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4 ottobre 2008

GAME OVER...

70 km (Amman-Gerusalemme) in... 8 ore!!!!

Alla faccia della burocrazia lenta.. E solo per farci avere questo:

(se non si dovesse capire: rinnovo del visto per sole 2 settimane...)

...E tutto per uno stupido capriccio (chiedo mille volte scusa per il linguaggio scurrile ma nelle ore successive ho detto anche di peggio, e spero di essere compreso anche solo in parte) di una grandissima T***a (come la mitica città assediata dagli Achei) P*****a (come chi esercita il "mestiere" lungo la Pontebbana dopo le 10 di sera) B******a (come i quadrupedi domestici non di razza) ç°ò*@!&%$! di una dicciottenne viziata israeliana che ci ha stracciato -per nessun motivo- un visto di 3 mesi ottenuto dopo 6 ore di attesa (dalle 10.00 alle 16.00), dopo esserci visti passare davanti almeno 2000 - e non scherzo e forse erano anche di più - persone, seduti ad aspettare al varco di frontiera di King Hussein Bridge (o Allenby) tra Giordania e Israele. Non eravamo gli ultimi, peggio: prima di noi se n'erano andati pure i funzionari...

Maledetta... Se avessi qualche potere ti lancerei tutte le peggiori maledizioni di questo mondo.
Alla faccia della riconciliazione dei conflitti.

Persino il soldatino che ci ha più volte tempestato di domande per il visto (che, nonostante tutto, era pure simpatico, gentile e molto cortese: veramente un cavaliere) è rimasto sorpreso dalla personale decisione della suddetta grandissima meretrice. E addirittura il suo collega, che ha detto: "Vi chiedo scusa ma non è colpa mia, se quelle decidono così...".

Quindi: ok gente. Fra meno di 2 settimane sarò a casa...

A meno che non ci siano eventuali nuove sorprese. Ormai siamo pronti a tutto e nulla ci può più sorprendere...

30 settembre 2008

Eid Mubarak!!!

No, non sono diventato un fan del presidente (da 30 anni...) egiziano Mubarak. "Eid Mubarak" è l'augurio che da oggi si scambiano i musulmani per la festa dell'Eid al-Fitr, che segna la fine del Ramadan. Da oggi fino a venerdì sarà come tra Natale e l'Epifania: si visitano amici e parenti, ci si scambia doni, si va in moschea a pregare, si fanno supermega mangiate.

O si scappa in Giordania per una gran vacanza di relax e puro cazzeggio, come farò io! Ormai è tutto pronto, partenza domattina in direzione Amman (W la Lonely Planet e i suoi super suggerimenti!) e tappa obbligata a Petra.

In questo periodo (tra ieri notte e oggi) si festeggia anche Rosh haShana, il capodanno ebraico. Ma non ho ancora capito se fanno qualche cosa oppure no (è una festa religiosa). Penso che andremo comunque a Gerusalemme a fare un salto. Finalmente senza fusoriario!
Ammesso che ci lascino passare: infatti l'esercito israeliano ha informato che chiuderà tutti i punti di accesso per chi arriva dalla Cisgiordania...

29 settembre 2008

"Another brick in the wall" (un altro mattone nel muro)

Pessima nottata passata a guardare una clamorosa sconfitta del Boca per 4-1 (vabbé, succede).
E stamattina sveglia alle 6.00 per essere alla Porta di Jaffa a Gerusalemme alle... 8.30. Sì, è giusto, se consideriamo il "jet-lag" dovuto al surreale fusorario ancora in corso e al tempo che si perde per uscire dal checkpoint di Beit Jala.

Nei giorni scorsi ho spesso criticato molti aspetti e caratteristiche dei palestinesi ma non ho mai perso di vista il problema di fondo (che alcuni, non ho capito in base a quali assurdi ragionamenti, smentiscono sia il vero problema): cioè che qui si vive sotto occupazione. Al checkpoint, infatti, una giovane e minuta soldatessa israeliana ci ha fatto scendere tutti dal bus. Si vedeva che non ne aveva voglia ma doveva adempiere al suo dovere, visto che c'era anche un omone in abiti civili ma con mitraglietta e giubbotto anti-proiettili che la controllava.

Buoni buoni, senza fiatare, siamo scesi e ci siamo messi tutti in fila per eventuali perquisizioni (che non ci sono state, stavolta) e controllo documenti. C'è stato un breve battibecco fra la ragazzina bionda in verde militare e una donna araba, ma nulla di ché. La ragazzina, nonostante tutto, mi ha fatto un po' di pietà e ho voluto farle risparmiare un paio di secondi mostrandole subito la pagina del passaporto col timbro. Ha ringraziato con un mezzo cenno di sorriso...

Vedere i palestinesi scendere, mettersi in fila senza protestare e guardando per terra è stato peggio. Loro questa trafila se la devono fare ogni giorno (chi ci riesce). E stavolta è andata bene. In questo conflitto in corso c'è chiaramente una parte più debole, che subisce quotidianamente sopprusi e angherie. Da quasi un secolo ormai. Sarei stupido a dubitare: io sto con i palestinesi. Questo non si discute.

(Apro parentesi perché voglio evitare la logica escludente del "o noi o loro". Che io stia con i palestinesi non significa che sia contro gli israeliani o gli ebrei. E nemmeno contro Israele. E qui chiudo).

Scopo della "gita fuori porta" era di andare a Ramallah per farci (Massimo, Mahira e io) fare il visto al consolato giordano per andare ad Amman questa settimana. Approfittiamo della "Festa" di fine Ramadan per rinnovare il visto, che scade fra pochi giorni.

Per andarce a Ramallah, siamo passati per Gerusalemme est e precisamente dalle parti di Qalandia e al-Bireh. Qui il "muro di difesa" dà il peggio di sé: oltre ad essere bruttissimo, ha letteralmente vivisezionato l'intera zona. Massimo, che da queste parti ci viene spesso per lavoro, mentre faceva da Cicerone spiegandoci il percorso del muro e tutto ciò che lo riguarda,
ad un certo punto è addirittura rimasto interdetto: "Ma sta parte qua... l'altro ieri non c'era. Quando cazzo l'hanno tirato su?"

Another brick in the wall...

27 settembre 2008

Cocktail esplosivo...

Oggi al CCRR ho assistito ad uno spettacolo per me insolito...
È arrivata una piccola comitiva multietnica la cui composizione era già di per sé molto particolare: oltre ad una ragazza di Strasburgo che lavora per il Consiglio d'Europa, c'erano un macedone, una kosovara albanese e un serbo. Insomma: gente che potenzialmente potrebbe scannarsi appena si vede da lontano. Come se non bastasse, c'era pure un ebreo israeliano, arrivato un'aria che odorava di sfida (anche se probabilmente non era quella la sua intenzione). Aggiungiamoci Noah, palestinese, e gli ingredienti della potenziale miscela esplosiva ci stavano tutti. (se aggiungevamo uno statunitense, mi ci mettevo io a completarla! he he!).

Come mai questa variegata rappresentativa di due dei più duri e complessi conflitti etnici che minano la stabilità delle relazioni internazionali?

Beh: anzitutto, quelli che sono arrivati oggi sono tutti attivisti per la pace che, da vari anni, lavorano nella risoluzione dei conflitti in varie ong, e con un bel background anche formativo alle spalle (master, dottorati, ecc.). L'idea di fondo è quella di creare un network di associazioni e realtà sia balcaniche sia mediorientali che si possano conoscere per scambiare esperienze e metodi, attraverso incontri o seminari o internships.

Per semplificare: darsi una mano fra gente presa con le bombe (in tutti i sensi) e quindi che capisce per esperienza sulla propria pelle quali siano i problemi da affrontare.
Loro l'hanno chiamata con un'espressione interessante: "cross-fertilization" (fecondazione incrociata). Che significa "scambio tra differenti culture o differenti modi di pensare che è reciprocamente produttivo e benefico".

