentina. Sì, sono loro. Scambio due chiacchiere con uno di loro che si sorprende quando gli dico che frequento lo stesso corso ma a Pavia. Abbiamo pure alcuni professori in comune: dal mitico Gianni Vaggi al suo braccio destro Missaglia. E poi altri.
Le discussioni delle tesi sono diverse rispetto alle nostre: mentre a noi -dopo aver finito l'internship- è richiesta una tesina con una presentazione in power point sull'esperienza realizzata, a loro si chiede una vera e propria tesi (ma non fanno l'internship). Che però devono veramente difendere dagli attacchi impietosi delle commissioni e persino del pubblico. Credo sarebbe il terrore di chiunque: resistere per circa mezz'ora ad ogni tipo di domanda (sempre fetente) e dimostrare la validità dei propri dati e argomenti. Però c'è una bella differenza: loro sono tutti molto più grandi di noi e soprattutto già lavorano nel settore della cooperazione. Quindi c'è una notevole differenza in quanto a esperienza e conoscenze acquisite. Eh già.
I lavori presentati sono proprio ben fatti e difesi altrettanto bene. In particolare ce n'è uno che suscita l'ammirazione dei più (non solo per i contenuti ma anche per l'esposizione molto professionale). Si tratta di uno studio sul progetto internazionale di collegamento Mar Rosso-Mar Morto, per la produzione di energia elettrica e di acqua potabile (previa adeguata desalinizzazione). Il progetto è interessante anche politicamente perché coinvolge Israele, Giordania e Palestinesi che svolgono ruoli quasi uguali (le decisioni, almeno, sono da prendere per consenso e non a maggioranza). Il progetto è importante anche perchè ci sarebbe un maggiore apporto idrico dato che – a causa dell'abuso e dell'egemonia israeliana sul bacino del Giordano – il cosiddetto “oro blu” scarseggia e di gestire in maniera più razionale e democratica il Giordano, gli israeliani non vogliono neanche sentirne parlare. Chissà se si riuscirà a fare (gli ostacoli morfologici non sono affatto trascurabili, e l'impatto ambientale potrebbe essere troppo alto)...
Soddisfatti per quanto visto e sentito, Superpagno e io ci apprestiamo a trascorrere una giornata di relax e svago da qualche parte qua vicino. Approfittiamo per salutare Andrea, ex studente del master di Pavia e ora responsabile dell'omonima sezione palestinese. Molto gentile e disponibile, e felice di vedere due “pavesi” da queste parti, ci consiglia un sacco di cose: dall'antichissimo monastero di Marsaba alle rovine dell'Herodion (la fortezza-reggia di Erode), da Jerico al Mar Morto. Mmm... Sì, Mar Morto potrebbe anche essere, già. Fatta. Si va al Mar Morto. E se ci avanza tempo anche a Jerico che tanto è da quelle parti.
In autostrada l'aria è bollente: addirittura, mettendo la mano fuori dal finestrino per cercare frescura, la si ritrae immediatamente a causa della temperatura fastidiosa. Sulle colline brulle e aride c'è ogni tanto qualche capanna di beduini, con asimi e dromedari al seguito. Dev'essere una vita dura, ma veramente dura la loro. La strada, intanto, continua a scendere finché arriviamo a –600 metri sul livello del mare. Nonostante il deserto, rigogliose piantagioni di palme da dattero e frutteti sono caratteristiche della zona. “Tecnologia avanzata israeliana” dirà qualcuno. Senza dubbio. Ma anche ladrocinio egoista dell'acqua del Giordano. Non è un caso che le terre palestinesi siano tutte aride, deserte e incolte e quelle israeliane (anche attorno agli insediamenti in mezzo al deserto!) siano tutte verdi.
Ci fermiamo al primo stabilimento balneare per chiedere i prezzi (non sappiamo se ci sia spiaggia libera qui vicino. Forse no). Lo faccio in inglese ma per due volte il tizio alla cassa mi chiede se parlo arabo. A questo punto comincio ad avere un dubbio: non è che gli israeliani mi trattano un po' da culo perché mi scambiano per palestinese? Comunque il posto è caro, via. Al secondo si risparmia una manciata di shekel. Massimo chiede scherzosamente se c'è qualche sconto. La cassiera risponde seccata che non ce ne sono. In realtà c'erano, per gli studenti... Un'altra volta umorismo uguale a zero. Evabbé. L'unico a sorridere è un ragazzotto che fuma il narghilé (lui lo chiama “hooba”) dietro il bancone di un kiosco. Ci chiama in ebraico e, non ottenendo risposta, prova in inglese. “E dai, vi sto chiamando ragazzi! Voglio solo fare due chiacchiere!”. (Ok, scusa, è che finora ci state trattando un po' maluccio). In effetti è molto disponibile e gentile e dice di chiamarlo se abbiamo bisogno di qualsiasi cosa. Ecco come ci si conquista i clienti!
Scendiamo nella depressione del Mar Morto, guardando le alture della Giordania sull'altra sponda, e scegliamo un ombrellone di paglia lontano dal chiasso e dagli altri turisti. Poi, messo il costume, ci tuffiamo in questo lago assurdo. Beh: la consistenza dell'acqua è surreale. Il mare è veramente così salato come lo si descrive di solito! L'acqua sembra uno sciroppo denso e pizzica la pelle. Nuotare è quasi impossibile nonché altamente sconsigliato. A dire il vero, è sconsigliato mettere la testa sott'acqua: l'enorme quantità di sale potrebbe saturarvi il cervello e seccarvi istantaneamente bocca e occhi! Purtoppo qualche goccia d'acqua mi va veramente su bocca e occhi: un'esperienza che avrei evitato volentieri... Beh: l'unica cosa da fare è lasciarsi andare. Ci pensa il Mar Morto a metterti sotto il culo una specie di canotto che ti spinge verso la superficie. Stare in piedi fermi in acqua è quasi impossibile: il sale ti sdraia. Sembra di stare sprofondati in poltrona. Addirittura c'è chi legge il giornale e chi prende il sole in acqua, anche sulla schiena. Affondare è impossibile, annegare pure.
L'altra grande attrazione del Mar Morto sono i suoi famosi fanghi che sembra siano una pozione magica per la pelle. Non tutti i fanghi, però, solo quelli neri. I bagnanti vanno a caccia della preziosa argilla poltigliosa mettendo le mani in acqua. Alcuni posti sono stati letteralmente scavati, tanto che cio sono delle buche. Provo anch'io ma senza successo. Praticamente il fondo del lago è un'enorme scodella di argilla fresca. Se ne tiri su un pezzo, si vedono chiaramente le varie stratificazioni con colori che vanno dal bianco al nero passando per il rossiccio. Alcune volte si tirano su anche dei sassi. No, non sono sassi: sono cristalli di sale. Ah sì, giusto. Vabbè, niente argilla nera. Andiamo a cazzeggiare sulle sdraio (dopo una dovuta doccia desalinizzante!). In pochi minuti, il “nostro” ombrellone è preso d'assalto da ebrei ortodossi con barbe e riccioli. E kippah in testa. Un gruppetto entra in acqua vestito (t-shirt e pantaloni corti), con tanto di occhiali e kippah. Alcuni entrano in acqua fumando e restano a mollo con la cicca tra le dita. Ben presto, una decina di ragazzi ci accerchia con le sedie e capiamo come debbano sentirsi i palestinesi. Ci hanno colonizzato l'ombrellone!
Più tardi si riparte col secondo giro di salamoia e fango. Solo che stavolta trovo il prezioso “paciòro” nero e pure in grandi quantità. Ne porto a riva un bel mucchio, suscitando l'invidia di alcuni bagnanti. Subito iniziamo a camuffarci da Diabolik: nel giro di qualche minuto siamo completamente neri, ricoperti da un viscido strato di fango. Dopo le foto di rito, restiamo fermi per qualche minuto per consentire alla preziosa sostanza di fare il suo effetto. Che in effetti c'è: lavata dal fango, la pelle è rimasta liscia e fresca, come rinnovata. Yeah, me ne porterò a casa un poco, he he!