Ho avuto un assaggio delle difficoltà che ci possono essere anche per l'ovvio scontro di punti di vista diversi quando, ad un certo punto, il dibattito si è acceso sulle metodologie di risoluzione del conflitto in Palestina. Noah insisteva sull'inutilità dei cosiddetti "hummus meetings", cioè quegli incontri "peace&love" fra israeliani e palestinesi (ne ho parlato anche in vecchi post). Al contrario, l'israeliano controbatteva duramente e senza peli sulla lingua dicendo che saranno anche inconclusivi e freakettoni ma quanto meno hanno il potere di intaccare gli stereotipi dei palestinesi che hanno i giovani israeliani. I due non si sono risparmiati critiche però è stato interessante proprio questo aspetto. E soprattutto: ho visto quanto sia difficile (forse anche di più) per gli israeliani affrontare l'argomento. O meglio: il loro ambiente è piuttosto ostile per cui parlare di riconciliazione risulta difficile e se i palestinesi vengono percepiti come intransigenti (questa era la "accusa" mossa a Noah) non si fa altro che complicare le possibilità di dialogo. "Così non ci facilitate il lavoro, e permettete che i giovani israeliani pensino che voi siete solo dei kamikaze che si fanno esplodere negli autobus". D'altra parte, ribatteva Noah, se le ong palestinesi non lottano per obiettivi concreti (= la fine dell'occupazione e il diritto al ritorno dei profughi), non avranno mai nessuna speranza di convincere la gente della necessità di dialogare e, anzi, il rischio di essere considerati collaboratori degli israeliani (o peggio: traditori) è molto concreto. E le conseguenze non sono delle migliori.

Ho capito anche quanto sia difficile per entrambi -ong israeliane e palestinesi che lavorano per la pace- convincere i rispettivi popoli della necessità del dialogo, del confronto, dell'incontro. Una specie di lotta contro i mulini a vento...

Insomma... Wow... Com'è intricata sta matassa...

24 settembre 2008

Occupazione e follia

Meno male che alla fine del Ramadan c'è la "festa" per la quale staremo in ferie per circa una settimana. Credo che scapperò da qualche parte, forse ne approfitterò per andare in Giordania per rinnovare il visto. Oggi, intanto, ho voluto scappare da Betlemme e fuggire su in collina, verso ponente. Per vedere un po' di campagna, un po' di alberi, avere un po' di pace; leggere qualche poesia sdraiato su una roccia mentre gli ultimi raggi del sole illuminano la pagina e la brezza serale si porta via i miei pensieri.

Qualche giorno fa avevo trovato un posto pacifico, isolato, quieto. Il destino ha voluto che sbagliassi strada.

Scappavo dall'occupazione. Sono andato a sbatterci contro...

(talmente tanto che alcune foto non le ho scattate perché stavo incuriosendo troppo i militari israeliani)...

Scena 1: strada improvvisamente bloccata. (è uno dei mezzi usati dall'esercito israeliano per controllare il traffico)
Scena 2: check point di Beit Jala. Sulla foto una caserma israeliana. La foto l'ho fatta di spalle ad una...
postazione militare israeliana. Sì, un'altra. In corrispondenza di un tratto di Muro non ancora finito.





Scena 3-4-5: il Muro e il suo percorso senza senso (è quel serpente grigio che
si intravvede tra le case). Anche perché scorre tutto DENTRO la Cisgiordania....


Scena 6: beh, c'è scritto. Anche se sembra un casello autostradale, non ci troveremo mai un'addetto di Autostrade Spa

Sulla vicenda dell'attentato a Gerusalemme dell'altro giorno, riporto il commento di uno che da quelle parti ci vive. Il commento è anche alla fine di quel post (...sembra quasi una mezza parolaccia) ma, per evitare che passi inosservato, eccolo:
Ciao Korke........non cè mai un limite al peggio dici?
Approfitto di questa occasione per scrivere anch'io sul BLOG.
Sull'attentato: non so sei hai presente l'incrocio alla porta nuova della Old City, sulla strada che porta al centro notturno di Gerusalemme, ma in salita, piena di semafori e perdere il controllo, percorrere tutto il marciapiede e prendere a caso(?) 13 militari sembra un pò inverosimile.....anche se è vero che il ragazzo non aveva la patente(parole della madre), era depresso perchè la donna l'aveva mollato(mossad)....e sul finire del Ramadam i palestinesi perdono un po la testa. Ieri sera lite tra vicini di casa (mia!?!), futili mitivi ma c'era già pronti coltelli.....100 persone coinvolte almeno......già una volta però si sono sparati qua sotto in passato. Nel frattempo fanno i lavori nella Arab junction* e nel mio viale, eri sera hanno lasciato un cratere aperto, che se ci finisco dentro con una ruota mi vengono a riprendere gli speleologi.
PAR CONDICIO...ovvero parliamo male pure di quelli con le treccine...domenica al parco di Jerusalemme mi hanno tagliato le gomme (ho usato il plurale perchè erano esattemente in un numero maggiore rispetto alla ruota, singolare, di scorta)della COOPI car.... il servizio di emergenza mi è venuto a recuperare 3 ore dopo, verso mezzanotte. NO COMMENT
*"Arab junction" è il soprannome di un incrocio folle di Gerusalemme Est, dove quotidianamente e a ogni ora si materializza tutta la follia dell'umanità al volante...

23 settembre 2008

Attentato a Gerusalemme

Come saprete, ieri sul tardo pomeriggio un'automobile guidata da un 18enne arabo-israeliano ha travolto quasi una ventina di persone a Gerusalemme. Il guidatore è poi stato ucciso dalla polizia israeliana. E' il terzo attentato di questo tipo anche se qualche dubbio resta.

Come mi aspettavo, non c'è stata alcuna reazione, almeno qui a Betlemme: come se non fosse successo nulla. Pura e semplice apatia.

Perché i dubbi? Sembra che il presunto attentatore non abbia lasciato nessun messaggio sulle sue intenzioni di diventare "martire" e che non l'abbia nemmeno manifestato a nessuno. E questo non è poco. I parenti dicono che si sia trattato di un incidente, tragico, ma pur sempre di un incidente.

Ora: non conosco la dinamica dell'accaduto e non mi ci metto neanche a scoprirla. Per cui vi invito a non prendere sul serio quello che sto per scrivere (anche se lo scrivo seriamente e non per burla).
La mia ipotesi è che il ragazzo fosse in ritardo per l'Iftar, cioè la cena che interrompe il digiuno del Ramadan.

Perché lo dico? Se aveste mai visto cosa succede appena il muezzin canta al tramonto, capireste. Sembra quasi la scena dei film di Fantozzi in cui i dipendenti si preparano ad abbandonare in fretta e furia il luogo di lavoro al suono della campanella. Non voglio sembrare irrispettoso ma più o meno va così...

Altra cosa: chi ha visto quanto male guidano i palestinesi e quanto sono estremamente pericolosi quando si mettono al volante, sarà d'accordo con me nel prendere almeno in considerazione la probabilità di un incidente piuttosto che di un attentato.

Tutto questo non per dire che i palestinesi sono tutti dei santi e non farebbero mai male ad una mosca. Ovviamente reagiscono anche loro, in una logica di cerchio vizioso della violenza (tanto che ad un certo punto non si capisce più chi abbia torto e chi ragione). Negli ultimi giorni, ad esempio, un adolescente palestinese ha cercato di lanciare una molotov contro l'ingresso di un insediamento ma è stato ucciso prima di riuscirci. E due donne -in tempi diversi- hanno gettato dell'acido su soldati israeliani in uno dei tanti checkpoint.
Da parte israeliana succede sempre di tutto. Inutile scrivere cosa, che tanto già si sa.
Che brutto abituarsi alla morte e alla violenza.