Il resto pomeriggio, prima dell'improvviso tramonto, lo trascorriamo in panciolle all'ombra e in compagnia di un paio di bionde. Birre, bionde. Con un simile aspetto da turisti, era impossibile che ci scambiassero per altro. E infatti, una ragazza bruna dalla carnagione olivastra e costume giallo, si avvicina con un block notes e un tizio con macchina fotografica al seguito. Dopo aver capito che non eravamo israeliani, ci dice di essere una giornalista e che stava scrivendo un articolo sui frequentatori del Mar Morto. Ci chiede cosa ne pensiamo, come troviamo la spiaggia, se sappiamo dei fanghi, ecc. Massimo, riminese, ghigna quanto lei chiede della “spiaggia”. Eh, Rimini... Lei ghigna un po' meno quando sente che abitiamo uno a Betlemme e l'altro a Gerusalemme. Est. Il fotografo, appena dico “Bethlehem” fa “Ah...” e se ne va. L'intervista è praticamente finita. Vabbé, chissene.
Il sole inizia a calare, tempo di ripartire. Arriviamo a Gerusalemme che è già buio, lasciandoci da parte coloni, insediamenti e checkpoints. Un salto veloce dal “cristiano” per una piccola scorta di dolce nettare di luppolo e poi via, verso Betlemme. Cara Betlemme, ormai sei casa mia!
Facciamo un salto dal kebabbaro, col quale facciamo due chiacchiere scherzose. “Ah! Italia! Totti. Argentina? Maradona! Great football player!”, commenta mentre taglia la succulenta carne d'agnello e l'adagia sul pane caldo assieme alle verdure e alle salsine di sesamo e peperoncino. Buon appetito e benvenuti in Palestina! Ognuno qua ce lo dice: benvenuto, benvenuto in Palestina.
Facciamo tappa a casa mia, dopo aver fatto conoscere Massimo e Abu Wahid, oggi in forma strepitosa. Birra fresca e shawarma, cena deliziosa che consumiamo con contorno di due chiacchiere sui bei tempi andati del master, con le feste, le solite incomprensioni, le serate allegre e spensierate nonostante la statistica o la macroeconomia...


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Sabato più che tranquillo. Nuova lezione di arabo, con le prime lettere. Inizio a riconoscere una parola ogni quarto d'ora, ma è già più di zero. Devo parlare di più, è questione di pratica. Mentre ero da Echlass, mi chiama Ibrahim: “Andiamo a Beit Sahour”. Ok, non so cosa ci sia ma ok. Presto detto: c'è un posto che si chiama “Alternative Information Center” o AIC. E' un'associazione fondata da israeliani e palestinesi, in Palestina, e che vuole dare informazioni vere e non distorte sull'occupazione e sulla realtà del conflitto. Qui hanno creato anche una specie di caffé, dove due volte alla settimana (martedì e sabato) ci sono degli eventi: conferenze, cineforum, mostre, ecc. Stasera c'è la testimonianza di un ex progioniero palestinese (accusato di militanza politica, senza però averne le prove) che racconta del progetto artistico elaborato dai carcerati. Arriviamo verso la fine ma non importa: sono ugualmente felice di vedere questo posto. Tra l'altro, I presenti sono tutti stranieri (lo si vede dalle facce: capelli biondi, occhi azzurri e pelle color latte non sono proprio normali qui!). E molti di questi italiani. Beh, quindi è vero che c'è una “piccola Italia” a Betlemme. Però, più che piccola Italia direi piccolo “Grandu-hato di Tos-hana”.




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Boh...


Domenica tranquilla, segnata dal cazzeggio estremo, dall'allacciamento della linea telefonica (ma sono ancora senza internet) e dal rifornimento di generi alimentari. Un po' di bucato, pulizie, ecc.
Serata in compagnia del piccolo “Grandu-hato di Tos-hana” e qualche palestinese e altri stranieri che girano attorno all'AIC, a giocare a carte e sparare cazzate inlibertà.
Sul tardi scopro (e sperimentato, con moderazione) un modo di dire Palestinese: “andiamo al mare”. Che significa “andiamo a bere”. Da fonte sicura mi sono fatto dire quali sono I posti dove trovare da bere, e a Betlemme e dintorni è pieno zeppo. Tra l'altro, sono spesso cristiani. Hai capito sti cristiani mbriaconi!