Ciò che mi angoscia, invece, è che Fatah (col supporto di Israele) ha annunciato che si sta preparando per lanciare un'offensiva a Hamas e cercare di riprendere il controllo di Gaza. Pazzi. In questi giorni continuano a fioccare arresti su arresti da parte delle forze di sicurezza palestinesi (leggi Fatah) e non si faranno attendere le reazioni di Hamas.

Non c'è mai limite al peggio.

Non c'è soluzione a questa follia...

9 settembre 2008

Energia positiva

Sono passate da poco le 8 di sera, è buio da un pezzo, l'aria è frizzantina e sto digerendo una cena abbondante a base di spezzatino e polenta, hummus, felafel e altre cosette palestinesi. Lo spezzatino è stato il mio contributo alla cena, un po' per ringraziare dell'ospitalità e dei tanti favori ma un po' anche per dimostrare concretamente che in Italia -contrariamente a quanto si crede qui- non si mangiano solo spaghetti e pizza!
Mentre solletico i tasti, mi accompagna una colonna sonora random che ora si è fermata sulle note di un vecchio ma rivoluzionario gruppo musicale argentino, i Sumo, guidati da un visionario e geniale tossicomane romano (Luca Prodan) che osava cantare in inglese proprio negli anni in cui la dittatura militare lo vietava.
Fuori, invece, posso sentire il muezzin che dalla moschea qui dietro guida la preghiera serale del dopocena.

Sì, è da un pezzo che non scrivo. Ero alla ricerca di stimoli dopo un periodo un po' piatto e monotono, privo di emozioni, di speranze (per la causa palestinese, intendo), di certezze...
Direi che ora sono arrivati.

In questi giorni è successo un po' di tutto. Nulla di sconvolgente ma almeno fuori dalla routine. Forse è stato l'arrivo di settembre e l'inizio del ramadan a scombussolare un po' tutto.

Per prima cosa ci si è messa la decisione di anticipare l'entrata in vigore dell'ora solare: per cui ora abbiamo la stessa ora italiana con la differenza che alle 18 inizia a far buio. In Israele, invece, il cambio dell'ora sarà a fine settembre, con l'inizio del nuovo anno ebraico. Per cui, da qui a Gerusalemme c'è il fusorario!!!

RAMADAN

Il Ramadan è molto diverso da quello che mi aspettavo. Intanto, si lavora meno: noi si chiude alle 14. Le strade della città brulicano di gente alla ricerca degli ultimi ingredienti per la cena. I datteri, provenienti da Jerico, vanno a ruba (secondo la tradizione, il digiuno si rompe mangiandone tre). I panifici sono tutti indaffarati a sfornare dolci e dolcetti vari, i venditori di shawarma (kebab in Italia) iniziano a cucinare solo verso le 16 ma intanto preparano le vasche di sottaceti, verdure e accompagnamenti vari. Nessuno beve, nessuno mangia, nessuno fuma. Anche i più laici tra i musulmani rispettano il Ramadan.

Ecco, il clima che si respira è quello che non mi aspettavo di trovare. Ho sempre assimilato questo momento della vita dei musulmani alla nostra Quaresima: un momento di penitenza, di digiuno, di astinenza, di preghiera (cosa che credo quasi nessuno faccia, ormai, me compreso a parte il non mangiare carne il venerdì). Invece mi devo ricredere: è più simile al clima Natalizio. Con tanto di lucette di Ramadan che illuminano le notti islamiche. Già: non alberi di natale o stelle comete bensì mezzelune e stelle colorate e intermittenti! Anche i programmi televisivi seguono questa direzione: invitano le famiglie a raccogliersi, a passare momenti insieme, a ritrovare parenti, far giocare i bambini...

La giornata tipo inizia alle 2.30 del mattino quando il muezzin lentamente sveglia la città col suo canto lamentoso. Di solito, ad accompagnarlo qui nei dintorni c'è un gallo che non ha ancora capito che l'alba è verso le 6 e non all'una di notte!!! Maledetto!!!
Una volta svegli, i musulmani fanno una colazione che definire abbondante fa sorridere. E poi, nuovamente a nanna fino all'ora di alzarsi sul serio per andare a lavorare o a scuola. Da qui, fino alle 18, niente cibo e niente acqua. Vietato ingerire qualsiasi cosa, fumo compreso. I più intransigenti sputanto anche la saliva. Lo scopo del digiuno è quello di far ricordare a tutti che c'è gente al mondo che patisce fame e sete e che è dovere di tutti nutrire e dissetare i meno fortunati. E' tradizione consolidata, tra l'altro, invitare i più poveri o meno fortunati al proprio tavolo per festeggiare insieme. Insomma: un clima “natalizio” vero e sincero, molto lontano da quello che è diventato il nostro Natale grazie al nostro stupido e irrefrenabile consumismo.

Ci ho provato anch'io a stare totalmente a digiuno un giorno. Mi sono alzato alle 2 del mattino per la mostruosa colazione (che mi è andata su e giù fino al primo pomeriggio) e per tracannare almeno 1,5 litri d'acqua. Alla fine, beh dai, ho resistito: stare senza cibo non è difficile (lo scoutismo insegna anche questo!). Ciò che mi ha fatto veramente soffire è stata la mancanza d' acqua: già alle 7.00 del mattino mi stavo disitratando e lamentando e alla sera ormai avevo le labbra secche. Altro che 3 datteri: appena il muezzin ha intonato il solito “Allaaahu akbar.... Allllaaaaaaaaahuaaaaakbaaaar...” ho prosciugato un'intera bottiglia d'acqua.
Mai più...

La fatica del digiuno, tuttavia, ha fatto riflettere anche me: ho pensato a quanto debba essere difficile osservare il Ramadan per i musulmani che vivono fuori dai paesi islamici. Cominciando da Treviso: lì l'orario non è cambiato per cui si cena più tardi; gli orari lavorativi non vengono modificati per cui la fatica aumenta notevolmente; il clima festivo del Ramadan è disturbato pesantemente da quei ferventi cattolici bestemmiatori dei leghisti. Sono bravi a non diventare veramente terroristi, dopo aver subito tante angherie e stupide repressioni. Sono certo che se ad un solo cristiano in giro per il mondo fosse impedito di celebrare il Natale (magari in un paese islamico), la stampa occidentale scatenerebbe il putiferio.



LETTURE

Lo scorso fine settimana sono stato colto da febbre di lettura. Ho avuto improvvisamente il bisogno di leggere, qualsiasi cosa: libri, riviste, giornali, pubblicità purché scritti in qualsiasi lingua a me comprensibile anche solo in parte. Unica condizione: niente file né siti internet (voglio sedermi fuori sul terrazzo a leggere veramente. Leggere, leggereeeeee!) e soprattutto che non tratti il conflitto israelo-palestinese o la religione (qualsiasi religione, anche quella che venera Bacco). Insomma: avevo assoluto bisogno di dare aria al cervello per evitare un surriscaldamento. Purtroppo a Betlemme non c'è granché: i pochi giornali sono in arabo, c'è un negozietto che vende riviste in inglese che definirei ormai antiquate e non ho visto una sola libreria o edicola. Ho chiesto una dritta a Jonas che mi ha consigliato la libreria del Centro per la Pace in Manger square (ma i libri sono prevalentemente sul conflitto). O di andare a Gerusalemme. Non ci ho pensato due volte: Gerusalemme.

Mi sono mosso un po' tardi, come al solito sono andato a piedi fino al checkpoint (da dove sto io ci si mette una mezz'oretta) e lì ho trovato coda, l'autobus ci ha messo un po' a partire e quando sono arrivato era tardi. Ancora più tardi considerando il “fusorario”, che io non avevo calcolato. Per cui, ancora una volta tutto chiuso. E vaffanculo!!!! Almeno ho respirato un minimo di libertà, nonostante la soggezione che ti inculca la presenza ossessiva compulsiva dei simboli ebraici.

Poco dopo la mia lunga e infruttuosa passeggiata alla ricerca di letture di qualsiasi genere, ho incrociato Massimo col quale ci siamo scolati un paio di birre liberatorie, scambiandoci le nostre impressioni a quasi due mesi dal nostro arrivo. Condividiamo un certo pessismismo e senso di impotenza per una situazione ogni giorno più complessa, difficile da schematizzare e da districare. Il nostro fervente idealismo speranzoso degli inizi si scontra con questo surrealismo disarmante che respiriamo ogni giorno. Boh. Meglio agire da professionisti, come macchine che si limitano ad eseguire senza chiedere? Chissà, forse è l'unico modo per non farsi prendere troppo dallo sconforto pe chi lavora in questo campo. Diceva Massimo che al Festival del cinema di Venezia è stato presentato un film (o un documentario?) che smitizza la cooperazione internazionale: non solo idealisti, non solo don Chisciotte, non solo romantici sognatori attorniati da bambini neri o da indigeni che indossano vestiti colorati. Spesso, appunto, chi lavora nei progetti di sviluppo è solo un tecnico, un professionista che si limita a fare il proprio lavoro. Chissà, forse troppa sensibilità rischia di ritorcersi contro chi cerca di cambiare il mondo. A volte il carico di emozioni, di sofferenze, di ingiustizie, di impotenza è troppo. In questi giorni ci stiamo scambiando alcune impressioni con gli altri compagni del master sparsi in giro per il mondo (quelli europei o che comunque vivono in Europa da tanto, come me; gli stranieri del “sud del mondo”; infatti, sono quasi tutti in Europa com'è giusto che sia): dal Sudafrica all'Argentina, dalla Repubblica Centrafricana al Brasile, dall'Etiopia al Venezuela e via dicendo. Quelli che sono “sul campo”spesso devono scontrarsi con situazioni pesanti e ci vogliono i peli sullo stomaco per non abbattersi. Non è facile. Me ne sto rendendo conto.


MAHIRA

Mahira è la più giovane partecipante all'ultimo master in cooperazione allo sviluppo dell'Istituto Universitario di Studi Avanzati di Pavia. E' maltese, di origini asiatiche e, come Massimo e me, è qui in Palestina per svolgere la sua internship, presso un'ong italiana che qui ha un progetto con l'artigianato locale. E' arrivata pochi giorni fa, alle 3 di notte, e ha avuto un'ottima accoglienza dalle autorità israeliane: i poliziotti che l'hanno interrogata, addirittura ignoravano l'esistenza di Malta e una volta saputo che ora è nell'Unione Europea, uno di loro ha sbottato: “I hate Europe!” (odio l'Europa). La ciliegina sulla torta, però, è stata la reazione che hanno avuto quando ha risposto affermativamente alla domanda “Per caso tuo padre è musulmano?”. Tre ore di interrogatorio e perquisizioni. Ha battuto anche me e le mie due ore... Welcome to Israel.

Per qualche giorno Mahira è stata ospite di Massimo a Gerusalemme, fino a domenica quando il nostro romagnolo preferito è ritornato al lavoro ma con una trasferta a Jenin. Per cui Mahira è diventata mia ospite. Quello che non avevo capito -e ho scoperto solo la mattina di domenica- è cheavrebbe dovuto dormire qui da me. Evidentemente c'è stata un'incomprensione fra Massimo e me. Nessun problema, gli amici sono sempre i benvenuti e soprattutto non si lasciano mai per strada! Peccato solo che Abu Wahid, settimane prima, mi aveva avvisato che non posso assolutamente ospitare ragazze. “Tu da solo con una donna no, non si può, non possiamo ”. Eventualmente avrebbe provveduto a trovare un'altra sistemazione in casa sua per le eventuali amiche che vengono a trovarmi.(La mia dolce metà, quindi, può stare tranquilla e non soffrire di gelosia, he he he!). Madre esclusa, che ha il permesso e il sacrosanto diritto di stare qui.

Insomma: mi sono trovato improvvisamente impelagato in una situazione complicata alla quale la mia soluzione è stata di ospitare in ogni caso l'amica, con o senza permesso. Non ho voluto dire a Mahira del malinteso (se non a giochi fatti e strafatti) però abbiamo dovuto elaborare lo stesso una strategia che comprendeva una gran balla. O meglio: una semi-balla. Ovvero che la sua capo (responsabile dell'Ong italiana qui a Betlemme) doveva arrivare in nottata dall'Italia ma non siamo riusciti a metterci in contatto per cui, data l'ora tarda, abbiamo optato per l'ospitalità improvvisata qui.

Ecco, ovviamente mi sono sentito un po' poco onesto. Ironia della sorte, però, è andata proprio così! Nel senso che veramente la tizia dell'ong doveva arrivare domenica sera sul tardi ma ci sono stati dei problemi per cui sono arrivati alle 5 del mattino di lunedì e i telefoni non funzionavano! Insomma: altro che balla, abbiamo semplicemente previsto il futuro!

La torrida giornata di domenica (umidità, caldo, sole assassino), ancora ignari delle nostre capacità divinatorie, l'abbiamo trascorsa a fallire tentativi di ogni tipo. Non siamo riusciti a visitare la basilica della Natività e soprattutto la grotta perché la struttura traboccava di turisti. Non siamo riusciti a trovare uno straccio di paninaro o negozietto aperto perché per i musulmani la domenica è un giorno feriale ma siamo in Ramadan, e per i cristiani (che non osservano il Ramadan) èun giorno festivo ergo chiudono tutto. Non siamo riusciti ad andare a Jerico perché faceva troppo caldo e ormai era tardi. Non siamo riusciti ad andare all'Herodion (il sito archeologico dell'imponente residenza del re Erode) perché non c'erano autobus ma solo tassisti che volevano a tutti i costi pelarci con prezzi da usurai camorristi e nemmeno senza nasconderlo troppo. Non siamo riusciti a visitare nemmeno un museo perché erano tutti chiusi e strachiusi nonostante i cartelli con gli orari indicassero tutt'altro. Non siamo riusciti ad andare in un supermercato per prendere un paio di cose per la colazione perché quando mancano venti minuti alle 18 (cioè quando il muezzin dice che si può rompere il digiuno) la città incasinata diventa improvvisamente una ghost town a cui mancano solo i classici cespugli secchi che rotolano sulla strada polverosa come nei western. Non siamo riusciti a fotografare un gruppetto di bambini in groppa ad un cavallo scheletrico, perché mancava il flash. Non siamo riusciti a tornare subito a casa perché alcuni ragazzi al panificio qui vicino ci hanno chiesto un miliardo di volte di andare da loro, invitandoci a fare due chiacchiere. Ci hanno regalato pane, dei biscotti ripieni e dei grissini caserecci (tutto appena sfornato) e non ho capito perchè. So solo che volevano divertirsi un po' in maniera innocente, ma pure loro non sono riusciti in qualche cosa: non sono riusciti a non farsi sgamare. Nel senso che parlavano in arabo guardano Mahira. La quale però l'arabo lo capisce benissimo. Lei è stata al gioco finchè, all'ennesima risata, ho avverito l'unico ragazzo che capiva l'inglese: “Dì ai tuoi amici che non esagerino troppo. Lei l'arabo lo capisce perfettamente”. Immediatamente costui ha tradotto e le facce degli amici si sono improvvisamente congelate. Una scena stupenda!

La lista dei nostri fallimenti, fortunatamente sta per finire: non siamo riusciti a non farci scoprire da Abu Wahid. Abbiamo inscenato la nostra balla studiata in mattinata e lui, a sorpresa, è sembrato averla presa bene, tutto sommato. Peccato che mi abbia gelato il sanguen avvisandomi che da lì a tre ore avrei avuto una famiglia statunitense come coinquilini, fino a dicembre. Ovviamente sono rimasto tramortito: come sarebbe “una famiglia”? Pure statunitense? E soprattutto: fra tre ore? E fino a dicembre? E se non fossi stato d'accordo? E se anche lo fossi: un po' di preavviso no? Shock. La speranza era che si fosse trattato di uno scherzo.

L'ultima cosa che non siamo riusciti a fare è stata trovare un locale o qualsiasi cosa che servisse piatti palestinesi. Convinti, siamo entrati in una pizzeria. Evabbé: serata a birra palestinese e pizza (neanche male, peraltro) farcita di anneddoti dei quasi 8 mesi pavesi, con i retroscena delle notti passate tra l'osteria Sottovento in mezzo a cani e punk, Radio Out e le varie case di studenti che di sera si trasformavano in lupi mannari e alcolizzati. Boh: in 8 mesi non mi ero accorto quasi di nulla!

Ormai stanchi morti, anche per il fumo del narghilé, ci avvicinavamo a casa soltanto con una cosa in mente: che sia vero che quando apriremo la porta troveremo una famigliola yankee ad attenderci? Gli ultimi gradini li ho fatti quasi terrorizzato perché c'era una luce accesa. Fine delle speranze.

O no? Boh, non si capisce: nulla fa intendere che ci siano nuovi ospiti tranne la luce accesa in bagno e una delle due camere vuote che ora ha la porta aperta (e prima era chiusa a chiave). Mistero della fede? Semplice ripicca di Abu Wahid? O innocente scherzo? o... boh? Vabbé. Mahira ringrazia il cielo perchè almeno c'è un letto in più disponibile (aveva preteso a tutti i costi di dormire sul divano, nonostante la mia ferma contrarietà!), io resto a rimuginare.

Solo la mattina dopo scoprirò che non si trattava di una balla: la camera era aperta perché effettivamente la casa era stata visitata da queste persone e Abu Wahid si era dimenticato di chiuderla. Però erano passati solo per vedere, non per starci da subito. Beh, almeno la cosa è più ragionevole. Anche se avrei gradito il preavviso...


La mattina, mentre io ero in ufficio, Mahira è rimasta a casa cercando di capire la sorte dei responsabili della sua ong. Salvo poi scoprire che la nostra balla era l'esattissima verità!


OLANDESI

Anche in ufficio sono avvenuti dei cambiamenti. Lunedì ho accompagnato Noah e Lina a sud di Hebron per conoscere professori e preside di una delle nuove scuole in cui dal prossimo mese si inizierà il progetto dei “Giovani Negoziatori” (l'acronimo in inglese è YNP). Non mi ricordo se ne ho parlato in altri post: si tratta di un programma il cui scopo è quello di fornire agli studenti adolescenti palestinesi e ai loro professori, i mezzi per cercare di risolvere in maniera nonviolenta e pacifica i propri conflitti quotidiani, imparando a negoziare e dialogare affinché le soluzioni ai vari problemi accontentino tutti (“win-win”) e non solo alcuni (“win-lose”) o nessuno (“lose-lose”). IlYNP è nato ormai 8 anni fa e ha raggiunto quasi 180 scuole, guadagnandosi una grande popolarità tanto da essere richiesto anche nella vicina Giordania. Si tratta del progetto di punta del CCRR ed è finanziato da una ong olandese, War Child, che come dice il nome si occupa di bambini in sitazioni di guerra o comunque di conflitti armati.

Ne parlo perché il mio compito qui è quello di rinnovare profondamente il sistema di valuatazione proprio di questo progetto, affinché sia War Child (il donor) sia il CCRR capiscano quali siano i reali effetti prodotti. Insomma, in poche parole: vogliamo capire se il YNP ha cambiato oppure no la vita di sti benedetti ragazzini e in che modo.

Oggi, appunto, è venuta una delegazione di War Child a parlare del YNP. Non voglio rivelare i contenuti della riunione. Però le conclusioni sono state di sicuro una sorpresa per tutti noi. Non molto positiva, nonostante non si metta in discussione la partnershio né la validità del progetto.

Per quanto mi riguarda direttamente, devo dire che ho fatto il mio “debutto in società” nel senso che ho presentato ufficialmente la mia proposta di valutazione, con dei questionari nuovi di zecca e alcune idee che dovrebbero andare in contro ai bisogni del CCRR ma soprattutto, in questo momento, a quelli di War Child. I questionari sono piaciuti, hanno destato interesse e curiosità e forse ho contribuito a salvare la partita in calcio d'angolo. Vedremo domani, perché quelli di War Child ritorneranno anche per parlare con me, cosa che inizialmente non era prevista.



I
SRAELIANI IN PALESTINA?

Ancora un po' scossi dalla riunione di ieri - e già pronti per elaborare la contromossa necessaria – oggi abbiamo ricevuto la seconda importante visita. Anche questa volta si parla di valutazione (anzi, ad essere più precisi è un monitoraggio) e di nostri progetti. Anche in questo caso, il progetto in questione è di mediazione e negoziazione.

Il valutatore, Rafael, è spagnolo (così come il “capo” locale di War Child, Andrés) ed è un freelance ingaggiato dalla Commissione Europea per monitorare i progetti finanziati con gli euro delle vostre tasche. Rafael è il capo-missione del squadra sguinzagliata tra Israele e Palestina. L'incontro sarebbe riservato a Noah e Carola (che seguono il progetto da più vicino) ma ci è stato chiaramente detto che se vogliamo possiamo partecipare. “Posso vedere? Voglio fare come gli studenti di medicina che osservano da vicino i dottori che operano” è la mia richiesta. In effetti, vedere un valutatore in azione forse potrebbe darmi qualche spunto. Accordato.

Quando arriva, è accompagnato da due persone che credo essere suoi collaboratori. Solo dopo aver iniziato la riunione capisco che anche loro erano lì per essere valutati. Unica differenza: erano israeliani, ebrei.


Ebrei a Betlemme? Ma come cavolo hanno fatto per entrare? E' la prima volta che vedo degli israeliani ebrei qui, in Palestina, seduti accanto a palestinesi, scherzando e ridendo con loro.

Ancora stupefatto, prendo nota delle domande, degli atteggiamenti del valutatore, delle sue reazioni. Ha un modo di fare accomodante, mette le persone a loro agio tanto che si fa a gara per parlare, per fornire informazioni, raccontare anneddoti, dettagli, curiosità.

E un po' alla volta, la mia attenzione si concentra anche sul progetto. Che mi lascia a bocca aperta. Ora finalmente capisco concretamente quale sia la grande validità del CCRR e perché lo scorso anno vinse un premio internazionale per la propria attività.


Allora. Questo progetto (di cui non ricordo il nome!) è stato creato e portato avanti congiuntamente da due ong: il CCRR in Palestina e Neve Shalom in Israele. Il loro scopo è quello di creare due gruppi eterogenei rispettivamente di palestinesi e di israeliani, per un totale di 60 persone. Questi gruppi si impegnano a partecipare per circa 3 anni alle varie attività che, in grandi linee, sono le seguenti:

-degli incontri “interni” per conoscersi e organizzarsi in gruppi autogestiti di lavoro e discussione

-la scelta dei rappresentanti e dei “capi-negoziatori”

-3 incontri (in luogo neutrale, all'estero) fra rappresentanti palestinesi e israeliani, che devono negoziare sui temi trattati nei propri gruppi di lavoro.


Fin qui quasi nulla di nuovo, perché progetti che fanno incontrare israeliani e palestinesi ce ne sono. La novità – che mi ha stupito parecchio – è che non si cerca il dialogo e l'accordo bensì lo scontro, il conflitto. Detta così suona male. Cerco di spiegarmi.


Come ho scritto molti post fa, i palestinesi sono critici verso questo tipo di progetti e non hanno tutti i torti. Anche Carola (l'esperta tedesca in scienze sociali che lavora al CCRR) lo dice: c'è un modo di operare nella cooperazione internazionale che si chiama “do no harm” ovvero “non creare danno”. I progetti di dialogo, invece, spesso crearo un danno serio ai partecipanti. I palestinesi, infatti, quando scoprono personalmente l'esistenza di “israeliani buoni” restano scioccati e piombano quasi nella depressione: la loro reazione, infatti, è quella di mettere totalmente in dubbio tutto il loro vissuto: il “nemico” che ha occupato e depredato le loro terre improvvisamente ha una faccia diversa. Chi, allora, è il colpevole? D'altro canto, per gli israeliani c'è tutto da guadagnare: dimostrando di essere in grado di parlare con dei palestinesi e anche di farseli amici, l'israeliano dimostra a sé stesso e agli occhi di osservatori esterni di non essere in torto e, in qualche modo, si “pulisce” la coscienza. Però questo è uno degli ulteriori effetti perversi dell'occupazione.


Altri aspetti negativi dei tradizionali progetti l cui scopo è il dialogo sono:

-la scelta dei partecipanti: di solito vengono scelte persone con una certa attitudine, in maniera da facilitare il dialogo;

-la formazione: i partecipanti frequentano dei corsi, per imparare a negoziare e interagire;

-lo scopo finale: spesso è raggiungere un accordo che vada bene a tutti – onestamente mi sembrava la cosa più ovvia – nell'ottica di “volemose bbene, siamo tutti fratelli” anche quando la realtà (come in questo caso) è ben diversa.


La scelta metodologica di CCRR-Nevé Shalom è esattamente l'opposto:

-i partecipanti sono scelti in maniera da rappresentare l'intera società, includendo quindi anche soggetti politicamente radicali e addirittura estremisti, militanti politici ma anche semplici civili ignari, professionisti (come avvocati e giornalisti) e non, giovani e vecchi, uomini e donne, ecc. I gruppi, quindi, sono veramente eterogenei;

-non si fa formazione: i partecipanti ricevono solo supporto logistico. L'organizzazione dipende totalmente da loro;

-non c'è nessun accordo da raggiungere: l'unico scopo è di far incontrare gente non necessariamente convinta di volere la pace e di accettare la controparte.


Date le premesse, è legittimo credere che appena si incontrano, questi rappresentanti israeliani e palestinesi finiscono per scannarsi. E infatti è così! Ed è proprio questo lo scopo: si da la possibilità alle

due parti di insultarsi anche, di litigare, di scontrarsi. Ma almeno si vedono in faccia, ad armi pari (o meglio, senz'armi...), per la prima volta.


E allora? Cos'ha di tanto straordinario questo progetto? Proprio questo: che le persone si vedono, che portano il conflitto in un posto determinato. E così facendo, prima o poi scatta quel meccanismo per cui finisci per ascoltare quello che fino a due secondi prima volevi scaraventare fuori dalla finestra. E scopri che non avevi mai capito le ragioni che stavano dietro al suo comportamento.


Ci sono due storie che hanno raccontato stamattina, sia Noah sia i due israeliani di Nevé Shalom, che illustrano a fondo i cambiamenti profondi che questo progetto ha introdotto. I protagonisti non avrebbero mai e poi mai pensato di potersi comportare così nella loro vita.


Il primo è un giornalista israeliano, di estrema destra, militarista convinto. Quando decise di tentare l'esperienza odiava visceralmente i palestinesi e non risparmiava insulti contro i loro giornalisti che definiva degli incompetenti senza classse, dei terroristi che facevano solo la propaganda di Hamas. Insomma: per nulla conciliante. Al primo incontro israeliani-palestinesi per poco non scatenava una rissa: volavano insulti come “pazzi terroristi suicidi” e risposte come “colono sionista assassino”. Se ne andò sbattendo la porta. Per poi, dopo una mezz'oretta, tornare timidamente attratto dall'irresistibile curiosità del giornalista. Restò in silenzio per un po' e per la prima volta ascoltò cosa avevano da dire i giornalisti palestinesi. E, lentamente, scoprì che non aveva mai chiesto nulla a nessun palestinese: aveva vissuto e scritto solo in base a dei pregiudizi errati. Finalmente si decise a provare a parlare (e non ad insultare) un suo “collega” palestinese scoprendo che addirittura potevano diventare amici. Amicizia che è diventata anche collaborazione tra professionisti. E che una volta ha salvato la vita al palestinese intrappolato in una casa accerchiata da soldati israeliani pronti a farla saltare. Bastò una telefonata e il corpulento e influente israeliano arrivò sulla scena, minacciando i soldati e iniziando una lunga trattativa conclusasi nel migliore dei modi.


Il secondo è un palestinese (che ho conosciuto stamattina), militante in una formazione politica radicale, abitante del campo profughi di Deheishe ed ex-prigioniero politico. Uno che gli israeliani li voleva buttare a mare in un colpo solo. Arrivò al progetto quasi per caso ma decise di accettare la sfida, soprattutto per la curiosità di vedere se realmente era possibille che ci fossero degli israeliani non armati, non soldati, non coloni. Le sue posizioni radicali non le ha affatto perse ma, scontrandosi col “nemico” ha scoperto che alcuni erano anche degni di diventare amici.La sua cerchia lo bollò immediatamente come traditore, collaborazionista, svergognato. La moglie tuonò spesso contro di lui: “ma chi mai se lo sarebbe aspettato, proprio da te, ma ti rendi conto di ciò che fai?”. Sfidando la propria storia, la propria famiglia, i proprio amici e il proprio campo profughi, il militante palestinese un giorno portò l'amico israeliano a Betlemme, nella sua casa. Per nulla intimorito, l'israeliano quel giorno mantenne e difese le proprie posizioni. Con una grande differenza: stavolta ascoltava, anche, e vedeva ciò che in Israele non avrebbe mai potuto vedere. Ora sono vari gli amici del militante palestinese che gli chiedono di poter far parte pure loro del progetto.


Insomma: oggi ho avuto proprio un'overdose di energia. Noah mi ha anche proposto di partecipare al prossimo incontro (il terzo) fra palestinesi e israeliani in Giordania, sul Mar Morto, a novembre.

Improvvisamente mi è ritornata una forte carica positiva che pensavo di poter ritrovare difficilmente in questa pazza regione del mondo. Ora so che una speranza c'è ancora, che è reale. Che ancora vale la pena crederci.

Stamattina sono stato testimone di un piccolo miracolo.

Grazie Noah...



P.s.: mi sono accorto che i: palestinesi non hanno le idee molto chiare su cosa ci sia fuori dalla Palestina. Grazie tante, mi direbbe qualcuno: non possono uscire! E' vero, ma da qua a scambiarmi per tailandese (eh?!?), cubano (mah...), giapponese (cosaaaaa?!?!?!?!?!), statunitense (nnnnnnooooooooo!!!!! quello nnnnoooooo!!!!) o ebreo (ma dove cacchio l'avete vista la kippà?) ce ne passa!!

4 settembre 2008

Confronti

Betlemme sara' anche un mortorio a volte, con una scarsissima offerta culturale o di svago. Certo: non si puo' mica pretendere una vita attiva da una citta' occupata... Pero', anche se spesso e' noiosa, almeno e' tranquilla: nessuno ti rompe le scatole, nessuno ti guarda storto, nessuno pretende nulla da te, nessuno ti risponde male. A Betlemme mi sento tranquillo anche girando di notte per vicoli bui e stretti. So che nessuno mi fara' mai nulla. Non e' nella mentalita' dei palestinesi che, al contrario, fanno dell'ospitalita' un vanto.

Tutt'altra storia quando sono a Gerusalemme. La citta' e' senz'altro piu' attiva ma ogni volta avvertivo qualche cosa di opprimente. E l'altro ieri ho capito cos'era.
Gerusalemme ostenta la sua ebraicita': stelle di davide e menorah in ogni dove, anche dove non te le aspetti. Ebrei ortodossi e ultraortodossi in ogni angolo. Occhi che ti squadrano, sguardi che giudicano. Gerusalemme e' una citta' per ebrei e basta. Ci sono si' le "zone franche" o quasi, che infatti sono quelle frequentate anche dagli stranieri.
Pero' tutta questa religione che uno e' costretto a respirare, mette enormemente a disagio dopo un po'. E' come provare a vivere da laici al Vaticano o in Arabia Saudita.
Gia' non mi sento a mio agio in Italia quando mi capita di essere a contatto con degli ultra-cattolici (pur essendo io stesso un cattolico abbastanza osservante, ma in una fase un po' calante). Figuriamoci qui, dove il confine fra osservante e pazzo fanatico e' spesso inesistente).

A Gerusalemme non mi sento per nulla a mio agio. Spesso mi aggiro guardingo sperando di non avere un abbigliamento o di non fare un gesto che qualche pazzo fanatico possa reputare offensivo. L'unica zona dove posso tirare il fiato e' la degradata parte orientale, araba. Sempre che non mi scambino per turista.


Riporto qui due articoli de Il Manifesto di ieri, in cui si parla appunto del crescente potere della destra conservatrice religiosa ebraica (i "neocon", da leggere sempre alla francese).
Ancora una volta, e a rischio di diventare noioso, consiglio di leggere questo blog, perche' raccoglie molti articoli che descrivono esattamente questo problema, che ormai sta diventando molto serio anche per gli stessi ebrei e israeliani.
Mentre leggete -ammesso che lo farete!- per favore tenete sempre a mente la foto degli ebrei che manifestano contro il Sionismo: "I sionisti NON rappresentano il popolo ebraico"...

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DIRITTI NEGATI E LO STATO CHIUDE UN OCCHIO

Povere HAREDI
Posti separati negli autobus, botte alle ragazze che indossano i pantaloni, polizia della moralità scatenata: così la comunità di ultraortodossi di Gerusalemme reprime le sue donne. Ma c'è chi inizia a ribellarsi: associazioni e attiviste che minacciano il dominio maschile tra i sempre più influenti «haredim», che ormai rappresentano il 10% della popolazione ebraica d'Israele

Michele Giorgio
GERUSALEMME

«Mi chiamo Hana Pasternak. Esatto, Pasternak, come lo scrittore russo». Il tono della voce di Hana riflette la tranquillità interiore di una donna di 64 anni che, sorridendo, racconta la sua vita di ebrea osservante e il suo ruolo di nonna fortunata di parecchi nipoti. Ma è solo apparenza, perché Hana è conosciuta dalle sue amiche come una donna che improvvisamente ha saputo tirar fuori una forza sorprendente. «Non mi ritengo così forte come mi descrivono - puntualizza -, credo solo che sia giusto non rimanere in silenzio di fronte a un abuso». La sua vicenda risale a quasi due anni fa quando Hana, a Gerusalemme, salì a bordo di un autobus urbano nello storico quartiere di Mea Sharim, popolato da haredim, gli ebrei ultraortodossi. «Mi sistemai sui sedili anteriori - ricorda -, ma pochi secondi dopo un uomo mi urlò in faccia di spostarmi immediatamente in fondo, assieme a tutte le altre donne. Era un haredi e mi squadrava dall'alto in basso, con occhi minacciosi». «Dopo qualche attimo di smarrimento - continua a raccontare Hana -, obiettai che quello era il mio posto e non intendevo muovermi. Lui allora mi accusò di violare le regole dell'ebraismo e persino di voler provocare sessualmente gli uomini presenti. Replicai che la nostra religione non obbliga le donne a sedersi in un punto preciso di un automezzo». «La reazione del mio interlocutore fu esplosiva, mi disse dell'esistenza un accordo con la Egged (la principale compagnia israeliana di trasporti, ndr ) per tenere uomini e donne separati sui pullman e pronunciò parole irripetibili. Per fortuna non mi aggredì fisicamente, ma fu traumatico e umiliante di fronte a tante persone». Hana ha rivissuto più volte quell'esperienza ma non si è lasciata intimidire, come invece è accaduto a tante altre. Ora dirige il Centro «Kolech» per i diritti delle donne nella religione ebraica. Resiste anche Naomi Ragen, 57 anni, un'altra ebrea osservante originaria di New York, chiamata da qualcuno «Rosa Parks» per essersi rifiutata con tutte le sue forze di obbedire all'ordine di un haredi di sedersi in fondo all'autobus n.40. Più grave di Hana Pasternak e Naomi Ragen è stata, tempo fa, la vicenda vissuta da ebrea ortodossa canadese che, salita a bordo di un pullman diretto al Muro del Pianto, venne attaccata da un ultraortodosso per aver violato la «regola» dei posti separati. «Fu aggredita fisicamente, venne picchiata duramente», ha denunciato il suo avvocato, Orly Erez-Likhowski, consigliere legale del «Movimento per l'ebraismo progressista» che porta avanti una campagna contro la decisione del ministero dei trasporti e della Egged di accettare, di fatto, che su decine di autobus le donne vengano segregate. Sulla carta non esiste alcun accordo ufficiale, eppure sono una trentina le linee dove alle donne ebree non è consentito sedersi nella parte «riservata» agli uomini. La Egged si è difesa affermando di aver semplicemente lasciato alla comunità haredi la possibilità di stabilire le proprie regole per l'uso dei mezzi pubblici. Ma la questione degli autobus con uomini da una parte e donne dall'altro è solo la punta dell'iceberg del potere e della crescente aggressività della comunità haredi di Gerusalemme (e non solo) che si manifesta sempre più spesso contro le donne. Solo recentemente la stampa israeliana ha dato risalto alla notizia del fermo di membri della «polizia della moralità» - in fondo non lontana da quella, perfettamente legalizzata, che opera in Arabia saudita - è tardivo. E i media occidentali che pure riferiscono, giustamente, delle pesanti violazioni dei diritti delle donne nei paesi islamici, tacciono sugli abusi e le violenze contro le donne ebree, in particolare quelle ultraortodosse e ortodosse moderne, da parte di chi usa in modo spregiudicato la religione e i testi sacri. «La polizia della moralità esiste da molti anni - denuncia Hana Pasternak - e il più delle volte agisce indisturbata. La polizia (dello Stato) non fa abbastanza per proteggere le donne, credo che abbia paura di interferire nelle regole della comunità haredi che, peraltro, ha l'abitudine di protestare con violenza». Insignificante è l'azione della polizia nei quartieri ultraortodossi di Gerusalemme, città dove il potere, a tutti i livelli, dei religiosi ebrei aumenta di anno in anno (il sindaco uscente, Uri Lupolianski, è un ortodosso, e in autunno sono previste le elezioni municipali). In Israele gli ebrei haredim sono meno del 10% della popolazione ebraica - degli oltre 7 milioni di israeliani il 75% sono ebrei, il 20% arabi e il 4,4% altri - ma esercitano, grazie anche ai loro partiti e alle loro istituzioni (ben finanziate dallo Stato), una significativa influenza su almeno un altro 30-35% degli israeliani ebrei che si definiscono ortodossi moderni o praticanti. Di pari passo all'aumento del potere politico e sociale degli haredim, sembrano moltiplicarsi le violenze a danno delle donne, compiute quasi sempre dalla «polizia della moralità». Ha fatto scalpore, all'inizio dell'estate, quanto è accaduto nell'insediamento colonico di Beitar Illit (nella Cisgiordania occupata), una nota roccaforte fondamentalista. Un'adolescente si è vista spruzzare in faccia e sulle gambe dell'acido, ed è rimasta seriamente ferita. L'aggressore disapprovava il suo abbigliamento: una maglietta a maniche corte ed un paio di pantaloni larghi. Dopo l'accaduto, il sito internet del quotidiano Yediot Ahronot ha pubblicato il parere di un importante rabbino: le donne, a suo dire, devono vestire modestamente, anche da sole, anche al buio e in ogni caso non devono indossare mai i pantaloni. Le violenze che subiscono le donne vengono giustificate all'interno della comunità ultraortodossa e a Gerusalemme per diversi giorni haredim di tutte le età hanno manifestato in via Yoel contro il fermo di tre membri della «polizia della moralità». Le brutalità subite da una giovane donna non hanno scosso la solidarietà verso gli aggressori. Secondo quanto accertato dalla polizia, il primo giugno sette uomini sono entrati nell'abitazione della donna accusata di avere una relazione «illecita» e l'hanno ferita gravemente. Poi, dove averle intimato di lasciare subito la sua abitazione, l'hanno minacciata di morte. «La polizia morale fa quello che dovrebbe fare la polizia (dello Stato)» ha commentato un manifestante in via Yoel intervistato dallo Yediot Ahronot . A raccogliere una buona parte delle denunce di donne ebree religiose soggette ad abusi e violenze è Debbie Gross, direttrice del «Crisis Center for Religious Women» di Gerusalemme. «Il nostro centro è principalmente una hotline, ma cerchiamo di offrire un'assistenza ad ampio raggio a quante ci telefonano chiedendoci aiuto e consiglio», dice Gross, «nell'ultimo anno abbiamo registrato un aumento delle telefonate, il 60% delle quali da parte di donne religiose di Gerusalemme». Gross, una ortodossa moderna, spiega lo sviluppo con la maggiore consapevolezza acquisita dalle donne ma anche con la profonda «crisi di autorità» che attraversano i maschi ultraortodossi. «Nella comunità haredi - dice l'attivista - gli uomini non lavorano ma studiano soltanto e trascorrono una parte della loro esistenza nelle scuole rabbiniche. Le donne, più istruite che in passato, invece lavorano, oltre ad occuparsi dei figli, e sono relativamente più esposte a influenze esterne. Gli uomini perciò avvertono che qualcosa sfugge loro di mano, che fanno sempre più fatica a tenere sotto controllo le donne. Reagiscono a tutto ciò con crescente violenza». Da parte loro i rabbini, sottolinea Gross, esercitano forti pressioni affinché gli uomini facciano la loro parte per «evitare l'assimilazione» della comunità al laicismo, contribuendo così ad inasprire gli atteggiamenti repressivi verso le donne. Di fronte a ciò lo Stato di Israele, pur proclamandosi laico e democratico, si mostra poco reattivo, se non indifferente, a conferma del controllo che i partiti religiosi hanno conquistato su una porzione consistente della vita politica e nella società. La «polizia della moralità» perciò continua ad agire indisturbata.

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LA CITTÀ SANTA · I religiosi potrebbero stravincere le prossime comunali
Porush favorito, e i laici scappano via
mi. gio.

Le elezioni municipali dell'11 novembre renderanno Gerusalemme e Tel Aviv più lontane e diverse. La prima sempre più controllata dagli ultraortodossi ebrei e con il settore arabo (Est), occupato nel 1967, degradato ed emarginato. La seconda proiettata verso il futuro e un maggior rispetto dell'ambiente. Certo sarà molto arduo per Dov Henin, deputato di Hadash (fronte politico che include il Partito comunista) candidato della lista «City4all», battere il sindaco uscente Ron Huldai. Ma il suo programma che prevede politiche per abbassare gli affitti (ora astronomici), sviluppare i trasporti pubblici e favorire la crescita degli spazi verdi, ha già avuto un impatto sulla linea di Huldai che ha fatto la fortuna delle grandi imprese di costruzioni che hanno disseminato per Tel Aviv grattacieli e centri commerciali. Huldai quasi certamente vincerà, ma i tanti voti che otterrà Henin lo costringeranno a cambiare, almeno in parte, la sua rotta. Gerusalemme al contrario l'11 novembre farà un ulteriore salto indietro nel tempo. Il sostituto del sindaco uscente e religioso ortodosso Uri Lupolianski alla guida del consiglio comunale (boicottato dai palestinesi, più di un 1/3 degli abitanti) sarà un altro ebreo ortodosso: il deputato Meir Porush del partito «Giudaismo unito nella Torah» (Gut). Sulla base di un accordo, Lupoliaski si farà da parte e lascerà strada libera a Porush. Ci sono forti rivalità all'interno del mondo ultraortodosso, ma alla fine le differenze verranno messe da parte in nome del controllo della città e Porush diventerà sindaco. Gli effetti si faranno sentire subito. Se Lupolianski ha provato a mediare tra laici e religiosi, invece Porush rappresenta il volto dell'ebraismo ortodosso più rigido. D'altronde i laici - che in numero crescente lasciano la città, specie i giovani - non hanno molto di meglio da proporre. I loro candidati sono Nir Barkat e Arkadi Gaydamak. Il primo è un esponente della destra vicina al Likud, il secondo un ricco miliardario ultraconservatore di origine russa che pur di conquistare voti ha promesso di vietare la prossima Gay Parade.

Pace possibile?

manifestanti ebrei contro il sionismo. Nei due cartelli in inglese si legge, da destra verso sinistra:
"I sionisti NON rappresentano il popolo ebreo"
"Agli ebrei e' vietato insultare i luoghi santi islamici"

Sono sempre piu' convinto che bisogna dare voce e spazio all'opposizione Israeliana (ebrei non sionisti, refuseniks, obiettori di coscienza, sinistra ma quella vera, laici): e' l'unica maniera per fermare la follia, visto che dei palestinesi ce ne freghiamo e li trattiamo tutti come terroristi.



P.s.: due giorni fa all'AIC di Beit Sahour abbiamo visto un documentario israeliano sull'incredibile vicenda dell'ingegnere nucleare israeliano Mordechai Vanunu, che accuso' Israele di possedere e costruire ordigni nucleari. In un'incredibile storia -vera- di persecuzioni, spionaggio, fu rapito da agenti del Mossad a Roma e tenuto in prigione per 18 anni di cui ben 11 in isolamento!
La sua "sfortuna" e' stata molteplice: non solo e' stato considerato un traditore per aver svelato segreti militari (ma Israele stava violando palesemente la legge). Peggio ancora: era ebreo sefardita (quindi considerato inferiore rispetto ai dominanti ashkenaziti di origine europea), nato in Marocco (ah! orrore! pure arabo!) e peggio che peggio: si converti' al cristianesimo. Sufficiente per invocare la pena di morte, come e' stato fatto....
In tutti quegli anni non arretro' di un solo passo, vincendo la sua battaglia ma pagando un prezzo altissimo.
Ora -pur essendo in "liberta'"- e' costretto a vivere in un luogo isolato, non puo' uscire da Israele, gli e' vietato avere un cellulare o una connessione internet, le interviste che rilascia vengono prima censurate...

Un uomo veramente incredibile... E l'ennesima storia surreale. Ma c'e' qualche cosa di normale in questo Paese?

http://www.vanunu.com